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Banda della Magliana: Enrico De Pedis fu ucciso 30 anni fa: crimini, amori e amicizie (in tonaca) – Corriere.it

di Fabrizio Peronaci

I bancarellari attorno alla statua di Giordano Bruno stavano cominciando a riporre le cassette di frutta e verdura, il forno all’angolo continuava a sfornare la pizza bianca più buona di Roma e la sora Cesira, uscita dal macellaio, se ne stava tornando a casa dalle parti di piazza del Pallaro, quando un colpo di pistola, il rombo di una moto, grida, imprecazioni e fuggifuggi richiamarono l’attenzione di tutti verso via del Pellegrino. «L’hanno accoppato! Girate alla larga! Chiamate la polizia!»

Erano le 13 del 2 febbraio 1990, un venerdì. Esattamente trent’anni fa. La saga delinquenziale e poi giudiziaria (post mortem) e poi cinematografica e poi televisiva di Enrico De Pedis detto Renatino, il boss più celebrato della lunga storia nera di Roma, un Romanzo criminale per fortuna alle nostre spalle, comincia così. Dalla scena del suo omicidio: «a bocca sotto» sui sampietrini, a due passi da Campo de’ Fiori, freddato da due killer su una potente motocicletta, mentre lui era a bordo del suo scooter 50. Tentò di scampare al fuoco, il «Presidente», come ossequiosamente veniva chiamato nel mondo della «mala» capitolina, anche se aveva solo 35 anni: percorse ancora 40-50 metri in sella, a zig-zag, prima di schiantarsi contro una Renault rossa e crollare. Fine di partita. Sogni di gloria tramontati per sempre. Il rientro in società dalla porta principale, attraverso le amicizie altolocate nel mondo degli affari e all’ombra di qualche sacrestia, non gli riuscì. Renatino De Pedis fu ucciso come un banditello qualsiasi, grazie alla soffiata di una mezzacalza del crimine soprannominata «il Giuda», perché aveva smesso di dividere con gli ex compari i proventi di una giovinezza vissuta pericolosamente. E, da quel momento, in una società come quella italiana a corto di punti di riferimento, ormai prossima allo sbriciolamento della Prima Repubblica sotto un diluvio di mazzette, iniziò la celebrazione del «mito». Di colui che è passato alla storia come il capo della banda della Magliana, ma che in realtà non è che ci avesse messo mai piede, tra quei palazzoni di periferia pieni di povera gente, infestati da zanzare e topi negli scantinati… (Qui l’articolo su che fine hanno fatto i boss della Banda della Magliana)

Renatino era nato il 15 maggio 1954 a Trastevere, dove ancora oggi i fratelli sono noti come gestori di ristoranti, e i suoi movimenti si limitavano al vicino rione Testaccio, per la fraterna amicizia con Raffaele Pernasetti, detto «er Palletta» (oggi cuoco), e alla Roma del centro storico, scavalcato il Tevere passando da ponte Garibaldi o da ponte Sisto. Rapine, scippi, racket ai commercianti: gli esordi da sbarbatello nel crimine capitolino gli costarono il primo arresto a soli vent’anni, seguito da un secondo nel 1977, per un colpo commesso al fianco di Alessandro D’Ortenzi, detto «Zanzarone». Fu un gran colpo di fortuna, in realtà. Trovandosi in galera, infatti, Renatino non fu coinvolto dal punto di vista giudiziario nella prima vera azione della «bandaccia», appena nata dalla fusione di diverse «batterie» di rapinatori: il rapimento del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, che fu preso il 7 novembre 1977 e che (nonostante l’uccisione dell’ostaggio) fruttò due miliardi di lire di riscatto, primo tesoro da cui partire per la conquista e il controllo della città. Le tappe successive della carriera di Renatino sono note. Anche grazie al suo stile curato, sempre elegante, pettinato, azzimato, De Pedis salì rapidamente ai vertici del crimine romano, facilitato dalla morte violenta dei suoi concorrenti, Franco Giuseppucci detto «er Negro» e Daniele Abbruciati, tra gli altri. Per consolidare la sua autorevolezza faceva leva, il «Presidente», più sulla frequentazione dei salotti giusti e sullo spirito imprenditoriale (investimenti in attività pulite come imprese, locali o ristoranti) che sulla violenza e sul crepitio delle armi.

