Scozia, la spina nel fianco di Boris Johnson, che rischia di diventare un nuovo “caso Catalogna” | Rep

13 Dicembre 2019 0 Di Luna Rossa

Il partito nazionalista scozzese della prima ministra locale Nicola Sturgeon, è l’altro vincitore delle elezioni britanniche. Ora esigerà a gran voce un secondo referendum sull’indipendenza. Johnson ha sempre detto che non se ne parla. La Scozia nel 2016 ha votato in massa per rimanere in Ue

dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERA

LONDRA. Sarà un Regno Unito a immagine e somiglianza di Boris Johnson, che ora governerà agevolmente ogni aspetto del Paese, non solo la Brexit. I 364 seggi vinti dal suo partito conservatore, quasi tutti occupati da deputati brexiter e in linea con le sue idee politiche, sono un numero enorme (solo Thatcher fece di meglio nella storia recente dei Tory) e gli daranno almeno inizialmente vita molto facile. Innanzitutto nel completare la Brexit, come il suo ossessivo slogan durante la campagna elettorale, “Get Brexit Done”, che ha prosperato sullo stallo politico e sulla frustrazione di molti elettori a tre anni e mezzo dal referendum del 2016. Così ha sfondato nei feudi storici del Labour, ossia il “Muro Rosso” del Galles, delle Midlands e del Nord dell’Inghilterra, che votarono in massa per la Brexit, tra qualche settimana sarà irreversibile.

Questo perché il controverso accordo Brexit raggiunto da Johnson con l’Ue lo scorso ottobre è pronto per essere finalmente approvato dalla Camera dei Comuni. A questo punto, vista l’ampia maggioranza del premier, non ci saranno stratagemmi o emendamenti che tengano. Il Regno Unito uscirà ufficialmente entro il 31 gennaio 2020 ed entrerà in un periodo di transizione, fino al 31 dicembre dello stesso anno, per pianificare e negoziare i rapporti futuri con l’Unione europea. Johnson e I suoi hanno già detto che non andranno oltre quella data per trattare, da Bruxelles parlano di tempo insufficiente per raggiungere un accordo di libero scambio entro quella data. Lo spettro di un “No Deal”, cioè di una pericolosa uscita di Londra dall’Ue senza accordo, tornerà presto attuale.

In ogni caso, Johnson ha stravinto l’azzardo di elezioni anticipate, mentre il Labour, con i suoi miseri 202 seggi ottenuti, da ieri è entrato ufficialmente in un lungo e dolorosissimo calvario: si dovrà scegliere un nuovo leader al posto del disastrato Jeremy Corbyn ma soprattutto si aprirà una faida interna sulla linea futura da seguire, e cioè ultra-socialista come negli ultimi anni o se tornare sulle tracce più centriste di Tony Blair.  Servirà una difficile “redenzione” dopo questo disastro e si prospettano dunque lunghi anni di opposizione per il Labour, nonostante negli ultimi dieci anni i conservatori ne abbiano combinate di tutti i colori, dal referendum Brexit a una lunghissima austerity.

Il Labour in queste elezioni ha pagato a carissimo prezzo due errori fatali. Il primo: Jeremy Corbyn, un leader che due anni fa veniva considerato il messia della nuova sinistra mondiale, oggi il detestato responsabile della catastrofe elettorale dopo aver commesso una serie innumerevoli di errori nelle ultime settimane, dal non aver chiesto scusa alla comunità ebraica sui casi di antisemitismo al suo programma elettorale per molti “collettivista”. Il secondo: aver appoggiato un secondo referendum che ha alienato gli elettori laburisti brexiter del Nord e delle Midlands e allo stesso tempo non ha attratto sufficienti voti europeisti al sud, nonostante tantissimi giovani al voto.

Proprio il fronte europeista esce a pezzi da queste elezioni. Labour e Lib-dem non hanno stretto alleanze o strategie comuni, il presunto “voto tattico” non ha avuto alcun impatto – basti vedere Kensington dove il Labour ha perso il seggio perché i Lib-Dem – e i laburisti hanno fatto corsa separata annullandosi a vicenda e favorendo il candidato conservatore, poi vincente. In questo contesto, gli stessi Lib-Dem si sono dimostrati assolutamente miopi a livello politico, la giovane leader Jo Swinson ha accumulato errori su errori (come la proposta estremista di revocare la Brexit senza nemmeno passare per un secondo referendum) e ieri è stata punita addirittura con l’umiliazione della perdita del seggio, nella sua Scozia.

Proprio la Scozia ora può diventare la vera spina del fianco di Johnson, perché ci sono tutte le premesse di un nuovo “caso Catalogna” nel cuore dell’Europa. Il partito nazionalista scozzese della prima ministra locale Nicola Sturgeon è l’altro vincitore di queste elezioni.

Con i suoi almeno 48 seggi, ben 13 in più rispetto al 2017, ha conquistato quasi tutte le circoscrizioni scozzesi e ora esigerà a gran voce un secondo referendum sull’indipendenza. Johnson ha sempre detto che non se ne parla – anzi, ha esortato a votare conservatore proprio perché “Corbyn l’avrebbe invece permesso” – e quindi la tensione salirà sempre di più. La Scozia nel 2016 ha votato in massa per rimanere in Ue e due anni prima decise di restare in Regno Unito, ma allora la Brexit non era ancora all’orizzonte. Ora è cambiato tutto. La furia indipendentista in Scozia, dopo il trionfo di ieri di Johnson ma anche di Sturgeon, crescerà sempre di più. E la sindrome Braveheart potrebbe travolgere tutti.

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