Governo, l’ipotesi elezioni agita la politica. E nel M5s la scissione è più vicina | Rep

19 Dicembre 2019 0 Di Luna Rossa

Tutti si chiedono se il referendum sul taglio dei parlamentari avvicini o allontani il voto. E intanto il senatore Paragone e altri dieci grillini sarebbero pronti a lasciare il gruppo di Palazzo Madama per formarne uno autonomo. Resterebbero però nella maggioranza, copiando l’operazione di Matteo Renzi

di ANNALISA CUZZOCREA E CONCETTO VECCHIO

Nel giorno che sancisce il possibile slittamento della legge sul taglio dei parlamentari tra i deputati e i senatori riuniti al Quirinale, per gli auguri alle alte cariche, è tutto un interrogarsi: questa novità allunga o accorcia la legislatura? Ma all’orizzonte si profilerebbe un’altra incognita, se confermata. Dieci senatori del M5S, guidati da Gianluigi Paragone, sarebbero pronti a staccarsi dal Movimento e a costituire un gruppo autonomo. Un po’ come fece Matteo Renzi con Italia viva, a settembre. Resterebbero nella maggioranza, ma pungolandola. Seguirebbero Paragone, che non aveva votato la fiducia al governo giallorosso, e che da allora è di fatto all’opposizione, senatori come Emanuele Dessì, Dino Mininno, Luigi Di Marzio. Una pattuglia che risulterebbe decisiva, perché a quel punto a Palazzo Madama la maggioranza, attualmente a quota 166, dunque di pochi voti sopra la soglia di sicurezza, sarebbe sempre in balia degli scissionisti. La caratteristica che accomuna il gruppo è l’insofferenza per la leadership di Di Maio, al quale viene rimproverato di non tenere in debita considerazione le istanze della minoranza interna.

E mentre queste nubi si addensano sul governo al Quirinale la star è Mario Draghi, evocato continuamente come possibile premier di un esecutivo di larghe intese. Mattarella e Draghi si salutano a lungo, con molto calore, dopo la cerimonia. Attorno ministri, parlamentari, grand commis, osservano la scena. Draghi si ferma a colloquio con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e con l’ex premier Mario Monti. La ministra Paola De Micheli dice: “Non si va a votare”. E pure il ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, allontana l’ipotesi: “Con quale motivazione, poi? Per poter godere di un Parlamento da 945 seggi? Ma sarebbe un boomerang. La gente ci contesterebbe subito”.

Nel salone c’è anche Valerio Onida, presidente emerito della Consulta: “Andare al voto con le vecchie regole, e poi, mesi dopo ritrovarsi con una legge che dimezza il numero dei parlamentari? Beh, il nuovo Parlamento sarebbe subito delegittimato”. Onida ipotizza che il Presidente della Repubblica potrebbe operare una moral suasion, per evitare una simile evenienza, e cercare di formare un’altra maggioranza. Un’ipotesi, quest’ultima, che al momento al Colle appare difficile: dopo i gialloverdi e i giallorossi sembra complicato ipotizzare altre coalizioni. Un tentativo sarà fatto, naturalmente, ma l’ipotesi più accreditata porta al voto.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala s’intrattiene a lungo con Mattarella, reduce dai tre e minuti e mezzo di applausi alla prima della Scala. Sala guida una città pacificata, che guarda all’Europa. “Mattarella rappresenta stabilità ed equilibrio, perciò piace così tanto ai milanesi, che chiedono la stessa cosa”. I peones sono inquieti. Una vecchia volpe come Manfred Schullian (Svp), uno che conosce gli umori profondi di Montecitorio, sostiene che non si andrà a votare. Anche la sua collega di partito Juliane Unterberger, senatrice, sostiene che quanto accaduto ieri è ininfluente sul destino della legislatura. Luca Pastorino (Leu), invece, dice: “La legislatura si accorcia”. “Difficile dirlo”, gli fa eco il suo collega Federico Fornaro.

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