Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

A quarant’anni da Ustica. Boltansky: “Il mio memoriale è un’opera politica, parla delle bugie di Stato” | Rep

Intervista all’artista che tredici anni fa a Bologna ha circondato il relitto del Dc9 con i sogni di quelle 81 vite spezzate all’improvviso: “Bisogna rendere questi luoghi più vivi possibile”

di Eleonora Capelli

BOLOGNA – “All’inizio il memoriale di Ustica io non volevo farlo, è stato l’affetto dei parenti delle vittime a convincermi. Qui però non si tratta di una semplice catastrofe aerea, sono le bugie ad averla resa ancora più grave. Il memoriale serve quindi a parlare delle bugie di Stato. Perché la guerra continua, con altri morti, altrove. Forse anche per via di questa esperienza artistica, Bologna è la mia città preferita in Italia. E tornerò appena possibile”. L’artista parigino Christian Boltansky con l’installazione che ricorda le 81 vittime della strage di Ustica, dal 2007 nel Museo per la Memoria di Ustica, ha reso i visitatori protagonisti del ricordo. In un lavoro che mette ognuno di noi di fronte alla fragilità di un bene prezioso: la vita di chi non c’è più.

Christian Boltansky, a 40 anni dalla strage che valore ha oggi per lei il memoriale di Bologna?
“Anche se all’inizio l’ho fatto più per le emozioni che mi hanno trasmesso i parenti delle vittime che per il tema in sé, oggi credo che abbia un valore più generale. Dobbiamo continuare a riflettere su tutte le menzogne di Stato, ricordando le persone che sono state uccise per volontà o per caso. Non è una storia conclusa, continua. In questo senso è un’opera politica”.

Si tratta di un’installazione potente, che riesce a trasmettere il fremito di 81 vite spezzate quarant’anni fa, da dove nasce questa emozione?
“Mi sono detto che quando si muore bruscamente, i pensieri sono tutti rivolti al futuro non al passato. I passeggeri di quel volo avevano qualcosa da fare, il giorno dopo. Io avevo uno zio che diceva sempre: “Non posso morire la settimana prossima, ho degli impegni”. Ho lavorato su questa idea della vita che si ferma all’improvviso. Da qui l’idea dei sussurri registrati: ognuno dice qualcosa di allegro, un progetto. C’è un bimbo che dice di aver fame”.

È quindi la quotidianità interrotta che ci commuove ancora, a 40 anni dalla strage?
“La potenza di questa installazione sta nel fatto che i visitatori si sentono accomunati alle persone che erano a bordo dell’aereo. Per questo ci sono specchi in cui riflettersi. Bisogna rendere questi luoghi più vivi possibile”.

Il compito di ricordare le vite interrotte di persone comuni ci viene posto in questi giorni con molta forza dalla pandemia, lei cosa ne pensa?
“Il punto centrale sono i nomi delle persone scomparse. Dietro ogni nome c’è una vita unica. Quando ho dovuto ricordare persone scomparse ad esempio per la persecuzione nazista, io ho scritto i nomi sulla carta. Perché questo significava che ogni 3 anni il direttore del museo avrebbe dovuto riscriverli. I nomi incisi sul marmo dopo un po’ non li legge più nessuno”.

Crede che dopo la pandemia abbiamo un rapporto diverso con la morte?
“La morte era una cosa che avevamo rimosso dalla nostra società. Una volta c’erano cerimonie, si portavano i segni del lutto. Poi abbiamo cercato di cancellare la morte dalle nostre vite. La pandemia l’ha riportata tra noi, è come se ci avesse detto: siete mortali. Ma d’altra parte c’è anche una grande capacità di dimenticare, legata alla voglia di vivere”.

Cos’è la memoria per lei?
“Voglio fare un esempio. Io apprezzo molto il memoriale di Berlino per le vittime della Shoa, ma credo che bisognerebbe affittare una stanza nella capitale tedesca e chiedere alle persone un’ora del proprio tempo per leggere i nomi delle vittime. Quando non ci sarà più nessuno disposto a donare un’ora del suo tempo, la memoria sarà finita”.

È difficile ricordare le vite di persone come noi, comuni cittadini?
“Sono sicuro che sua nonna fosse una persona straordinaria, ma tra 50 anni nessuno si ricorderà più di lei. Dei suoi manicaretti, delle sue favole e dei suoi gesti affettuosi. Ognuno è unico, importante, fragilissimo. Per questo bisogna salvare la piccola memoria che sta dentro i grandi avvenimenti, perché siamo insostituibili, eppure saremo tutti sostituiti”.

 

Sorgente: A quarant’anni da Ustica. Boltansky: “Il mio memoriale è un’opera politica, parla delle bugie di Stato” | Rep

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.