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Due o tre cose che vorrei dire al signor Ichino. 

 

Per fortuna che scrivo questo mio pippone una volta a settimana e quasi sempre mi guardo bene dall’entrare nella stretta attualità, altrimenti sarebbe spesso pieno di imprecazioni.

Quelle che ho pensato quando ho letto l’ennesima sparata del signor Pietro Ichino contro i lavoratori. In un’intervista recente con Libero, l’esimio giuslavorista, politico eccetera eccetera, ha sentenziato che il lavoro agile per i dipendenti pubblici è stato “nella maggioranza dei casi una vacanza pressoché totale, pagata al 100 per cento”. Ora, intanto, se io fossi stato l’intervistatore – mestiere molto difficile – avrei magari provato a chiedere spiegazioni, su quali dati si basasse questa sua sentenza così definitiva. E, magari gli avrei anche chiesto spiegazioni sul perché parlasse soltanto dei dipendenti pubblici e non di quelli privati. Perché detta così farà anche effetto, ma si tratta di un’affermazione basata sul nulla.

Del resto il prode Ichino non è nuovo a simili intemerate, che hanno come unico risultato quello di alimentare una sorta di odio sociale nei confronti di chi lavora nel pubblico, un odio ben sedimentato nella società italiana. Era ancora il 2008 quando Ichinò definiti con l’amabile termine “nullafacenti”, i lavoratori pubblici, seguito a ruota dall’allora ministro Brunetta che non aspettava altro. Ne derivò, va ricordato, una riforma della pubblica amministrazione che non solo ha smantellato pezzi importanti della stessa, ma ha dato, in molti campi, meno diritti ai lavoratori pubblici rispetto a quelli privati. Ma questa è un’altra storia. Procediamo con ordine.

In premessa, ricordiamo che la pubblica amministrazione durante tutta la fase di emergenza ha continuato a lavorare. Non si è mai fermata mai, garantendo servizi essenziali per i cittadini. E se ci sono stati rallentamenti non hanno nulla di differente rispetto a quello che è successo nell’intera società itlaiana.

Ancora in premessa, va detto che questa divisione del mondo dei lavoratori dipendenti che mette in contrapposizione il pubblico cattivo contro il privato buono pare anche un po’ datata. Anche perché, Ichino lo sa benissimo ma fa finta di nulla, dei circa 3 milioni di lavoratori pubblici che abbiamo in Italia, circa due terzi lavorano in sanità, forze armate e scuola. Sono stati in vacanza, signor Ichino?

L’altro terzo ha garantito ai cittadini quei servizi che svolge quotidianamente, spesso con un sovraccarico rispetto al normale, anche affrontando una situazione del tutto inedita: il lavoro agile nel nostro Paese è stato introdotto di recente, nell’ultimo contratto, se non ricordo male, e fino alla chiusura totale è stato applicato in maniera assai ridotta. E allora i dipendenti pubblici, ma anche quelli privati, si sono trovati a lavorare da casa, senza capire bene i loro compiti e i loro orari, con connessioni internet spesso instabili, usando i loro strumenti informatici, perché l’amministrazione non era davvero in grado di provvedere. Sottoposti a norme farraginose e procedure bizantine acuite dalla distanza con i dirigenti, diventati figure mitiche e a volte irraggiungibili.

Non sono stati pagati al 100 per cento, perché, in lavoro agile non sono stati riconosciuti loro buoni pasto e straordinari, che spesso, vista l’eseguità degli stipendi pubblici, costituiscono una voce non irrilevante nel bilancio di una famiglia. In molti casi sono stati, inoltre, costretti dall’amministrazione a riempire la quarantena usando permessi e ferie. Una bella fregatura, visto che non potevano neanche uscire di casa.

Non va dimenticato, poi, che questa “vacanza”, come la chiama il signor Ichino, è stata la principale arma che ci ha permesso di limitare la diffusione del virus. Solo per fare un esempio, Roma è stata una delle poche metropoli a livello mondiale a rimanere sostanzialmente non toccata dall’epidemia. I casi di Covid 19 che abbiamo riscontrato nella capitale non sono neanche confrontabili con quelli di altre grandi città. E Roma, va ricordato, è uno snodo fondamentale, in Italia: ha il più grande aeroporto internazionale, è la città con più turisti, da Roma passano tutti i treni che viaggiano da nord a sud. Non solo: proprio qui sono stati trovati e subito isolati i primi due casi che si sono verificati nel nostro Paese. Se siamo riusciti a tenere l’epidemia fuori dal Raccordo anulare – facendo tutti gli scongiuri possibili – è anche merito dell’immediata risposta che la Pubblica amministrazione ha dato applicando lo smart working come regola generale. Dove si è continuato a lavorare come nulla fosse è successo il disastro.

Ma al di là di queste considerazioni di merito, ce ne sono altre di carattere più generale, che vale la pena di chiarire.

Intanto, basta con le generalizzazioni. Di tutti i tipi. Nella pubblica amministrazione, come accade in tutti i luoghi di lavoro, ci sono persone che si fanno un mazzo tanto e persone la cui unica occupazione è quella di cercare tutte le maniere per non fare un tubo. E i primi a non sopportare questa situazione sono proprio i loro colleghi, se non altro perché, proprio per questo, si trovano a sgobbare il doppio.

La criminalizzazione del dipendente pubblico ha portato negli anni allo smantellamento di interi settori essenziali che sono stati affidati al privato. Il risultato è stata la precarizzazione dei rapporti di lavoro, criteri di assunzione meno trasparenti e, in ultima analisi, un peggioramento del servizio stesso. Senza entrare nel merito, ma ci sono ampi studi che dimostrano questa tesi, basta pensare alla sanità: funziona meglio il privato del pubblico? Proviamo a chiedere ai cittadini lombardi?

Infine, questo lavoro agile, è poi proprio da buttare? Io faccio notare che, in un istante, ci ha risolto il problema del traffico e ha ridotto l’inquinamento. La butto lì, due cosette da nulla. Certo, va inquadrato meglio reso davvero agile e non una mera replica casalinga di quanto si fa in ufficio, ma è una strada che vale la pena percorrere con decisione, per riorganizzare davvero una società che non funzionava. E la pubblica amministrazione può essere un campo di sperimentazione ampio. Ichino e soci permettendo.

La smetto qui, anche se il discorso potrebbe andare avanti a lungo. E comincio la mia giornata di lavoro agile.

Sorgente: Due o tre cose che vorrei dire al signor Ichino. Il pippone del venerdì/146 | sostienecardulli

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