Imprenditoria green, l’Italia è pronta per la svolta verde | Rep

Imprenditoria green, l’Italia è pronta per la svolta verde | Rep

5 Giugno 2020 0 Di Luna Rossa

In Europa il nostro Paese è all’avanguardia. Le storie delle aziende che hanno già investito sull’economia “pulita”

Raffaele Ricciardi

Milano. In attesa della valanga di soldi Ue con i quali la Commissione vuole dare una svolta verde all’Europa, in Italia ci sono molti imprenditori che il Green deal se l’erano già fatto in casa. E ora aspettano che l’onda cresca, ma sulla cresta si sono già posizionati da tempo. “Festeggiamo dieci anni, volevamo farlo nella Giornata dell’Ambiente ma il Covid ci ha bloccato. Se ero ottimista nel 2010, quando mi sbattevano decine di porte in faccia, come non esserlo ora”. A parlare è Federico Garcea, co-fondatore e ceo di Treedom. Una piattaforma digitale unica: 1,2 milioni di alberi piantati in 16 Paesi, finanziando 71 mila contadini del Sud del mondo. Tutti geolocalizzati e tracciabili, in modo che il cliente che li ‘adotta’ o regala sappia di loro vita, morte e miracoli (intesi come l’assorbimento di oltre 360 milioni di chili di Co2).

Federico Garcea, co-fondatore e ceo di Treedom

Calcolare quanto siamo “green” non è semplice. Circular economy network ed Enea dipingono un quadro d’eccellenza tricolore in Europa nel loro Rapporto sull’economia circolare, punto di riferimento per i dati del comparto. L’indice complessivo di circolarità lì calcolato vede infatti l’Italia prima a 100 punti, seguita da Germania e Francia a 89 e 88 punti. Benissimo la voce della “produzione”, una delle dimensioni analizzate insieme a consumo, gestione dei rifiuti, materie prime seconde e innovazione e investimenti. Cosa significa? A parità di potere d’acquisto, per ogni kg di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24. Ancora, il rapporto Greenitaly di Symbola-Unioncamere enfatizza come i “green job” in Italia abbiano superato quota 3 milioni: il 13,4% del totale degli occupati. E come, dal 2015 in avanti, siano state oltre 432 mila le imprese dell’industria e dei servizi che hanno investito in prodotti e tecnologie green. In pratica quasi una su tre.

A investire sull’ambiente sono stati i lavoratori della storica Cartiera Pirinoli, nel cuneese: nata nel 1872, è risorta dal fallimento nel 2015 grazie a 76 lavoratori che in cooperativa ne sono diventati soci, l’hanno rilevata con un workers-buyout e ora contano 96 dipendenti. Un rilancio industriale declinato in ottica di sostenibilità: “All’uso di materie di riciclo per la produzione di cartoncino si è aggiunto lo sforzo per installare a inizio 2019 una nuova centrale di cogenerazione ad alto rendimento”, racconta il presidente Silvano Carletto. I fondi europei hanno aiutato: cinque milioni su sette investiti sono di matrice Ue. “Abbiamo ridotto di un terzo le emissioni e tagliato i nostri costi: risparmiamo il 15-20% di gas”. Il circolo virtuoso è servito.

La cartiera Pirinoli

Eleonora Rizzuto si occupa da tempo di questi temi, in aziende e associazioni come Asvis e Aisec. Riconosce che gli imprenditori italiani hanno saputo cogliere in anticipo il fenomeno “green”, ma sui primati italiani usa cautela, “soprattutto se guardiamo ai dati Eurostat sugli investimenti privati in eco-innovazione”, che in termini di Pil sono inferiori alle media Ue a 27 (0,09 punti contro 0,12).

