“Il Ponte Morandi è a rischio crollo”. Il report del 2014 ignorato da Atlantia | Rep

20 Novembre 2019 0 Di Luna Rossa

La tragedia del viadotto di Genova. Il documento trovato nei registri della società che controlla Autostrade: per oltre due anni è passato per i cda del gruppo Ma dal 2017 la dicitura diventa “perdita di stabilità”. E la procura di Genova ora indaga sugli allarmi sottovalutati

di GIUSEPPE FILETTO E MARCO LIGNANA

GENOVA – Lo hanno scovato all’interno del registro digitale di Atlantia: un documento che per la prima volta svela il “rischio crollo” per il Ponte Morandi. Anche se finora i dirigenti di Autostrade per l’Italia davanti ai magistrati e ai media hanno dichiarato che per il viadotto genovese sul torrente Polcevera nessun report di Spea (società delegata al monitoraggio della rete autostradale) aveva mai messo in allarme, scritto nero su bianco del pericolo di crollo.
E però adesso, dopo 14 mesi dal disastro che fece 43 morti, si scopre che quell’attestato c’era. Lo hanno sequestrato lo scorso marzo i finanzieri del Nucleo operativo metropolitano (guidati dal tenente colonnello Giampaolo Lo Turco) e del Primo gruppo di Genova (diretto dal colonnello Ivan Bixio) nella sede di Atlantia, a Roma. E anche in quella di Autostrade per l’Italia.

Quel “documento di programmazione del rischio”, stilato dall’apposito Ufficio Rischio di Aspi, è passato dai vari consigli di amministrazione, sia di Autostrade che di Atlantia, la capogruppo che in Italia e in Europa controlla 14 mila chilometri di autostrade.

Dal 2014 al 2016 del “Morandi” si parla di “rischio crollo”; dal 2017, a sorpresa, la dicitura è trasformata in “rischio perdita stabilità”. Che non è la stessa cosa. Lo spiega Alfio Leonardi, ingegnere oggi in pensione, ma che per 36 anni ha lavorato per il ministero delle Infrastrutture e per il provveditorato alle Opere pubbliche della Liguria e del Piemonte: “La perdita di stabilità non significa che crolli, ma si può risolvere con una lesione che si apre e che comporta la limitazione del traffico; il rischio crollo comporta invece l’immediata chiusura della struttura”.

Secondo fonti di Atlantia e di Aspi l’attestato viene presentato ai cda sia per informare gli azionisti, sia per programmare gli interventi, chiedere consulenze tecniche e studi a ditte esterne, come quello prodotto nell’autunno del 2017 dal Cesi di Milano. Va ricordato che la società di ingegneria aveva segnalato le criticità sugli stralli corrosi dall’acqua piovana e dal salino. E suggerito alcune soluzioni: controlli trimestrali mirati, applicazione di sensori e prove riflettometriche. Indicazioni che secondo le indagini sarebbero state disattese.

Ma non è questo il punto centrale. I pm Massimo Terrile e Walter Cotugno piuttosto vogliono capire perché mai il progetto di retrofitting (di consolidamento del ponte) soltanto nel febbraio del 2018 sia stato sottoposto alla valutazione del provveditorato alle Opere pubbliche e nel giugno sia giunto al Mit, nonostante quel “rischio crollo” fosse certificato già quattro anni prima. I lavori sarebbero dovuti iniziare in autunno. Troppo tardi. Il disastro è arrivato la vigilia di Ferragosto.
Inoltre, magistrati ed investigatori chiedono ai 73 indagati di omicidio e disastro colposo plurimi come mai da una parte il ponte veniva classificato con voto inferiore a 50 (oltre questo livello si applicano misure di limitazione del traffico o chiusure). Quindi con rischio basso.

È però ormai chiaro dalle intercettazioni telefoniche che i monitoraggi di Spea fossero edulcorati: appunto per evitare chiusure di alcuni tratti autostradali. E soprattutto per risparmiare sui costi. Come diceva Michele Donferri Mitelli, responsabile della Manutenzioni di Aspi, ai suoi al telefono: “Che sono tutti questi 50… me li dovete toglie tutti… adesso riscrivete e fate Pescara a 40”. Si riferiva al viadotto Moro di Pescara, uno dei dieci ponti entrati nell’inchiesta bis. Eppoi, con tono perentorio: “… Devo spendere il meno possibile, sono entrati i cinesi, sono entrati i tedeschi, devo ridurre al massimo i costi… Lo capisci o non lo capisci?”. I cinesi e i tedeschi entrano nell’azionariato di Atlantia nel maggio del 2017. E però c’è un altro dato che fa riflettere gli inquirenti: dal 2014 in poi le polizze assicurative sul viadotto genovese erano aumentate notevolmente.

Il documento finora è stato tenuto nascosto dalla procura e dalla Guardia di finanza. Un asso nella manica, da tirare fuori al momento opportuno, in sede di chiusura delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio. Domani chiederanno conto di quelle variazioni inspiegabili ad Antonino Galatà, ex ad di Spea, uno degli undici dirigenti raggiunti dalla misura cautelare (sospensione dal servizio per un anno). Il primo di una serie di interrogatori in procura.

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