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Alpi-Hrovatin, l’ombra del depistaggio e quel filo che lega l’agguato di Mogadiscio al caso Rostagno: dal traffico d’armi a Gladio – Il Fatto Quotidiano

Il gip di Roma ha rigettato la richiesta d’archiviazione ordinando acquisire gli atti del processo sul giornalista ucciso a Trapani nel 1988, come chiesto dai legali della famiglia e da quello del Fnsi. La corte d’Assise di Trapani cita la giornalista della Rai ben 137 volte. E l’esecuzione dei due giornalisti in Somalia come una vicenda “in qualche misura incrociata dalla pista del traffico d’armi in cui si sarebbe imbattuto Rostagno che aveva come destinazione la Somalia, ed era mascherato da aiuti umanitari diretti verso il Corno d’Africa”

| 5 Ottobre 2019

C’è un pezzo di verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che potrebbe essere nascosto a più di 8mila chilometri di distanza da Mogadiscio. A Trapani, punto più occidentale della Sicilia, la città dei misteri dove fu assassinato nel 1988 Mauro Rostagno. Questa volta a dirlo non è un’inchiesta giornalistica, una fonte dei servizi o una ricostruzione di fatti giudiziari diversi. A ipotizzarlo è il giudice per le indagini preliminari di Roma, Andrea Fanelli, che ha respinto per a seconda richiesta di archiviazione della procura sull’attentato del 20 marzo del 1994. In venti pagine di provvedimento il giudice indica agli investigatori quali passi muovere per cercare di fare luce sull’esecuzione della giornalista Rai e del suo collega operatore: bisogna acquisire gli atti dell’inchiesta sull’omicidio di Mario Rostagno. E poi bisogna sentire Mario Parente, attuale direttore dell’Aisi, cioè i servizi segreti. L’Agenzia informazioni e sicurezza interna in passato ha negato di rivelare l’identità di una fonte dell’allora Sisde.

“Episodi singolari e dolosi” – Sei i mesi concessi dal gip ai pm: un tempo eventualmente estendibile se la procura dovesse averne bisogno. Probabile che ci voglia più tempo. Perché rifiutandosi di archiviare l’inchiesta, il magistrato spiega anche perché bisogna continuare a indagare. E usa un linguaggio che fa allungare sul caso anche l’ombra del depistaggio: “Appare opportuno sottolineare che – in una vicenda segnata da tanti lati oscuri e financo da errori giudiziari – l’approfondimento, condotto senza riserve, degli ulteriori temi di indagine appare essenziale al fine di cercare di dare una risposta alla domanda di giustizia attesa ormai da 25 anni dai familiari delle persone offese e da tutti i cittadini interessati a conoscere la verità”. Già, la verità. Un obiettivo che è diventato difficile da raggiungere sul caso Alpi. Ed è sempre il magistrato a spiegarlo: “L’attività di indagine – scrive il gip – deve essere completa, esauriente ed approfondita tanto più in relazione a vicende come questa, assai complesse costellati di episodi quantomeno singolari se non addirittura dolosi, che hanno reso assai più arduo l’accertamento della verità dei fatti”.

Le richieste delle parti civili – Questo perché, secondo il ragionamento del magistrato, la giustizia deve essere credibile: anche se non sarà trovata la verità, bisogna dimostrare di averla cercata seriamente. Ed è per provare a farlo che il giudice ha chiesto di acquisire gli atti relativi all’omicidio del giornalista ucciso a Trapani nel 1988. Un’istanza, quasi un’invocazione, avanzata dagli avvocati della famiglia Alpi, Carlo Palermo e Giovanni D’Amati, che opponendosi all’archiviazione, indicavano al gip nuovi spunti investigativi. I legali citavano, tra le altre, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Cosa c’entrano le motivazioni della corte d’Assise di Trapani su Rostagno? Carlo Palermo non ha sempre fatto l’avvocato difensore. A Trapani c’è già stato nel 1985 da pubblico ministero: veniva da Trento, dove aveva scoperto un grosso traffico di armi e droga. Un’inchiesta che aveva più di un collegamento con la Sicilia. Dove infatti provarono a ucciderlo: nella strage di Pizzolungo, che doveva servire a eliminarlo, morirono Barbara Rizzo e due fratellini di 6 anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Palermo si salvò per miracolo: e oggi è una dei pochi addetti ai lavori (insieme al collega Giulio Vasaturo, che difende l’Ordine dei giornalisti) ad avere chiaro il quadro d’insieme in cui maturarono alcuni dei più misteriosi fatti di sangue della recente storia italiana.

Il caso Rostagno – Come l’omicidio Rostagno, appunto. Per l’assassino del giornalista d’origine torinese è stato condannato in appello il boss mafioso Vincenzo Virga. Ma è nelle motivazioni della sentenza di primo grado, che i giudici trovano più di un legame tra il caso Rostagno e quello di Ilaria Alpi. Per ripercorrere le varie piste battute sull’omicidio trapanese, il giudice Angelo Pellino cita Ilaria Alpi ben 137 volte. A pagina 879 definisce l’agguato di Mogadiscio come una vicenda “in qualche misura incrociata dalla pista del traffico d’armi in cui si sarebbe imbattuto Rostagno che aveva come destinazione la Somalia, ed era mascherato da aiuti umanitari diretti verso il Como d’Africa”. Alla fine degli anni ’80 Rostagno si sarebbe interessato agli stessi temi che avrebbero poi segnato l’assassinio di Ilaria, sei anni dopo il suo. “Analogo traffico clandestino intrecciato con quello di rifiuti tossici, si staglierebbe sullo sfondo del duplice omicidio consumato in Mogadiscio, con modalità che hanno fatto ipotizzare un’esecuzione premeditata”, scrive il giudice riferendosi ad Alpi e Hrovatin.

