Cosa rischiamo in Siria | Rep

6 Marzo 2020 0 Di Luna Rossa

di Bernard Guetta

Anche l’inazione ha un prezzo e dobbiamo assolutamente uscirne. In Siria, malgrado le pressioni della Francia, Barack Obama aveva deciso di non far rispettare a Bashar al-Assad le linee rosse che lui stesso aveva fissato. Il suo successore, poi, si è ritirato quasi completamente dal Medio Oriente, mentre l’Europa decideva di non agire da sola. La Russia si è precipitata a riempire il vuoto per riprendere piede nella regione accanto ai regimi di Damasco e di Teheran. Mosca è ridiventata protagonista mondiale mentre le democrazie occidentali si ripiegavano su se stesse, e Putin ha deciso di mettere fine al conflitto siriano. Idlib, alla frontiera con la Turchia, l’ultima sacca di resistenza dell’opposizione, dove 900 mila rifugiati avevano trovato riparo sotto la protezione molto relativa degli avamposti turchi, doveva cadere.

In uno spazio aereo controllato dalle forze russe, l’aviazione siriana ha dunque preso a bombardare quei 900 mila sventurati, intrappolati in una nassa, senza ospedali, senza rifornimenti, senza possibilità di fuggire perché la Turchia aveva chiuso la sua frontiera.

Recep Erdogan ha deciso di vendicare l’attacco russo-siriano contro i suoi avamposti. Raccoglie il guanto di sfida, risponde ai raid siriani e attraverso di essi alla Russia, e per indurre noi europei a darci una mossa lascia ormai marciare verso la Grecia i rifugiati che si era impegnato a trattenere all’interno del suo territorio.

Avevamo preferito l’inazione all’azione perché ci sembrava meno costosa, ma ora non possiamo più rimanere passivi, noi 27 Stati membri dell’Unione Europea. L’Unione non può più mostrarsi colpevole di omissione di soccorso a 900 mila persone in pericolo, lasciare che i conflitti si moltiplichino alle sue frontiere, accettare una tale passività, urlare la sua inesistenza e finire per farsi trascinare a sua volta in quello che tanto teme: il ritorno della Storia e delle guerre.

Tra tutti e 27 gli Stati, 28 addirittura se la Gran Bretagna si unisse a noi, abbiamo un numero di velivoli militari più che sufficiente per interdire il cielo di quella regione all’aviazione siriana e, prendendo quattro piccioni con una fava, mettere fine al martirio degli sfollati di Idlib, far cessare gli scontri e indurre la Turchia a rinunciare al ricatto dell’apertura delle sue frontiere con l’Unione.

Non si tratterebbe, per noi, di andare a rovesciare il regime siriano. Non significherebbe entrare in guerra con Damasco, ma quell’ingerenza che l’umanità e i nostri interessi ci impongono, ci metterebbe in contrapposizione, è questo è un fatto, con la Russia, che oggi è padrona dello spazio aereo siriano. Esiste un rapporto di forze ed è talmente sbilanciato a nostro danno che le aviazioni del Vecchio Continente non avrebbero gli strumenti per intervenire senza la mobilitazione di mezzi americani, attraverso la Nato.

In un periodo in cui Donald Trump si ritira ovunque, sarebbe un’impresa tutt’altro che agevole convincerlo a intervenire al nostro fianco. Tutto sommato, non sarebbe neanche indispensabile e potrebbe perfino essere controproducente, ma almeno potremmo far notare agli Stati Uniti che rifiutandoci il loro supporto logistico sarebbero loro a rendere la Nato obsoleta. Questo gli americani lo capirebbero e il dramma di Idlib e i suoi sviluppi mettono a nudo le differenza di priorità fra Stati Uniti e Unione Europea, la conseguente necessità di un’autonomia strategica dell’Europa e il bisogno che resti in vita l’Alleanza atlantica, in seno alla quale ormai dev’esserci una ripartizione dei compiti tra i due pilastri, quello americano e quello europeo.

Per noi europei, questa crisi è un test. Abbiamo abbastanza lucidità per comprendere i pericoli che rappresenta il caos alle porte di casa nostra? Abbiamo abbastanza volontà per farci carico delle responsabilità che questo comporta? Abbiamo abbastanza unità per far esistere l’Unione di fronte alle sfide che la minacciano? Non si sa. Io non lo so, ma di certo non sarebbe nel nostro interesse né ridurre a una barzelletta i nostri principi di umanità disinteressandoci della sorte dei 900 mila di Idlib, né lasciare che si sviluppino due nuove guerre alle nostre frontiere, né vedere le estreme destre trarre profitto dai nuovi afflussi di rifugiati, né spaccarci di nuovo fra Paesi rispettosi del diritto d’asilo e regimi che lo considerano solo un’anticaglia nefasta.

Attenzione! Se non faremo niente, se non reagiremo come non abbiamo reagito ieri in Georgia e oggi in Ucraina, avremo informato il Cremlino che ormai può fare quello che vuole, perché la Casa Bianca è altrove e noi non abbiamo il coraggio di esistere. È così che si finisce in guerra, e nelle peggiori condizioni.

Sicuramente, sarebbe anche così che perderemmo l’occasione di aprire delle discussioni con la Russia sulla ricerca di un modus vivendi fra quei due pilasti del continente europeo che sono l’Unione Europea e la Federazione Russa. Con il presidente russo bisogna parlare, questo è ovvio. È necessario. È sempre più indispensabile cercare con lui le vie di una coesistenza, e poi di una cooperazione, ma per questo serve un’Unione forte. È necessario avere la possibilità di parlare da pari a pari con il più esteso dei paesi del mondo, e non è lasciandolo libero di agire a Idlib che vi riusciremo.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Sorgente: Cosa rischiamo in Siria | Rep

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