La guerra è finita | Rep

7 Maggio 2020 0 Di Luna Rossa

Il 7 maggio di 75 anni fa si concludeva il secondo conflitto mondiale. In un mondo lacerato e in un’Europa divisa in due blocchi si faceva strada quell’idea di democrazia che ancora difendiamo

di Ezio Mauro

fotografia: Soldato russo issa la bandiera rossa con falce e martello sul Reichstag

Si era tolto gli occhiali, aveva lasciato in anticamera il cappello di feltro grigio chiaro con cui all’aeroporto dell’Urbe era salito sul Savoia Marchetti SM82 che lo avrebbe portato a Parigi, per la conferenza di pace che doveva definire i trattati scritti dalle 21 nazioni vincitrici della guerra. Adesso saliva i tre gradini che portavano al podio della sala Clemenceau nel palazzo del Lussemburgo, si aggiustava il microfono e alzava lo sguardo sulla folla di politici e diplomatici di fronte a lui: «Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, oggi è contro di me, e soprattutto la mia qualifica di ex nemico mi fa considerare come imputato». In realtà mancava anche la cortesia. Quando Alcide De Gasperi scese dal palco e attraversò la sala per tornare al posto che gli era stato assegnato in ultima fila nessuno lo salutò. Solo alla fine, mentre il presidente del Consiglio italiano passava davanti alla delegazione americana, il segretario di Stato James Byrnes si alzò in piedi e gli strinse la mano: «Quella crudeltà mi faceva impressione – spiegò poi –, e soprattutto era inutile. Volevo fare coraggio a quest’uomo».

Così si aprì il lungo dopoguerra italiano. Allora, tra le rovine del conflitto, il marchio delle leggi razziali e l’impronta della dittatura sconfitta dopo il sopruso di vent’anni, nessuno poteva pensare che sarebbe stato un percorso di pace, progresso, crescita e soprattutto di costruzione della democrazia. Eppure il seme della rinascita morale del Paese era stato impiantato proprio mentre fascismo e nazismo occupavano ancora una parte dell’Italia, con la ribellione alla tirannia da parte dei partigiani che hanno partecipato al ristabilimento della libertà, rendendola almeno in parte riconquistata, e non interamente octroyée dagli alleati. Proprio questa lotta nazionale per la liberazione è il nucleo fondante del sistema democratico italiano, la fonte di legittimazione che tiene insieme le libertà dei cittadini e il quadro costituzionale e istituzionale della Repubblica appena nata dal voto popolare.

Non avremmo nemmeno pensato che l’Europa, teatro di due guerre mondiali e di due dittature, potesse unirsi con un unico parlamento, una moneta comune e un organismo politico alla guida, nella costante fatica democratica di costruire istituzioni capaci di garantirci una pace nella libertà. Dopo la vittoria si contavano ovunque le macerie, Berlino sotto 18 mesi di bombardamenti era una città fantasma con metà dei palazzi distrutta, un abitante su due ucciso quando tra la polvere delle strade alle sette di sera dell’8 maggio ’45 passò il messaggio radio di capitolazione del comando supremo della Wehrmacht: «A partire dalla mezzanotte di domani dovranno cessare le ostilità contro tutti i nemici in tutti i teatri di guerra». Nel bunker scavato sotto la cancelleria, Hitler si era ucciso da pochi giorni insieme con Eva Braun, appena sposata, quando aveva sentito che i primi drappelli sovietici erano già arrivati a Potsdamer Platz, e il 2 maggio due soldati dell’Armata Rossa avevano innalzato la bandiera con falce e martello sulla sommità del Reichstag. Dall’hotel Lux di Mosca, sede del Komintern, era appena tornato in Germania Walter Ulbricht, l’uomo che costruirà il muro di Berlino, per presentarsi agli ordini del comandante russo Georgij Zhukov («Marshal, po prikazu») e cominciare quell’opera di sovietizzazione di una parte della Germania che lo porterà a guidare per 21 anni la Ddr.

Proprio la città espugnata, simbolo della vittoria, diventerà infatti rapidamente il vero teatro mondiale del conflitto tra le due superpotenze che attraverserà l’intero secolo. Berlino infatti è divisa in quattro settori come l’intera Germania, amministrata dalle quattro potenze vincitrici, Stati Uniti, Urss, Francia e Gran Bretagna. Ma Stalin può contare sulla bizzarria della spartizione, che annega la città in mezzo alla zona sovietica. E allora prova a paralizzare Berlino ovest chiudendo ogni via di rifornimento per cibo, combustibili, medicinali. È un blocco politico e materiale che strangola la città, e gli alleati rispondono con un ponte aereo di 227 mila voli in 462 giorni, per lanciare i rifornimenti coi paracadute sulla città stremata, finché Stalin cede nel primo braccio di ferro della guerra fredda.

Ma i “fallshirmen”, quei paracadute bianchi, fanno scendere sulla città una solidarietà che cambia il sentimento dei berlinesi: è il concetto di Occidente che prende confusamente forma, costruito con gli aiuti americani alla città assediata dai russi. La Nato e il piano Marshall da un lato, il Patto di Varsavia e il protettorato sovietico dall’altro fissano le opposte identità dei due universi. Quando arriverà il muro, la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961, l’Europa troverà così in quel filo spinato il suo nuovo Greenwich, il vero punto di divisione del mondo, la sanzione di un equilibrio di pietra che nella sua fissità sembra eterno: e insieme il luogo capace di generare e opporre costantemente le due idee di Est e di Ovest che governeranno il pianeta per la lunghissima stagione del dopoguerra. Una stagione il cui vero incubo è un conflitto totale, finale nella sua potenza distruttiva, come confermerà la reazione di John Kennedy alla notizia della nascita del muro: «Un maledetto muro non è una bella cosa, ma è sempre meglio di una maledetta guerra».

Quell’equilibrio armato e ostile regge all’invasione dell’Ungheria e poi della Cecoslovacchia, finché l’obbligo riformatore di Mikhail Gorbaciov mette in crisi l’Urss senza riuscire a cambiarla.
La perestrojka forza le maglie del sistema, risveglia la spinta dei popoli dell’Est verso la libertà, che lo fa saltare. C’è prima un testa-coda della storia, nel giorno di compleanno della Ddr, quando i ragazzi di Berlino est irrompono ai margini della parata ufficiale e urlano verso il palco d’onore «Gorbaciov salvaci». Nell’ultimo Segretario Generale vedono il primo riformatore, e sperano. Ma Gorbaciov finirà agli arresti nel golpe di Crimea, confermando che il comunismo di Stato non si lascia deformare dalle riforme, perché come dicevano i russi lo Zar è sanguinario o insanguinato.

Si potrebbe dire che la democrazia ha scavallato il secolo vittoriosa, unica religione civile superstite. Ma nel secolo nuovo prima il terrorismo jihadista, attaccandola, ha negato il suo valore universale, e oggi gli autocrati la svuotano, separando la sua forma dalla sostanza, disossandola dal suo scheletro liberale di valori e di regole. Così, 75 anni dopo, la magnifica condanna della democrazia è la costruzione continua di se stessa, a garanzia della libertà dei diritti, della libertà delle istituzioni.

Sorgente: La guerra è finita | Rep

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