Chi paga il conto dell’improvvisazione | Rep

21 Ottobre 2019 0 By Luna Rossa

di Fabio Bogo

L’improvvisazione che ha preteso di guidare le politiche industriali del Paese adesso si vede presentare il conto della presuntuosa supponenza con la quale si è mossa. A Napoli Whirpool abbandona la partita, con uno sfregio che irride il governo e colpisce i lavoratori.

Indifferente alle conseguenze sociali della fuga dall’Italia, la multinazionale Usa dà una plastica dimostrazione della considerazione in cui tiene gli avvertimenti del nostro governo. E dovrebbe riflettere allora chi, un anno fa, dopo la contrattazione con l’azienda, diceva: “Sono orgoglioso di dire che ce l’abbiamo fatta. Stiamo riportando lavoro in Italia”. Era Luigi Di Maio, allora ministro dello Sviluppo Economico . Lo stesso Di Maio, che oggi, titolare degli Esteri, ha ammonito Erdogan minacciando la sospensione dei contratti di fornitura di armi in essere per l’offensiva scatenata da Ankara contro i curdi. Ci permettiamo di dubitare che il presidente turco possa sentirsi turbato dall’esternazione del titolare della Farnesina.

La velleitarietà dimostrata con Whirlpool non è diversa da quella esibita nella vicenda dell’Ilva di Taranto. Per convincere i possibili acquirenti dell’impianto pugliese a impegnarsi nel tentativo di convertire e rilanciare l’acciaieria, l’Italia allestisce uno scudo legale per le responsabilità dei suoi dirigenti. Arcelor-Mittal ci prova, poi arriva l’annuncio del nuovo governo gialloverdeche lo scudo salta. La multinazionale, complice anche la crisi del mercato, dice che senza garanzie se ne andrà. La componente 5Stelle sbanda: di fronte agli elettori tarantini Di Maio mostra i muscoli e annuncia la fine dello scudo penale; a Roma l’intenzione diventa un ritiro parziale, oggi ritorna l’ipotesi di farlo saltare e trovare una nuova formula. Gli operai sono preoccupati per il loro futuro, Arcelor-Mittal, che ha un nuovo vertice italiano, prepara le valigie. E i sindacati definiscono “schizofrenico” l’atteggiamento del governo. Nell’acciaieria dei veleni lavorano 11mila persone, che senza chiarezza rischiano il posto.

Lo rischiano anche quelli di Alitalia, per i quali però un paracadute si apre sempre. L’ultimo è un altro prestito statale di 350 milioni, che si aggiungono ai 900 già avuti. Serviranno per andare avanti altri sei mesi, in attesa che nasca la cordata che tenterà di salvarla e rilanciarla. Da un anno e mezzo i governi dicono che l’operazione è imminente, e siamo arrivati alla sesta proroga della cosiddetta deadline. Dieci giorni fa il ministro Patuanelli aveva giurato: “La scadenza del 15 ottobre va rispettata, non c’è bisogno di altri finanziamenti”. Il 16 ottobre sono arrivati proroga e finanziamenti.

Brutta cosa, il dilettantismo, se a pagarne le conseguenze sono gli altri. E così una mini-manovra senza anima per trovare risorse colpisce lo zucchero tassando le bevande gassate e impone l’Imu alle piattaforme petrolifere. E non ascolta Mario Draghi che, a poco tempo dall’addio alla Bce, ricorda anche alla politica che le buone decisioni hanno bisogno di coraggio, umiltà e conoscenza. Da tempo mancano tutte e tre.

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