Il fattore Jupiter – Qui compare un personaggio, uno dei tanti uomini cerniera che collegano fatti criminali apparentemente diversi: si chiama Giuseppe Cammisa, alias Jupiter, braccio destro di Francesco Cardella, il guru che aveva fondato la Comunità Saman insieme proprio allo stesso Rostagno. “Si è accertato che Giuseppe Cammisa e Francesco Cardella – scrive la Corte d’assise di Trapani – sono stati in Somalia una o più volte. In particolare, Cammisa vi è stato certamente nel marzo del 1994, inviatovi da Cardella per portare aiuti umanitari e in vista della costruzione di un ospedale in località Las Korey (costruzione che non è mai neppure iniziata) e proprio in coincidenza con i giorni e nei luoghi in cui Ilaria Alpi ha compiuto il suo ultimo viaggio. Cammisa sarebbe stato inoltre uno degli ultimi a vedere in vita la coraggiosa giornalista del Tg3″. A scoprire che in effetti Cammisa è uno degli ultimi a vedere viva la Alpi è stato nel 1998 Peter Gomez. Che c’entra Cammisa con Ilaria Alpi? Secondo quanto emerso al processo Rostagno tra i due ci sarebbero stati “contatti diretti” legati a “uno specifico interesse della giornalista uccisa a conoscere i percorsi delle imbarcazioni di tipo militare che per volontà di Francesco Cardella l’associazione Saman acquistò dalla marina svedese”. Insomma: Cammisa, il braccio destro di Cardella, storico amico di Rostagno, era in Somalia negli stessi giorni in cui c’era Ilaria Alpi. A fare cosa?

I messaggi in codice – Una risposta può arrivare da alcuni messaggi in codice della struttura Stay Behind, cioè l’organizzazione di resistenza “dietro le linee”creata per entrare in azione in caso di invasione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. A scoprire quei messaggi sono stati i giornalisti Luciano Scalettari e Andrea Palladino (ascoltati entrambi al processo Rostagno). In quei messaggi compaiono protagonisti noti alle indagini sull’omicidio del giornalista, anche se il loro nome è celato appunto da nomi in codice. C’è Vicari, per esempio, probabilmente il nome di battaglia Vincenzo Li Causi, comandante del misterioso Centro Scorpione a Trapani, struttura Gladio dal 1987 a tutto il 1990, ucciso proprio in Somalia nel 1993. C’è Condor, forse pseudonimo di Marco Mandolini, che guidava la scorta del generale Bruno Loi in Somalia, morto anche lui in strane circostanze nel 1995. E poi c’è pure Jupiter, cioè Cammisa. È uno il documento principale di questa storia: risale al 14 marzo del 1994, e viene inviato a Balad, in Somalia, dal Comando Carabinieri del Sios Alto Tirreno-La Spezia, cioè l’allora servizio segreto della Marina militare, che sarebbe poi stato sciolto nel 1997 . C’è scritto: “Causa presenze anomale in aree Bos/Lasko ordinasi Jupiter rientro immediato base 1 Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. Che vuol dire? Che Jupiter deve allontanarsi da Bosaso e Las Koreh Perché ci sono “presenze anomale“. E poi che tale Condor deve andare per un “possibile intervento” in un luogo identificato come “zona operativa ‘Bravo’”. Chi erano le “presenze anomale”? Alpi e Hrovatin? E zona operativa Bravo era una zona di Modagiscio?

Domande senza risposta – A fornire a Scalettari e Palladino questi documenti è un uomo che si presenta come un ex appartenente dell’organizzazione Gladio: “Sì, il riferimento è ai due giornalisti“. Perché Alpi e Hrovatin sono due presenze anomale per Jupiter, cioè Cammisa? Due giorni dopo l’invio di quel cablogramma Cammisa prende un volo da Bosaso per Mogadiscio. Lo stesso volo che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non riescono a prendere: perché lo perdono? Non si è mai capito. Dovevano rimanere a Bosaso solo fino al 16 marzo, ma ci resteranno fino al 20. Ma perché Cammisa si trova lì in Somalia proprio in quei giorni? Perché doveva avviare un progetto per un ospedale. Solo che quell’ospedale, come hanno accertato i giudici del processo Rostagno, non sarà mai costruito. Anzi: quei lavori non inizieranno nemmeno. “Nulla è noto circa l’impegno nella costruzione di un ospedale o di altra struttura a Bosaso”, scriveva nel novembre del 1992 il direttore del Sismi Gianfranco Batterli. La procura di Torre Annunziata, invece, ha collegato esplicitamente “le attività della comunità Saman a un traffico d’armi dalla Sicilia alla Somalia, presumibilmente gestito e organizzato all’interno di strutture un tempo di pertinenza dell’amministrazione militare”. E per quello che è Jupiter era in Somalia? Ed è per questo motivo che è morta Ilaria Alpi? Spetterà ai pm capirlo. Anche se 25 anni dopo.

Sorgente: Alpi-Hrovatin, l’ombra del depistaggio e quel filo che lega l’agguato di Mogadiscio al caso Rostagno: dal traffico d’armi a Gladio – Il Fatto Quotidiano

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