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Sovranisti coi soldi nostri: ecco come populisti e oligarchi lucrano sui sussidi europei – Linkiesta.it

Un’inchiesta del New York Times svela come parte dei 65 miliardi di euro di fondi Ue destinati all’agricoltura siano usati in Ungheria e Repubblica Ceca da pochi latifondisti vicini ai governi nazionalisti

Una parte rilevante dei 65 miliardi di fondi che l’Ue destina ogni anno ai piccoli agricoltori europei finisce nelle mani di pochi oligarchi vicini ai governi di alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale, come Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Slovacchia. Sembra la trama di un film e invece è un’inchiesta del New York Times che rivela meccanismi di corruzione e autoregolamentazione per sfruttare le falle di un sistema di sussidi opaco, vecchio e obsoleto. Alcuni leader populisti tra cui l’ungherese Viktor Orban, avrebbero messo all’asta migliaia di ettari di proprietà dello Stato, favorendo la vendita a familiari e imprenditori a loro vicini. Così i fondi europei assegnati in base alla quantità di terra coltivata invece di aiutare i piccoli agricoltori e mantenere vive delle comunità rurali, finiscono in realtà nelle mani di pochi latifondisti.

Gli agricoltori ungheresi che hanno criticato questo sistema, raccontano al Times di aver visto negate le loro richieste di sussidi e hanno dovuto affrontare ispezioni governative insolite nei loro terreni. L’anno scorso, alcune società create dal primo ministro ceco, Andrej Babis, avrebbero raccolto sussidi per almeno 42 milioni di dollari. Non a caso, il governo ceco negli ultimi anni avrebbe introdotto regole che rendono più facile ricevere sussidi per l’azienda del premier e altre grandi imprese del Paese. In Bulgaria il 75% dei fondi agricoli Ue finisce solo a circa 100 entità. Alcuni agricoltori slovacchi hanno rivelato di aver subito minacce mafiose ed estorsioni per cedere la terra così importante per ricevere i sussidi Ue. Una testimonianza che renderebbe più chiaro il motivo della morte del giornalista slovacco Jan Kuciak, ucciso l’anno scorso mentre indagava su mafiosi italiani che si erano infiltrati nell’industria agricola del Paese.

Secondo dati forniti dalla stessa Ue, l’80 percento dei fondi europei va al 20 percento dei potenziali destinatari

Non sembra così difficile sfruttare le falle del sistema della Politica agricola comune creato nel 1962 e diventato ormai sempre più vecchio e inefficiente. Rappresenta il 40% del budget comunitario, le cifre erogate sono alte, i controlli sono pochi e sporadici e i governi nazionali hanno ampia libertà su come spenderli e non sono tenuti a pubblicare in modo dettagliato l’elenco dei destinatari. Diventa più difficile tracciare dove finiscono i soldi ed è più facile aggirare le ampie maglie della burocrazia europea. E la corruzione impera. Secondo dati forniti dalla stessa Ue, l’80 percento dei fondi europei va al 20 percento dei potenziali destinatari. Il sistema denunciato dal Times assomiglia sempre di più a una sorta di feudalesimo moderno in cui i piccoli agricoltori lavorano per latifondisti politicamente connessi che percepiscono i fondi.

Ma a Bruxelles nessuno pensa a cambiare il meccanismo. In attesa dell’esito della Brexit, la discussione tra i leader dei 27 Stati Ue per ora è solo sulla quantità di denaro da destinare alla Pac per il settennato che va dal 2021 al 2027, non certo sul come. Addirittura la Corte dei conti Ue in un parere del novembre 2018 ha bocciato la riforma della Pac prevista dalla Commissione europea. Le critiche sono proprio sul sistema di pagamenti diretti agli agricoltori basati sul numero di ettari di terreno posseduti o utilizzati. Secondo la Corte il nuovo sistema dovrebbe ridefinire le norme per rendere ammissibili le domande e denuncia il fatto che i controlli e gli audit saranno meno numerosi e meno efficaci.

E dire che da gennaio 2019 il Parlamento europeo ha votato un progetto di regolamento per sospendere l’erogazione dei fondi strutturali europei ai governi che non rispettano lo stato di diritto interferendo con il lavoro dei tribunali o che non contrastano la frode e la corruzione. Il problema, come spesso accade per le tematiche europee è che la decisione finale spetta agli Stati. Sono loro a dover decidere all’unanimità. Ma cosa succede se a giudicare sono le stesse persone che commettono il reato? Conoscete già la risposta.

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guarda i video cliccando il link sotto riportato

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