Sabrina Minardi ai tempi della relazione con De Pedis
Sabrina Minardi ai tempi della relazione con De Pedis

Con qualche passo falso, però. Almeno stando alle rivelazioni a scoppio ritardato (anni Duemila) della sua amante Sabrina Minardi (in seguito moglie del calciatore Bruno Giordano) fu proprio De Pedis nel 1983 a garantire la «gestione operativa» del sequestro di Emanuela Orlandi, la quindicenne figlia di un messo pontificio mai più tornata a casa, per conto di un pezzo da Novanta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca come il capo dello Ior, monsignor Marcinkus. E sempre lui a sopprimere la ragazzina impastando il corpo in una betoniera sul litorale romano, assieme a quello di un ragazzino (Domenico Nicitra) che in verità non era ancora stato rapito. Accuse mai fino in fondo dimostrate. Come quelle relative alle entrature finanziarie e politiche ai massimi livelli di Renatino, che sarebbe stato di casa persino dal divo Giulio. «E poi le cene da Andreotti – ebbe ancora a dichiarare la Minardi – Renato ricercato… Accoglienza al massimo… siamo andati su… eh… C’era pure la signora… la moglie… Una donnetta caruccia… Ovviamente davanti non parlavamo di niente…»

Di certo, la donna che ancora adesso ne custodisce con orgoglio la memoria è un’altra: fu con Carla Di Giovanni, conosciuta da ragazzino a Testaccio e oggi pensionata dell’istituto case popolari di Roma, che De Pedis si decise a compiere il gran passo e a unirsi in matrimonio il 25 giugno 1988, a 34 anni, in una cerimonia fastosa e memorabile. La vita privata: da leader. Abitavano, lui e «Carletta», come la chiamano tuttora i malacarne di Trastevere, in un delizioso appartamento sopra piazza San Lorenzo in Lucina, roba da 20 mila euro al metro quadrato, a volerlo acquistare oggi. Pasteggiavano a champagne. Lui talvolta l’accompagnava nelle vicine boutique dell’alta moda. E anche il suo armadio traboccava di modelli griffati. E la morte: altrettanto sfarzosa. Dopo quel 2 febbraio di sangue in via del Pellegrino e un funerale di lusso (come raccontato di recente al Corriere dall’impresario delle pompe funebri), Renatino riposò in un cimitero ordinario, per comuni mortali, come il Verano, neanche due mesi.

Lo striscione attaccato nel 2012 sulla basilica di  Sant’Apollinare
Lo striscione attaccato nel 2012 sulla basilica di Sant’Apollinare

Poi, in seguito alle pressioni della vedova, evidentemente stimata in ambienti clericali, a favore del defunto scattò un’eminente raccomandazione, alla quale fu dato seguito a tempo di record. Nel marzo del 1990 fu infatti il cardinale Ugo Poletti in persona, all’epoca presidente della Cei e vicario della diocesi di Roma, a firmare il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma di Renatino nella basilica di Sant’Apollinare, luogo controverso, tra l’altro, perché proprio nell’attigua scuola di musica era stata vista per l’ultima volta Emanuela Orlandi prima di svanire nel nulla.

Emanuela Orlandi, la storia e i personaggi di un mistero
L’appello di Karol Wojtyla all’Angelus del 3 luglio 1983

Anche qui, gli sviluppi sono noti. E relativamente recenti: nel giugno 2012, sull’onda delle polemiche sull’«indegna sepoltura», legate anche alle proteste della famiglia Orlandi, i resti del fu «Presidente» della mala romana sono stati spostati altrove. A Prima Porta, in un primo momento. E poi cremati e dispersi in mare, per volere della moglie, che ancora oggi vive quella «cacciata» dalla basilica come un affronto e illustra il proprio profilo sui Social con la foto del loro attichetto nel centro di Roma, dirimpetto allo studio di Andreotti, eletto a simbolo di tempi ruggenti e felici. ([email protected])

Sorgente: Banda della Magliana: Enrico De Pedis fu ucciso 30 anni fa: crimini, amori e amicizie (in tonaca) – Corriere.it

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