Confindustria ha calcolato che per raggiungere gli obiettivi degli Accordi sul clima di Parigi l’Italia necessiti di 220 miliardi di investimenti aggiuntivi, rispetto allo scenario di base, tra il 2018 e il 2030. Su questo terreno si aspettano ora i soldi Ue. Prima del Covid, il Green deal voluto dalla presidente von der Leyen puntava a mobilitare mille miliardi nel decennio. Ora che il virus ha segnato una cesura e si studia il Recovery fund, il tema resta comunque alto in agenda: il terzo punto del programma anti-Covid di Bruxelles recita la volontà di “sostenere la transizione verde verso un’economia climaticamente neutra attraverso i fondi dello strumento Next Generation EU” e tra le altre cose potenzia a 40 miliardi il Fondo per una transizione giusta: l’allocazione per l’Italia salirebbe da 364 milioni a 2,14 miliardi.

L’esperienza del passato insegna qualcosa a riguardo. “Finora l’uso dei fondi europei è stato a ‘bassa resa'”, spiega Rizzuto rimarcando “le difficoltà che le imprese italiane, per definizione medie e piccole, hanno incontrato anche nei soli aspetti burocratici di presentazione delle domande per accedere a programmi quali Horizon 2020”. Treedom nella sua crescita ha raccolto soldi da fondazioni, enti locali, bandi regionali e nazionali. “Quelli europei sono complessi perché implicano la ricerca di partner, magari istituti di ricerca, ed è difficile allineare gli obiettivi”. E’ diventata BCorp, prima in Italia: sono società profit ma che hanno il bene comune e la sostenibilità fin nel loro oggetto sociale. Fare soldi ‘sporca’ l’anima green? “Avere impatto positivo, dare da lavorare a più di cinquanta persone e fare utili per reinvestirli, crescere e piantare più alberi: ti sembra che sia un meccanismo sporco?”, taglia corto Federico. Fin dal principio lavora al fianco delle aziende – “2.500 grandi multinazionali” – che con Treedom pianificano campagne di sostenibilità e le comunicano. Anche questo aspetto rischia di esser scivoloso, ma Garcea ha l’antidoto: “Se sei un colosso e ci chiedi di piantare dieci alberi, è meglio che non lo comunichi neanche. Ma le aziende ormai sanno che ambiente, sostenibilità, benessere dei lavoratori e delle comunità in cui si trovano sono temi per loro imprescindibili”.

Massimo Mercati, alla guida di Aboca che dal 1978 lavora su prodotti naturali per la salute, traccia però una linea di demarcazione: “Il Green deal europeo pone il tema della sostenibilità non più come orpello da attaccare ad attività che di per sé nulla hanno a che vedere con essa. Il rischio è solo che drenino risorse che invece dovrebbero andare a chi ne ha fatto un valore costitutivo dell’impresa economica”.

Massimo Mercati, ad di Aboca

La natura green dell’attività diventa poi una carta da giocare verso i consumatori. Maurizio Zordan guida con due fratelli l’azienda di famiglia a Valdagno, nel vicentino. Dal ’65 produce arredamenti per i negozi, soprattutto per i brand del lusso. “Dal 2007 abbiamo deciso che la sostenibilità sarebbe stata la guida per orientare i nostri comportamenti”. L’anno dopo la Zordan si è attivata per le certificazioni forestali del legno che impiega nelle sue produzioni. Oggi sono indispensabili per lavorare in certi ambiti: “Per fornire i negozi dell’aeroporto di Heathrow, ad esempio, sono un requisito minimo”. Diventano poi un “fattore di simpatia” dell’azienda presso i clienti, che non guasta. “Ma non mancano le delusioni: il legno certificato per noi ha costi del 10% maggiori. E capita di perdere alcune gare per ragioni di prezzo. Non ti aspetteresti che grandi marchi preferiscano concorrenti che delocalizzano le produzioni e non le controllano, in cambio di piccoli sconti. Invece accade, ma non per questo torneremo indietro”.

Incidenti di percorso a parte, resta, annota Mercati, un momento di svolta per il consumo: “Il Covid l’ha accelerata, ma nasceva già prima con il cambio culturale ben simboleggiato dall’enciclica Laudato si’ e dai Fridays for future: il modello neoliberista ha raggiunto i suoi estremi, il nuovo paradigma è che non conta più la quantità ma la qualità, non solo il prezzo ma la trasparenza e soprattutto il mantenimento delle promesse”.

 

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