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Criminalità, 65mila beni sequestrati e confiscati in 8 anni. E nessuno sa quanto valgano

Solo negli ultimi 8 anni, la nostra magistratura ha sequestrato o definitivamente confiscato un totale di 65.502 beni fra mobili, immobili, beni finanziari e aziende.

Che fine fa tutta questa ricchezza? Dal momento del sequestro e sino alla confisca di secondo grado i beni sono gestiti dall’amministrazione giudiziaria; dalla confisca di secondo grado in poi, subentra invece un ente autonomo controllato dal ministero dell’Interno, creato nel 2010: l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati (Anbsc). Il compito dell’Agenzia è quello di gestire i beni sino alla loro destinazione, vale a dire il riutilizzo da parte della collettività. Gli immobili o le aziende, infatti, possono essere mantenuti al patrimonio dello Stato oppure trasferiti agli enti territoriali, che devono utilizzarli per finalità istituzionali, uffici pubblici o assegnarli, tramite bando pubblico, a realtà sociali in comodato d’uso gratuito.
Quanti immobili e aziende sono finiti agli Enti

Dal 1982 – cioè da quando è stata emanata la legge Rognoni-La Torre, che per la prima volta ha previsto il reato di associazione mafiosa e la necessità di aggredire i beni degli appartenenti alle cosche – al 31 ottobre 2018, i beni immobili tornati alla collettività sono stati 15.037. Di questi, e al netto degli immobili andati distrutti o demoliti o di cui è stata revocata la destinazione, 2.208 sono stati mantenuti al patrimonio dello Stato, 757 sono stati venduti, 12.056 sono stati trasferiti agli enti. Restano invece ancora in mano all’Agenzia 17.318 immobili, perché la confisca non è definitiva o perché non è riuscita ancora a dargli una destinazione. Per le aziende: dal 1982 ne sono state destinate 944, mentre 3.023 risultano ancora in gestione.

Come avviene il processo di destinazione

Per agevolarne i meccanismi, dal 2016, i beni vengono proposti agli enti interessati, mediante delle conferenze dei servizi telematiche, su una piattaforma ad hoc: «Open ReGIO». Ad oggi sono state indette 28 conferenze dei servizi che hanno interessato in particolare Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Lombardia, Veneto. Una volta assegnato, l’Ente deve attivarsi affinché il bene sottratto alla criminalità torni concretamente alla collettività. Succede spesso che l’immobile, disabitato da anni, richieda interventi di ristrutturazione, o i capannoni siano ormai fatiscenti, e che i Comuni di piccole dimensioni non abbiano le risorse per metterli a posto e riutilizzarli. In sostanza, sebbene la destinazione sia l’ultimo atto di un processo che toglie al mafioso per restituire ricchezza allo Stato e ai cittadini, talvolta finisce con il rappresentare un costo insostenibile.

Sperpero della ricchezza: aziende fallite e immobili inutilizzati

Cominciando dalle aziende, il destino di quelle restituite alla collettività, nel 93% dei casi, è la loro messa in liquidazione. Nel 2018 l’Agenzia ha fatto il punto sugli immobili destinati: 11.948 risultavano assegnati agli enti territoriali che, contattati per conoscere lo stato del bene, hanno risposto solo in 1.800. Risultato: 609, ossia il 34%, giacevano inutilizzati. «La percentuale è destinata ad aumentare», scriverà la stessa Agenzia nella sua relazione poiché, se per gli altri 10.148 beni non è stata nemmeno data una risposta, forse è perché non sarebbe stata positiva. In realtà, stando al Codice Antimafia , il destino dei beni dovrebbe essere facilmente monitorabile sia dall’Agenzia che dai cittadini poiché gli enti sono tenuti a pubblicare in un’apposita sezione dei propri siti istituzionali, aggiornata con cadenza mensile), tutte le informazioni sui beni acquisiti: consistenza, utilizzo e, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l’oggetto e la durata dell’atto di concessione. La mancata pubblicazione è addirittura sanzionata, eppure sono pochissimi gli enti che rispettano queste regole.

