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E l’Italia fascista andò alla guerra

Il 10 giugno di ottant’anni fa la dichiarazione di Benito Mussolini segnò l’ingresso del nostro Paese nel conflitto mondiale. Ma in pochi mesi le ambizioni del regime furono spazzate via da battaglie disastrose e dalla subalternità alla Germania

di Umberto Gentiloni

La dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini il 10 giugno 1940 segna l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale. Un annuncio costruito e preparato da tempo: il raduno a piazza Venezia è fissato per le 16, due ore prima dell’appuntamento con la storia. La folla gremisce gli spazi proposti dal regime, l’attesa fa parte della svolta, del coinvolgimento di sostenitori partecipi raggiunti dalle parole che la radio trasmette in diretta negli angoli più diversi della penisola.

Ogni dubbio residuo viene spazzato via nello spazio breve delle prime battute: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania, ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori, della Gran Bretagna e di Francia. Entriamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del Popolo italiano”.

L’Italia fascista non può attendere, la guerra è un passaggio obbligato per sostenere l’orizzonte impossibile di disegni e ambizioni irrealizzabili nel quadro di una politica che punta al Mediterraneo, a un ruolo di potenza competitiva con gli equilibri mutati nel continente. Ma al di là del libro dei sogni di un progetto di conquista di spazi e prestigio il conflitto è sostenuto da ragioni stringenti. Una guerra del fascismo per far sì che la dittatura continui, prolungando aspirazioni e prospettive di chi aveva coltivato per diciotto anni mire espansionistiche e disegni egemonici. Un salto nel buio che semplifica ulteriormente la catena dei comandi; Mussolini al vertice ha in mano tutto, si muove senza limiti e tutele: duce, capo del governo, maresciallo dell’impero e da ultimo comandante in capo delle forze armate operanti (significativo schiaffo alle prerogative del re).

Tanti si ricordano dove si trovavano allora, annotano pensieri e riflessioni sulle pagine di preziosi diari (emersi dalla miniera dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano). La fine di una condizione di attesa e di incertezza che aveva accompagnato i successi militari della Germania nazista. Entrare in guerra come naturale sviluppo del patto d’acciaio che legava Hitler e Mussolini dal maggio 1939 pur cercando uno spazio per motivare il contributo dell’Italia fascista. E tale contributo si rivela lungo tre snodi cruciali.

1) L’impreparazione italiana si conferma come un dato imprescindibile per valutare gli esiti della prima fase del conflitto. In assenza di coordinamento e di strategia complessiva per le forze armate la guerra non può essere affrontata con successo. Uno scontro lungo e difficile che mette in chiaro il bluff del regime: la ricerca di qualche vantaggio immediato per raccogliere briciole disponibili. Le forze armate (come tanti studi confermano) avrebbero potuto svolgere un ruolo definito, con obiettivi circoscritti e verificabili. Il contrario di una scelta orientata alla propaganda o alla ricerca confusa di condizioni favorevoli.

2) L’Italia di Mussolini aveva scelto la linea della “non belligeranza”: dalla parte della Germania senza esitazioni ma in una condizione di sospensione manifesta. Una furbizia rivelatrice delle intenzioni del capo del fascismo. Nel pomeriggio del 10 giugno del 1940 saltano le distinzioni sui posizionamenti del passato e il rinvio dell’intervento viene cancellato dalle strategie dei processi decisionali di vertice. Seguendo le parole di Mussolini, di poche settimane prima, l’Italia: “Non poteva rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare al suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci”.

3) Il fascismo propone di riconoscersi nella conduzione di una “guerra parallela”. Una sorta di ambizioso richiamo a un ruolo autonomo e propositivo. Una carta giocata con spregiudicatezza e scarso costrutto: combattere gli stessi nemici della Germania con obiettivi e finalità autonome. Quasi che il fascismo potesse aspirare a competere nella definizione del mondo dopo la fine delle ostilità. Una traiettoria furbesca: entrare in guerra in un momento favorevole, partecipare dei successi di un alleato che sembra inarrestabile per poi dividersi territori e risorse. Ma la guerra parallela morirà prima di iniziare, in pochi mesi un esito disastroso dai responsi delle battaglie e dai risvolti politico militari: subalternità alla Germania, reciproca diffidenza in una guerra diseguale conclusa nella disfatta finale del regime.

Gli entusiasmi di quella piazza, le parole consegnate a diari e memorie avranno presto altri scenari e riferimenti.

Sorgente: E l’Italia fascista andò alla guerra | Rep

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