Coronavirus, non c’è vaccino né cura, ma dai sintomi si può passare alla diagnosi rapida: ecco come | corriere.it

Coronavirus, non c’è vaccino né cura, ma dai sintomi si può passare alla diagnosi rapida: ecco come | corriere.it

1 Febbraio 2020 0 Di Luna Rossa

Coronavirus, non c'è vaccino né cura, ma dai sintomi si può passare alla diagnosi rapida: ecco come

Intervista con lo scienziato Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e docente all’Humanitas University

di Adriana Bazzi

Tre giorni fa la multinazionale Johnson&Johnson, attraverso le sue aziende Janssen, ha annunciato che metterà a disposizione il suo know-how di ricerca nel campo dei vaccini (loro è, per esempio, quello sperimentale contro il virus Ebola) e di alcuni farmaci anti-virali (molti utilizzati contro l’Hiv, l’agente dell’Aids) per rispondere alla minaccia globale da Coronavirus. Ma quali sono le prospettive di poter disporre, in tempi rapidi, di vaccini e farmaci per arginare questa infezione? (che non è ancora tecnicamente un’epidemia, se non in Cina: negli altri Paesi, a oggi, i casi sono pochi e circoscritti). Lo chiediamo ad Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e docente all’Humanitas University.

«Al momento, la prima linea di difesa nei confronti di questa emergenza che sta diventando globale, è la diagnostica: cioè la possibilità di intercettare l’infezione in tempi rapidi con test a basso costo. E di conseguenza la possibilità di mettere in atto tutte le misure di contenimento disponibili per consentire l’isolamento dei malati infetti e impedire il contagio. È quello che sta avvenendo nel nostro Paese e in tutto il mondo Occidentale, che si può ritenere abbastanza al sicuro».

Che succede nei Paesi che non hanno un sistema sanitario efficiente? «La vera preoccupazione riguarda, appunto, le aree povere, l’Africa innanzitutto, dove la mancanza di infrastrutture sanitarie è una seria minaccia al diffondersi su larga scala dell’infezione (ricordiamo: i tassi di mortalità da coronavirus non sono alti, ma se il numero di persone infettate è grande, le morti saranno in proporzione, ndr)».

Veniamo a potenziali farmaci e vaccini. Che cosa ci possiamo aspettare dalla ricerca?
«Ci sono antivirali utilizzati in infezioni da altri virus con successo, ma occorre tempo per testarli anche sul nuovo Coronavirus (che si definisce, in sigla, 2019-nCoV, oppure Coronavirus di Wuhan, la città della Cina dove è comparso, ndr) . E c’è un problema: non esiste un modello animale su cui valutarli, perché il topolino non ha quei recettori attraverso i quali il virus si attacca alle cellule polmonari e provoca, poi, polmonite».

A studiare soluzioni contro il Coronavirus non c’è solo l’industria dei farmaci, ma ci sono anche ricercatori indipendenti?
Sì. In Germania, per esempio, un gruppo, guidato da Rolf Hingelfeld, da tempo si occupa di Sars (la sindrome, sempre provocata da Coronavirus, comparsa nel 2002, ndr), ha portato avanti studi sulla struttura di questi virus e sta identificando alcuni composti in grado di agire su un enzima, la proteasi, che è una proteina virale capace di interferire con la replicazione dei virus e che può essere bloccata dai farmaci».

Il tema dei vaccini è ancora più complesso. Qualche estemporanea dichiarazione, arrivata dalla Cina in questi ultimi giorni, parla della possibilità di metterne a punto uno nel giro di pochi mesi? Si può fare?
“E’ improbabile, anzi impossibile perché costruire un vaccino richiede molto tempo e molta ricerca”.

Una corsa contro il tempo, dunque. Quanto durerà questa situazione, quando questa infezione si esaurirà ed è ragionevole contare, nel frattempo, su nuovi farmaci e vaccini?
«Nessuno può predirlo. «La durata dell’infezione dipende da tantissimi fattori». Per fare qualche paragone, aggiungiamo noi, certi focolai da infezione da virus Ebola si autoelimitano perché il virus, nella maggior parte dei casi, ammazza chi ne è infetto. E si esaurisce. Diverso è il discorso dell’Aids: il virus è più furbo, si adatta all’organismo umano, non lo uccide subito e così si può diffondere, piano piano. Per i Coronavirus, ci si deve basare sui dati della Sars, la sindrome severa respiratoria che si è diffusa nel 2002-2003, sempre provocata da un virus di questo tipo: alla fine si è esaurita con pochi decessi. Meno di quelli che si verificano con l’influenza stagionale dalle nostre parti, per chi non si vaccina ( e qui il vaccino c’è, ma ancora pochi lo fanno).

Ultima domanda, professor Mantovani. In questo caso, tutta la comunità scientifica si è messa a disposizione, le grandi riviste scientifiche pubblicano ogni giorno aggiornamenti sulla situazione con dati alla mano, accessibili gratuitamente (di solito gli articoli si pagano profumatamente). Per dire, il New England Journal of Medicine ha appena pubblicato uno studio di ricercatori cinesi che spiega le dinamiche della trasmissione del virus partito da Wuhan. Che ne pensa?
«La condivisione dei dati fra scienziati e la trasparenza sono altrettanti armi per combattere questa situazione. Morale: non bisogna mai spegnere i riflettori sulla ricerca che è poi quella che troverà le soluzioni definitive. Almeno si spera».

Sorgente: corriere.it

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