Ansiosa, individualista, alla ricerca dell’uomo solo al comando: l’Italia è un popolo che non si fida più di nessuno – La Stampa

6 Dicembre 2019 0 Di Luna Rossa

Allarmante il Rapporto Censis 2019: l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro

ROMA. Un’Italia che è sopravvissuta alla crisi, ma che è diventata più ansiosa e preoccupata per il suo futuro. Più individualista e con scarsa fiducia negli altri. E che sviluppando pulsioni antidemocratiche, ora accarezza l’idea dell’uomo solo al comando. E’ il ritratto del Paese che emerge dal 53° Rapporto Censis sulla società italiana. Un Paese dove l’aumento dell’occupazione è «un bluff che non produce reddito e crescita: 959.000 unità di lavoro equivalenti in meno rispetto al 2007, +71,6% di part-time involontari per i giovani».

Italiani resilienti ma sfiduciati
L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.  E’ il costo dell’allentamento della rete di protezione dello Stato sociale e della rottura dell’ascensore che blocca in basso chi parte svantaggiato. Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è ferma. Il 63% degli operai è convinto di non riuscire a uscire dalla sua condizione socio-economica attuale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. A venire meno sono stati anche due «pilastri storici» della sicurezza familiare, rilevano i  ricercatori del Censis, il mattone e i Bot.

Mattone e Bot non sono più una garanzia
Dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, che hanno ormai rendimenti microscopici.  Crollate le certezze, non si vedono alternative valide. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro. «La loro reazione vitale – si legge nel Rapporto – ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti: il severo scrutinio nei consumi, il cash accumulato in chiave difensiva, anche il «nero» di sopravvivenza. Così non si è fermata la corsa alla liquidità: +33,6% di contante e depositi bancari nel decennio 2008-2018 (contro il -0,4% delle attività finanziarie complessive delle famiglie)».

Italiani, popolo sotto stress

Il prezzo da pagare a questa battaglia logorante è stato l’accumulo di una fatica di cui tutti portano i segni e che «si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico». Esattamente come dopo una guerra. Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. A dimostrare il cattivo stato di salute psicologica degli italiani c’è, nel triennio 2015-2018, il consumo di ansiolitici e sedativi, che è aumentato del 23% mentre gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Il suicidio della politica e le pulsioni antidemocratiche
Il sentimento di abbandono ha generato anche una radicale sfiducia nella politica. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (la percentuale che sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. «Sono i segnali di uno smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale – osserva il Censi – E apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve». Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

L’ancora dell’Europa
Gli italiani tuttavia appaiono  in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che peserebbero sulla nostra presenza in Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue.

Il bluff dell’occupazione e il lavoro sempre più precario
Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%, una tendenza che è continuata anche quest’anno con +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Tra il 2007 e il 2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Il part time involontario, in particolare, riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. E sono in discesa anche le retribuzioni: i salari dei dipendenti sono diminuiti del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. Quasi tre milioni di persone hanno  retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi (2.941.000): un terzo ha meno di 30 anni  e si tratta in maggior parte di operai.

Il declino demografico
Le nascite sono crollate. Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Anche gli stranieri fanno meno figli: nel 2018 sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. Così il Paese invecchia. Tra vent’anni, su una popolazione ridotta a 59,7 milioni di abitanti, gli under 35 saranno 18,6 milioni (il 31,2%) e gli over 64 saranno 18,8 milioni (il 31,6%). Pesano anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.

Il grande esodo dal Sud
Il declino demografico non è uniforme. Dal 2015 il Mezzogiorno ha perso quasi 310.000 abitanti (-1,5%), contro un calo della popolazione dello 0,6% nell’Italia centrale, dello 0,3% nel Nord-Ovest, dello 0,1% nel Nord-Est e dello 0,7% a livello nazionale. Su 107 province, solo 21 non hanno perso popolazione: 6 sono in Lombardia, 9 nel Nord-Est. In quattro anni Bologna ha guadagnato 10.000 residenti, l’area milanese (3,2 milioni di abitanti) registra 53.000 abitanti in più. Nell’area romana invece è crollato l’arrivo di stranieri (20.000 in meno tra il 2012 e il 2018).

Il sistema di welfare in sofferenza
Con la popolazione che invecchia il sistema di welfare già ridotto al lumicino vacilla. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Le previsioni al 2041 salgono rispettivamente a 88,1 e 83,9 anni. Oggi gli over 80 rappresentano già il 27,7% del totale degli over 64 e saranno il 32,4% nel 2041. Le condizioni di salute migliorano ma l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due. Questi ultimi aumenteranno di 2,5 milioni di qui al 2041. Già oggi la quota di non autosufficienti è pari al 20,8% tra gli over 64, e supera il 40% tra gli ultraottantenni.

Pochi laureati
Frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti, e pochi laureati. Sono i sintomi di un sistema formativo che soffre. Il 52,1% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media (a fronte del 31,6% medio nell’Unione europea). Ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore (contro il 16,3% medio della Ue). Il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi.

Sorgente: Ansiosa, individualista, alla ricerca dell’uomo solo al comando: l’Italia è un popolo che non si fida più di nessuno – La Stampa

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