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La filiera dello sfruttamento agricolo dai campi ai supermercati di Napoli | il manifesto

La protesta dei braccianti. Pap: «In Campania ci sono padroni che stanno chiedendo ai migranti di pagare il contributo forfettario per la regolarizzazione»

Il Movimento migranti e rifugiati e Potere al popolo ieri mattina si sono mossi da piazza Municipio, a Napoli, per andare in presidio davanti uno dei supermercati della catena Sole 365. Avevano lo striscione «Basta sanatorie truffa» in polemica con la decisione del governo di dare un permesso di soggiorno di 6 mesi per chi ha già svolto lavoro nei campi.

Lunedì hanno depositato in prefettura una proposta di regolarizzazione basata su un permesso di emergenza della durata di un anno, convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro con la stipula di un contratto o l’apertura di una partita Iva. Ieri ai clienti del market in fila hanno chiarito che il cibo che portano a casa è frutto delle paghe da fame misurate sul cottimo, calcolate spesso al di fuori di qualsiasi legalità: «Una catena di sfruttamento – spiega Abdel El Mir – che è parte delle strategie della grande distribuzione, che dovrebbe pubblicare nei cartellini dei costi non solo il prezzo di vendita ma anche quello pagato al produttore. Così sapremmo la verità e avremmo fatto un primo passo per garantire condizioni di lavoro migliori per tutti». La sanatoria, poi, gli ricorda molto quella del 2011 fatta da Roberto Maroni: «Assisteremo a un nuovo mercato dei permessi sulle spalle dei migranti. Ci sono già arrivate voci di padroni che chiedono al lavoratore almeno la metà del contributo forfettario che dovrebbero pagare loro».

La filiera economica parte dallo sfruttamento dei braccianti, passa dai lavoratori della logistica e arriva a spremere anche i dipendenti dei supermarket. G. E. ha sporto denuncia presso l’ispettorato del Lavoro di Napoli: era impiegata in una ditta in appalto che faceva le pulizie in una catena di supermercati, ha iniziato in nero e poi le hanno fatto un contratto ma le ore svolte erano sempre superiori a quelle stabilite, proprio come accade ai migranti in campagna. G. E. era costretta a lavorare dal lunedì al sabato dalle 13 alle 22 e la domenica dalle 6 alle 10, la retribuzione non era parametrata al contratto nazionale, niente ferie pagate né permessi.

«La lotta dei braccianti – commenta Chiara Capretti – svela lo sfruttamento non solo dei migranti nei campi, ma anche le contraddizioni che in questi mesi di emergenza sono venute a galla in tutta la filiera agroalimentare e nella grande distribuzione. Mentre i braccianti continuano a essere sfruttati con paghe misere e condizioni abitative indegne, nei supermercati i prezzi di frutta e verdura, e così anche i profitti, aumentano. Eppure i salari di cassiere e magazzinieri rimangano bassi e le condizioni di lavoro difficili».

Dal 17 febbraio al 15 marzo le vendite nei supermercati sono aumentate del 23% rispetto allo stesso periodo del 2019. Aumenti maggiori sono stati registrati per la spesa online: il più 57% della prima settimana è diventato più 97% dell’ultima (dati Ismea). Tra il 9 e il 15 marzo la variazione tendenziale è più 16,4%. Eppure il 23 aprile Carrefour ha avviato le procedure per mettere in cassa integrazione, con le misure previste dal Cura Italia, 4.472 lavoratori. «Gli stessi di cui aveva esaltato l’eroismo nelle settimane precedenti. La motivazione sarebbe il calo di fatturato a causa del Coronavirus», spiega Capretti.

Un modello radicalmente alternativo allo sfruttamento dei braccianti e alla grande distribuzione l’offre la rete italiana Genuino clandestino. In Campania ci sono le «Donne di terra» e la loro esperienza di resistenza contadina: 12 donne che coltivano i loro appezzamenti, trasformano e vendono quello che producono salvaguardando l’ambiente e gli equilibri naturali. «Fino a 40 anni fa – una di loro racconta – i contadini tenevano da parte i semi e l’anno dopo piantavano il grano. Poi sono arrivati nuovi semi, il grano è più compatto e rende di più così hanno preferito il nuovo prodotto. Il terreno e l’economia locale sono stati stravolti. Nel dopoguerra in molti hanno lasciato le terre, sono arrivati i grandi proprietari che hanno messo tutto a grano o mais o pomodoro. Cassoni enormi di prodotto che vanno nei supermercati o per la trasformazione. Nell’acerrano piantano 10mila piedi di insalata, 20mila piedi di broccoli».

Nel salernitano sono arrivate le serre di fragole, tutte affidate alla manodopera migrante, come i pomodori. Nel beneventano ci sono i semenzai e le stalle. Stalle anche nel casertano, affidate al lavoro migrante: fanno i pastori, vivono nell’azienda per 400 euro al mese.

Sorgente: La filiera dello sfruttamento agricolo dai campi ai supermercati di Napoli | il manifesto

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