Da Palermo a Trieste: cosa stanno facendo dei beni assegnati?

A Palermo, l’Agenzia conta 1991 immobili destinati, ma sul sito istituzionale ne risultano 846, di cui 177 dichiarati inutilizzati e 83 occupati abusivamente. A Caltanissetta su 270 immobili destinati, sul sito del Comune se ne contano appena 39 e per 24 di questi non appare alcun dato sull’utilizzazione. A Monreale pare siano stati destinati 130 immobili, ma sul sito se ne riportano zero. Comune di Motta Sant’Anastasia (Catania) 230 immobili destinati, recensiti sul sito istituzionale zero. Comune di Lamezia Terme 212, recensiti sul sito 21, dichiarati inutilizzati 6. Ultimo aggiornamento tre anni fa. Comune di Rosarno: su 113 destinati, sul sito dell’ente se ne comunicano 51, di cui 33 inutilizzati. Il Comune di Bologna teoricamente ne gestisce 13, ma sul sito ne risultano 2, di cui uno non ancora assegnato. Per i 9 immobili destinati al Comune di Trieste, la pagina corrispondente all’elenco è in bianco. In Veneto, il Comune di Bussolengo (Verona), risulta destinatario di 26 immobili, ma nessuna informazione risulta sul sito. Ma l’Agenzia e il Ministero dell’Interno lo sanno?

470 giorni solo per comunicare all’Agenzia l’avvenuta confisca

Quando il bene è stato assegnato all’ente pubblico, l’Agenzia ne dovrebbe monitorare il destino per due anni, e nel caso in cui il bene non venisse destinato all’uso per il quale era stato affidato, l’Agenzia dovrebbe riprenderselo. Di fatto, però, rarissimi sono i casi di revoca e il motivo è che anche la revoca ha un costo, e l’Agenzia ha già un mare di problemi nella gestione di tutta la ricchezza che maneggia a causa di croniche difficoltà nello stesso scambio di informazioni. Stando agli ultimi dati elaborati nel 2016 dalla Corte dei Conti, fra la confisca di un bene e la sola comunicazione all’Agenzia Nazionale trascorrono in media 470 giorni, fino a punte di 5.400 giorni, vale a dire 15 anni. A correggere il tiro, fin dal 2011, avrebbe dovuto provvedere un sistema informatico per la gestione dei dati. «Appare inspiegabile – scrive la Corte dei Conti nel 2016 – che, nonostante i notevoli finanziamenti erogati per la realizzazione dei sistemi e applicativi informatici, siano ancora limitate a meno del 10 per cento le comunicazioni per via telematica tra gli uffici giudiziari e l’Agenzia».

Ignoto il valore di questi immobili

Eppure la relazione parlamentare che accompagnava il provvedimento di istituzione dell’Agenzia era chiara: «Se non compressi drasticamente i tempi intercorrenti tra l’iniziale sequestro e la definitiva destinazione dei beni, si rischia di provocare una crisi irreversibile nel sistema di contrasto alle mafie, con patrimoni rilevanti destinati all’abbandono e riflessi negativi per la credibilità delle istituzioni». Del resto pure l’entità di questo «patrimonio rilevante» è abbastanza ignota. Quanto valgano in denaro tutti gli immobili in capo all’Agenzia nessuno lo sa. Il dato mancava nel 2016 e manca oggi. La spiegazione: gli amministratori giudiziari spesso non stimano il valore dei beni perché fra il sequestro, la confisca e la destinazione possono passare anche dieci anni, e pertanto la stima iniziale non corrisponderebbe più a quella finale. In pratica se ne lavano le mani. I dati nel 2016 erano stati richiesti dalla Corte dei Conti al Ministero dell’Interno che, solo per il periodo 2009-2015, aveva comunicato un valore di oltre 5.306.000 euro per un totale di 14.913 immobili confiscati.

Sorgente: corriere.it

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