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Spagna: evasione e corruzione, per la prima volta un monarca è sotto inchiesta | il manifesto

Spagna. Indagato è l’ex re Juan Carlos di Borbone che oggi ostenta l’inedito titolo di «re emerito»

Luca Tancredi Barone

Trema la corona spagnola. Per la prima volta un monarca, l’ex re Juan Carlos di Borbone che oggi ostenta l’inedito titolo di «re emerito», è sottoposto a un’indagine giudiziaria con l’accusa gravissima di essere un corrotto e un evasore fiscale.

In Spagna, mettere in discussione la monarchia, o persino esprimere critiche o prendere in giro la Casa Real, è un tabù che in pochissimi si sono azzardati a infrangere. Durante il periodo in cui il monarca occupa la carica di capo di stato, «la persona del Re è inviolabile e non è soggetta a responsabilità», scandisce l’articolo 56 della costituzione voluta dallo stesso Juan Carlos nel 1978, asceso al trono alla morte del dittatore Francisco Franco nel 1975 come suo erede.

Ma il Borbone durante i suoi 40 anni di regno è stato molto più che inviolabile: la storiografia ufficiale gli attribuisce il merito di aver riportato la democrazia in Spagna ed è stato trasformato in un mito indiscutibile. Non che i sospetti e le ombre lunghe sul suo operato non si conoscessero: solo che non apparivano sui principali media spagnoli.

Con il fiuto politico che l’ha sempre caratterizzato, nel 2014 decide di lasciare il trono proprio perché le voci sul suo operato e un generale scetticismo post 15-M (movimento degli indignados) rischiavano di archiviare la monarchia per sempre. Da allora l’ingombrante padre dell’attuale monarca Filippo VI si è discretamente messo da parte.

Ma poco a poco sono cominciate a emergere storie sempre più problematiche, soprattutto per bocca di una delle sue molte amanti, Corinna Larsen, che in una conversazione con il polemico e discusso ex commissario della polizia José Villarejo (ora in carcere e accusato di essere a capo di una organizzazione parastatale di spionaggio e ricatti) gli confessava che il re avrebbe ricevuto nel 2008 una commissione di 100 milioni di euro dalla monarchia saudita come «regalo» per aver intermediato con le imprese costruttrici spagnole del treno di alta velocità AVE alla Mecca (per far loro abbassare il prezzo). Inoltre Larsen raccontava che utilizzava prestanome, che i soldi erano in Svizzera e che l’ex re «non distingue il legale dall’illegale».

Svizzera e Spagna aprirono un’indagine, in cui è coinvolta anche Larsen perché nel 2012, quando il re chiuse il conto svizzero per l’indurimento delle norme bancarie elvetiche, regalò 65 milioni a lei, e 2 a un’altra amante, Marta Gayà.

Nel 2018 il giudice spagnolo che lo indagava decise di archiviare il caso perché non c’erano prove contro di lui e che comunque era protetto dall’inviolabilità. Ma la divisione Anticorruzione decise di aprire un’indagine autonoma, e si coordinò coi magistrati elvetici. Il 3 marzo, proprio quando la pandemia iniziava a occupare i titoli dei giornali, un giornale svizzero pubblica i dettagli dell’indagine, il che fa precipitare gli avvenimenti. Larsen annuncia che avrebbe denunciato l’ex monarca per averla minacciata di non rivelare segreti di stato.

Proprio il giorno in cui il governo spagnolo prendeva la drammatica e storica decisione di dare il via a uno dei lockdown più severi di tutta Europa, il 15 marzo, Filippo (informato da più di un anno delle indagini) rinunciava alla sua eredità e cancellava la dotazione costituzionale di 200mila euro all’anno assegnata al padre per lo scandalo. Questa settimana arrivano le conseguenze giuridiche: la pubblica accusa del Tribunale supremo ha assunto le indagini contro l’ex re per riciclaggio di denaro e crimini fiscali per non aver informato dei suoi fondi nascosti all’estero.

Si tratta di verificare se qualcuno di questi delitti è stato commesso dopo il 2014. Guiderà queste indagini di “innegabile complessità tecnica”, come dice un comunicato ufficiale, un giudice dell’ala progressista esperto di crimini fiscali e sull’orlo della pensione.

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