Pertini 30 anni dopo | Rep

24 Febbraio 2020 0 Di Luna Rossa

Il 24 febbraio 1990 moriva il partigiano socialista che fu presidente della Repubblica dal 1978 al 1985. Salvò le istituzioni dal buio del terrorismo. E fu l’antesignano della politica spettacolo

di FILIPPO CECCARELLI

Si sa: beato il Paese che non ha bisogno di eroi. Per dire che l’Italia non ha potuto fare a meno di Sandro Pertini: uomo del XIX secolo, vegliardo integerrimo ed eroe appunto della Resistenza. Spinto al Quirinale da scandali e terrorismo, grazie alla sua immensa popolarità riuscì a salvare le Istituzioni, imprimendo però al vertice dello Stato un segno fin troppo personale. Così, dopo tanti anni, e con tutta la riconoscenza che la sua figura merita, viene in mente che proprio con Pertini il potere iniziò a cambiare forma, sostanza, ritmo e palinsesto, fino a trasformarsi in quello che è oggi.

Nel penultimo anniversario pertiniano, due anni fa, oltre all’ovvia presenza di ricordi e cimeli della nostalgia, si era segnalata nei meandri del web-commerce una linea di prodotti (felpa, tazza, zainetto, tappetino mouse, perfino un body da neonato) recanti l’icona presidenziale stilizzata a braccia aperte e la formula, fra il pedagogico e il predicatorio: «Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre». Ora, magari sarebbe stato lui il primo ad adirarsi per l’uso di una sua frase in nome del popolo.

Ma il punto è che dal pop al populismo il transito si è rivelato assai più scorrevole del dovuto; così come il dominio degli spettacoli, di cui egli fu antesignano e one man show, ha finito per incoraggiare la messa in scena della più demagogica menzogna. Forse al momento quel suo ubiquo protagonismo scenico, quel desiderio di andare incontro alla “gente” con il cuore in mano erano inevitabili, e in questo senso non è un caso che Pertini si fosse precipitato a Vermicino, là dove, ormai secondo i manuali, andava insediandosi un nuovo sistema di comunicazione.

Quello stesso che lo portò a rompere il protocollo mischiandosi a scolaresche, vignettisti, emigrati, tifosi, giocatori della nazionale e famiglie reali. Elegante com’era, fra i pochi a potersi consentire abiti marron e curiosi stivaletti, con inseparabile pipa esultava allo stadio, faceva il galante, ricordava e sbagliava i nomi, a volte apposta, si commuoveva e scherzava beandosi dei cori “San-dro! San-dro!”, delle canzoni, da Venditti a Toto Cotugno, e delle imitazioni, “nevvèro”.
E i baci alla bandiera, le battute, le scenate, le riconciliazioni, rare volte il perdono, a parte gli auguri televisivi di Capodanno, ogni volta forieri di suspence e sorprese, i collegamenti internazionali del terrorismo, l’appello ai sequestratori del bimbo, il nome sbagliato dello stato del centroamerica…

In un contesto nel quale sempre più il vuoto di rappresentanza era colmato da un pieno di rappresentazioni, il personaggio di Pertini era perfetto, per le cronache politiche come per un cartone animato, un nonnetto insieme fervido e robotico come lo raffigurava del resto un artista fuori dal seminato come Andrea Pazienza, e come viene fuori ancora oggi, fra colori sgargianti e musica rock, in Pertini il combattente di Giancarlo De Cataldo e Graziano Diana.

E certo fu indispensabile che ci fosse uno come lui, l’unico che godeva di un consenso universale, ad avversare il discredito che già affliggeva la classe politica, a braccia tese sulla balaustra del palco a Bologna, dinanzi ai fischi dopo la strage della stazione. Così come fu abile a districarsi nel Palazzo: uno scappellotto a Craxi, un incoraggiamento ad Andreotti, un incarico a Spadolini, un ganascino a Martelli e una sberla a De Michelis, una carezza a Berlinguer, un ceffone in pieno volto ai piduisti. Sul piano storico-istituzionale, come si capisce dai due volumoni di Cassese, Galasso e Melloni pubblicati dal Mulino lo scorso anno, non fece irreparabili errori.

Ma quando, dopo il terremoto in Irpinia, convocata la tv prese di petto il governo sul ritardo dei soccorsi, beh, per quanta ragione avesse nel merito fu la prima volta che un potere dello Stato ne scavalcava un altro per rivolgersi direttamente al popolo – o al pubblico, se si vuole, comunque sperimentando il brivido aurorale della disintermediazione. Il paradosso è che proprio per bloccare questa tentazione i signori dei partiti scelsero Cossiga; mentre il paradosso dei paradossi è che proprio il successore di Pertini impugnò il piccone; e proprio allora la storia si mise a correre.

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