Quella parola tabù quando i criminali toccano la politica | Rep

23 Ottobre 2019 0 Di Luna Rossa

L’indagine di Pignatone aveva ipotizzato l’esistenza di un Mondo di mezzo. Ma la Suprema Corte chiude quella stagione. E ipoteca il futuro della Procura

(fotografia: Massimo carminati fa il saluto romano in video durante una delle udienze del processo)

di Carlo Bonini

ROMA. Non fu Mafia Capitale, dunque. Fu, più banalmente, il matrimonio di interesse tra due famiglie criminali e i loro capi. I neri di Massimo Carminati e la Cooperativa sociale 29 Giugno trasformata da Salvatore Buzzi in Grande Elemosiniere della politica capitolina. Esattamente come aveva stabilito il giudizio di primo grado poi ribaltato in appello. Due associazioni a delinquere semplici, come tali sanzionabili con pene più basse (che un nuovo processo stabilirà) e regimi e termini di detenzione ordinari.

Dell’architettura del processo istruito dall’ex Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, dai suoi aggiunti Michele Prestipino, Polo Ielo e Giuseppe Cascini (oggi consigliere del Csm) e dal sostituto Luca Tescaroli non resta dunque nulla. Almeno di quelle che erano le sue fondamenta. Perché se è vero che le responsabilità della sequela di corruzioni, turbative d’asta, malversazioni, usure, traffici di influenze, violenze che intossicarono la vita pubblica di Roma per almeno un lustro (la stagione del sindaco Gianni Alemanno e gli esordi di quella di Ignazio Marino), vengono confermate, ne sono riscritti il contesto e la natura. Non mafiosi, appunto. E questo fa tutta la differenza del mondo.

Come una bomba a grappolo, la sentenza della sesta sezione penale della Corte di Cassazione colpisce e annichilisce bersagli diversi. Un metodo e un’eredità giudiziaria costruita pazientemente in sette anni da Giuseppe Pignatone. Una narrazione, politica e sociale, riassunta nella parabola di Massimo Carminati: quella dei tre Mondi. “Di Sotto”, “di Mezzo”, “di Sopra”. Che aveva strappato, per la prima volta nella storia repubblicana quel termine – “mafia” – alla rappresentazione antropologica classica della coppola storta e della lupara. Per darle una dimensione contemporanea. Aderente all’eterna meccanica del Potere. A Roma. E non solo. Dove il marciapiede e il Palazzo si incontrano in una Suburra governata dalla forza di intimidazione, dalla “riserva di violenza”, dalla condizione di assoggettamento e omertà delle sue vittime.

Dopo cinque anni e due giudizi di merito che avevano dato letture diametralmente opposte (a dimostrazione di una lacerazione profonda anche nella cultura della magistratura italiana), la sentenza della Cassazione richiude ora le acque. Riportando nel rassicurante alveo di una giurisprudenza prudente (comunque restrittiva nell’interpretazione dell’articolo 416 bis del codice penale), la definizione di Mafia. Soprattutto se declinata in una città come Roma. Segnalando così un cambio di stagione. O, forse, mettendone il sigillo. Continueremo dunque a usare quel termine per consegnare alle patrie galere mozza-orecchi, narcotrafficanti, coatti, del “Mondo di Sotto”. Si chiamino Spada, Fasciani, Casamonica. Ma il termine – è una scommessa facile da fare – tornerà ad avere difficilmente diritto di cittadinanza (e coerenti strumenti giudiziari per combatterla) lì dove ci si avvicinerà alla Politica. Quando si farà ingresso nel “Mondo di Mezzo”, appunto. In quella stanza di compensazione e ricatto di cui Buzzi e Carminati, il Rosso e il Nero, si erano fatti Re. “Dove una mano lava l’altra e tutte e due lavano la faccia” (copyright Buzzi). Dove la Politica, l’amministrazione pubblica, l’impresa privata si consegnano alle organizzazioni criminali per finanziarsi, comprare il consenso, distorcere il mercato, trasformando la democrazia in un simulacro.
Sono in questo senso sincere e a loro modo rivelatrici le parole con cui l’avvocato Giosuè Naso, già legale di Carminati nel processo di primo grado e ora difensore di altri due imputati, chiosa la sentenza: “Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè quando c’era Pignatone, e prima nessuno se ne fosse mai accorto? La mafia è una cosa molto seria, molto grave, che paralizza un territorio, la sua economia, la libertà da un punto di vista politico, sociale, economico. A Roma c’è invece una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa”.

Già, non Mafia, ma “cultura mafiosa”. Dunque, non 416 bis codice penale, ma 416. È esattamente per questa lettura riduzionista della catastrofe della Capitale del Paese, per la fine dell’anomalia Pignatone, che la sentenza della Cassazione verrà ricordata. Per la decisione che “culture mafiose” (per giunta diffuse) non producano comportamenti e organizzazioni mafiose. In un dejavù, per altro. Perché – era il secolo scorso – anche alla Banda della Magliana, in una delle due sentenze che definirono il giudizio, non venne riconosciuta la natura mafiosa. Anche quell’organizzazione criminale fu consegnata agli archivi della nostra giustizia penale come un’associazione a delinquere semplice.

Roma può insomma tornare a godere del suo principio di eccezione. Di città eterna imbevuta di “cultura mafiosa”, ma dove la mafia, quella vera, non esiste. O, se esiste, va cercata tutt’al più ai suoi bordi di periferia (Ostia, la Romanina). E dove dunque – come accade in queste ore – è possibile che la politica, soprattutto a destra, gioisca perché la città ha finalmente riavuto la patente che merita nel mondo. Di accolita di corrotti e semplici banditi. In strada e nell’aula consiliare. Pronta dunque a riaccogliere e riabilitare i suoi figli in una notte dove tutti i gatti sono grigi. E dove – questione di pochi mesi – la magistratura italiana, il suo organo di autogoverno, il Csm, dovrà scegliere il successore di Pignatone.
Chi sa quale vento lo porterà.

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