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Fase 2: app, test e mascherine. Tutto quello che non è stato fatto per ripartire sicuri

Fase 2: app, test e mascherine. Tutto quello che non è stato fatto per ripartire sicuri

Per intercettare nuovi focolai il decreto del 4 maggio prevede più controlli sanitari per monitorare pazienti positivi e loro contatti: mancano però gli strumenti. Per mesi poi dipenderemo dalla Cina per le protezioni: colpa di ordini sbagliati e aziende non pronte

di Giusi Fasano, Simona Ravizza, Lorenzo Salvia, Fiorenza Sarzanini

Tenere sotto controllo il virus monitorando ogni giorno i dati che arrivano dalle Regioni. E così impedire all’R0, l’indice di contagio, di risalire (leggi qui gli ultimi aggiornamenti dell’Iss regione per regione). È questa la sfida per superare la fase 2 dell’emergenza e tornare alla vita normale. Una battaglia che passa dal monitoraggio previsto dal decreto firmato dal ministro della Salute Roberto Speranza, entrato in vigore il 4 maggio. L’obiettivo è dichiarato: «L’implementazione e il rafforzamento di un solido sistema di accertamento diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione di Sars-CoV-2, attraverso i casi confermati e dei loro contatti al fine di intercettare tempestivamente eventuali focolai di trasmissione del virus e il progressivo impatto sui servizi sanitari». E quindi individuare i malati e gli asintomatici, curarli in maniera tempestiva, impedire i contatti tra positivi. Per farlo servono gli strumenti adeguati: mascherine e guanti per proteggersi, tamponi e test per individuare chi ha contratto il coronavirus. Un circuito che però ha ancora troppe falle. Crepe che mostrano la differenza fra i decreti, le norme, le circolari con le quali si annunciano le decisioni e la realtà quotidiana che mette in luce ritardi, sovrapposizioni, incompetenze. A proposito dei ritardi, per esempio: il 2 maggio, il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri parla delle mascherine chirurgiche: «Da lunedì i cittadini che vorranno acquistarle le troveranno al prezzo di 0,50 più Iva in 50 mila punti vendita». Fino a ieri sera erano praticamente introvabili, oggi forse le farmacie ne avranno a sufficienza.

Tamponi senza reagenti

Intercettare e gestire tempestivamente i nuovi casi di Covid-19 è ritenuta una delle misure principali per evitare nella fase 2 una crescita dei contagi. Per farlo è necessario il tampone. Gli annunci si assomigliano tutti: «Tre nuovi macchinari per processare i tamponi, l’obiettivo è di arrivare a 50 mila test al giorno» (Luca Zaia, Veneto, 1 maggio); «Raddoppieremo i tamponi» (Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, 6 maggio); «Faremo 30.000 tamponi al giorno» (Giulio Gallera, assessore alla Sanità della Lombardia, 7 maggio). In realtà, il numero di test nasofaringei effettuati giornalmente è stabile da settimane. Perché non arrivano i reagenti necessari per processare i test e così accade spesso che persino i cittadini con sintomi non riescano a sottoporsi al tampone in tempi rapidi. La presidenza del Consiglio è stata più volte sollecitata su queste carenze e con una nota scritta ha assicurato che nei prossimi due mesi le Regioni ne avranno altri cinque milioni oltre ai 2,7 milioni già distribuiti. L’ennesimo annuncio che lascia perplesso Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di Microbiologia e virologia a Padova: «Altri 5 milioni? Sono sorpreso. Mi piacerebbe sapere se quei tamponi sono accompagnati da reagenti, ne dubito perché c’è una carenza pazzesca di reagenti. In Veneto abbiamo iniziato a farceli da soli il 20 gennaio, quando abbiamo avuto notizia dell’epidemia in Cina. Ci siamo attrezzati, abbiamo sviluppato un test praticamente identico a quello dello Spallanzani».

