‘Ndrangheta, le risposte che mancano | Rep

23 Dicembre 2019 0 Di Luna Rossa

Di fronte agli elementi raccolti dai giudici, colpiscono la disattenzione della classe politica e la mancanza di una mobilitazione per estirpare le radici del fenomeno

di GIANLUCA DI FEO

La ‘ndrangheta ha inventato la formula criminale vincente, che le sta consegnando un primato planetario. Negli anni Ottanta si è imposta nell’Italia settentrionale, nel decennio successivo si è insediata nell’Europa centrale, poi ha gettato ponti verso l’Est ed è sbarcata nelle Americhe. Lo riconosce persino uno scrittore come Don Winslow, raccontando nel bestseller Il cartello come gli equilibri tra i narcos messicani dipendano dalla capacità di stringere rapporti con i padrini calabresi: gli unici capaci di smistare tonnellate di cocaina attraverso l’Atlantico.

Hanno una mentalità coloniale, che li spinge a impiantare nuove cosche ovunque. La descriveva un boss intercettato nelle indagini dell’allora procuratore Giuseppe Pignatone: “Il mondo si divide in due: quello che è Calabria e quello che lo diventerà”. Tutte le cellule però restano sempre legate alla terra d’origine, in un rapporto di osmosi con i paesi natii, articolato secondo rapporti di sangue e di affiliazione.

Ed è questa fusione di valori arcaici e dinamismo internazionale a renderla tanto forte. Le permette di farsi protagonista negli affari leciti e illeciti, mantenendo un’identità violenta: alterna la corruzione e il controllo dei voti alle azioni armate. Si infiltra nell’imprenditoria, nelle amministrazioni pubbliche, nel commercio attraverso figure insospettabili ma ha sempre schiere di uomini pronte a punire chi non rispetta i patti.

Negli ultimi giorni tre inchieste clamorose ci hanno costretto ad aprire gli occhi sul dilagare delle ‘ndrine. In Val d’Aosta il presidente della Regione si è dimesso dopo l’accusa di collusione. In Piemonte un assessore regionale ed ex sottosegretario è finito in cella: gli è stato contestato l’acquisto di voti dai boss. Ancora più importante l’operazione coordinata dal procuratore Nicola Gratteri perché è andata a incidere sul dominio della zona grigia calabrese, il cuore dell’impero: sono finite agli arresti 334 persone, inclusi esponenti politici di destra e sinistra, sindaci, avvocati, commercialisti, ufficiali delle forze dell’ordine. All’ex senatore Pittelli è stato addebitato di avere messo “a disposizione le sue conoscenze in Italia e all’estero per consentire il radicamento e la forte penetrazione della ‘ndrangheta in ogni settore della società civile: nelle università, negli ospedali più rinomati, all’interno dei servizi segreti, nella politica, nelle banche”. Non ci sono luoghi inaccessibili per gli emissari di queste cosche.

Di fronte agli elementi raccolti dai giudici, colpiscono la disattenzione della classe politica e la mancanza di una mobilitazione per estirpare le radici del fenomeno. Gratteri denuncia l’inerzia del “potere legislativo che ancora oggi non ci ha dato un sistema di norme proporzionato e proporzionale alla realtà criminale”.

Lo stesso procuratore da calabrese ha poi invitato i calabresi a reimpossessarsi del territorio: “Da oggi dovete andare in piazza, dovete occupare la cosa pubblica, dovete impegnarvi in politica, nel volontariato, in tutto quello che è possibile fare, andare oltre il vostro lavoro”.

Lo sosteneva anche Pio La Torre, il parlamentare comunista padre della legislazione antimafia assassinato a Palermo, parlando a Reggio Calabria nel 1973: “O la democrazia vive come partecipazione popolare e allora si possono assestare colpi di maglio a tutte le forme di intermediazione parassitaria, a tutte le forme di clientelismo, di corruzione, di mal governo che poi sono l’alimento permanente del potere mafioso o noi avremo solo l’illusione della retata in Aspromonte”.

Ed è questo il punto chiave. L’azione repressiva della magistratura e dei corpi di polizia è inutile se non viene accompagnata a una rinascita. Dopo ogni retata, i ranghi vengono inevitabilmente rimpiazzati perché non si costruisce un’alternativa alle prospettive criminali. E questo compito spetta alle istituzioni, locali e soprattutto nazionali.

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