I test sierologici

Altra questione sono i test sierologici per verificare chi è venuto a contatto con il virus. Il 25 aprile la statunitense Abbott si aggiudica la gara bandita dal commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri per la fornitura di 150 mila kit di test sierologici. Obiettivo, un’indagine a campione sulla diffusione del virus nella popolazione italiana fin qui asintomatica. La Abbott, che si era impegnata a fornire gratuitamente i test, sostiene di averlo fatto. La risposta che arriva dall’ufficio del commissario non appare così netta: «Sono ancora in consegna, in ogni caso per avviare lo screening è necessario il via libera del ministero della Salute sulle questioni della privacy». Il ministero della Salute fa sapere che quella decisione non è stata ancora presa dal garante. E i ritardi si accumulano. Anche per questo ogni Regione si sta muovendo a modo suo: da una parte per sottoporre al test sierologico con screening pubblici le categorie che ritiene prioritario testare (operatori sanitari, forze dell’ordine, contatti stretti dei sintomatici), dall’altra per adottare provvedimenti per la popolazione generale, soprattutto per i lavoratori. L’imprenditore Nicola Bedin, che con il team di esperti del suo gruppo Lifenet Healthcare, sta facendo consulenze in materia di sicurezza da rischio coronavirus a diverse aziende — tra le quali Ferrari, Gucci, Marelli, Tim, Pellegrini, Technogym, Vibram — fotografa la situazione: «La normativa oggi è confusa e varia da regione a regione. In alcune i test sierologici si possono fare ed eventualmente si può anche eseguire con il servizio sanitario il tampone in tempi ragionevoli. In altre no. In altre ancora non si sa. Un contesto chiaro è quello dell’Emilia-Romagna, che ha fatto una delibera già lo scorso 16 aprile dando la possibilità alle aziende di effettuare screening semplicemente facendo istanza attraverso uno specifico modulo. In Lombardia le imprese sono invece in fremente attesa di una delibera, che ad oggi non è ancora disponibile».

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La ripartenza da lunedì 4 maggio
Le 51 macchine per produrre mascherine

Uno dei temi che hanno più tenuto banco in questi giorni è quello delle mascherine (leggi qui l’approfondumento di DataRoom sui sistemi di protezione). Con la riapertura del 4 maggio le farmacie avrebbero dovuto averne in quantità ma si è scoperto, a scorte ormai esaurite, che le due società distributrici avevano dato ad Arcuri una cifra sbagliata. Avevano stimato di averne 12 milioni disponibili ma 9 milioni di quei 12 erano (e sono) ancora da certificare all’Istituto superiore di Sanità perché mancano alcuni requisiti di idoneità. Quindi sono invendibili. «Da una parte abbiamo fatto l’errore di quella stima dei 12 milioni — si dispiace il presidente della Federfarma Servizi, cioè una delle due società — ma dall’altra parte avevamo considerato che le aziende italiane fossero pronte con la produzione». E invece no, le aziende non sono ancora pronte. Poco dopo la nomina, Arcuri aveva assicurato di avere gli strumenti necessari a non dipendere più dalla Cina per le mascherine: ha deciso di comprare 51 macchine che possano produrle in Italia. Quante di quelle macchine sono già operative? Nessuna. I collaboratori del commissario ostentano comunque ottimismo: «Il 12 maggio sarà messa in funzione la prima che produrrà, a regime, un milione di mascherine al giorno». La scaletta prevede queste tappe: entro il 30 maggio funzioneranno 2 macchine, entro il 15 giugno 6, entro il 30 giugno 10, entro il 15 luglio 35, entro il 30 luglio 47, entro il 15 agosto 49, entro il 31 agosto tutte e 51. Produrranno 35 milioni di pezzi al giorno, che diventano 41 milioni assieme alla produzione dei privati. L’autosufficienza. Rimane un dubbio: a fine agosto varrà ancora la pena di aver messo in piedi tutto questo meccanismo dell’autoproduzione? «Certo, perché le mascherine serviranno ancora, e a lungo» rispondono dalla task force del commissario. Resta il fatto che adesso ne abbiamo sicuramente molto bisogno e dipendiamo dalla Cina, da intoppi di spedizione, dogane, distribuzione, e dai fornitori che faticano a vendere all’Italia perché il prezzo calmierato a 0,50 garantisce un margine di profitto che loro ritengono troppo basso. Altro argomento: le tabaccherie. Era stato lo stesso commissario Arcuri ad annunciare nella sua conferenza stampa del 2 maggio un accordo imminente con i tabaccai per una distribuzione più capillare delle mascherine (i tabaccai sono in tutti i comuni d’Italia, esclusi 724). L’accordo ancora non è firmato. Il testo è pronto ma dopo quanto accaduto con la distribuzione nelle farmacie si è deciso di fermarsi: prima si verifica la lista dei fornitori, poi si firma l’accordo. Ma così continua a trascorrere il tempo.

L’app «Immuni»

Resta un’incompiuta anche la app per il tracciamento dei contatti, capace di avvertire chi è stato vicino a una persona risultata positiva. Nelle intenzioni iniziali doveva essere uno degli strumenti essenziali per avviare in sicurezza la fase 2, un’arma necessaria per evitare un’eventuale seconda ondata. Ma mentre la fase 2 va avanti e ogni settimana si va verso nuove riaperture, la app ancora non c’è e nessuno sa dire se e quando ci sarà. Il governo, attraverso la task force del ministero dell’Innovazione, partendo da 770 candidature alla fine ha scelto Immuni. Con uno strascico di polemiche sulla sicurezza che non è ancora finito e che sembra aver minato in partenza la fiducia degli italiani verso la app. Che però se sarà poco diffusa, sarà anche poco efficace. Fino al 15 maggio, in realtà, non può succedere nulla. Quel giorno, salvo ritardi, Apple e Google rilasceranno gli aggiornamenti necessari per farla funzionare. Poi ci vorrà un periodo di sperimentazione, che dovrebbe riguardare una grande città e un’area a bassa densità di popolazione. Un’ipotesi è concentrare i test su Milano e il Molise. Questa fase dovrebbe durare un paio di settimane, dopodiché per andare a regime in tutto il Paese si dovrà aspettare fine maggio. Poi tutto dipenderà da quanti scaricheranno Immuni. L’obiettivo iniziale del governo era il 60% della popolazione, che poi è anche la soglia minima indicata dagli esperti per un tracciamento efficace. Ma negli ultimi giorni la quota è scesa più realisticamente al 25-30%. Basterà per il tracciamento che servirebbe?

I trasporti pubblici

Altro punto dolente sul quale molte cose sono ancora da registrare, è quello dei trasporti, vero anello debole della catena nella fase 2. Su bus, tram e metro la capienza è stata ridotta al 25% di quella solita. Ma non si capisce chi deve controllare il rispetto di questa regola. Non gli autisti, che devono guidare. Non i controllori, che sono pochi ed è difficile assumerne nuovi perché le aziende hanno i conti in rosso, specie dopo questi due mesi di biglietti zero. Una mano la danno, nel gestire i flussi a terra, i volontari della Protezione civile. Ma per il resto ci si deve affidare all’autoregolamentazione, cioè al buon senso di tutti noi. E non sempre va tutto bene, specie sulle metropolitane. Aiuta, ma è un paradosso, il fatto che per il momento le persone usano poco i mezzi pubblici. Nel primo giorno della fase 2, lunedì scorso, secondo i dati di Asstra, l’associazione delle aziende del settore, sui mezzi pubblici si sono mossi tre milioni di persone. Siamo al 20 per cento del livello normale, il doppio rispetto al lockdown. In aumento ma ancora pochi. La maggior parte degli italiani ha scelto l’auto, anche grazie alla sospensione delle chiusure dei centri storici e allo stop per la sosta a pagamento. Il traffico cresce. Mentre per le piste ciclabili temporanee, annunciate in molte città come strumento di mobilità alternativa, siamo ancora alle prime pennellate. Reggerà il sistema quando a muoverci saremo di più e la pioggia trasformerà bici e monopattini in soluzioni per pochi coraggiosi?

Sorgente: corriere.it

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