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Sea Watch 3, sarebbe cambiato qualcosa con la riforma di Dublino? | Euronews

Se nel 2018 fosse passata la riforma del regolamento di Dublino proposta dal Parlamento Europeo, con l’introduzione di meccanismi di ricollocamento obbligatori e emergenziali dei richiedenti asilo, cosa sarebbe cambiato per la Sea Watch 3?

Forse nulla. Saremmo stati probabilmente nella stessa situazione. L’Italia sarebbe stata responsabile dei migranti sbarcati dalla nave della Ong tedesca che non sarebbero stati ricollocati in altri Paesi Ue in quanto il nostro Paese è ben lungi dall’essere “sovraccaricato”. Tuttavia, il quadro delle regole e delle responsabilità sarebbe stato certo e condiviso da tutti. Vediamo il perché.

Piccolo preambulo su “Dublino”: cos’è e come si voleva riformarlo

La “riforma di Dublino” è, almeno a parole, una delle priorità del ministro Salvini. Allo stato attuale delle cose, l’onere dell’accoglienza dei migranti è, almeno in teoria, addossato allo Stato di primo approdo. Diciamo in teoria perché, nella realtà delle cose, sono principalmente gli stati del centro-nord Europa a gestire il maggior numero di pratiche d’asilo.

Tornando a noi, con il vigente sistema i richiedenti asilo sono costretti a rimanere per mesi o anni nei paesi di frontiera – cioè Italia, Grecia e Spagna – in attesa che la loro domanda venga esaminata.

La proposta presentata dalla Commissione a maggio 2016, e approvata nel novembre 2017 dal Parlamento europeola Lega si astenne e il M5S votò contro – avrebbe dovuto sostituire la normativa in vigore dal 1 gennaio 2014 (Dublino III).

Il testo sottoposto dalla Commissione all’Eurocamera prevedeva che il meccanismo di ripartizione automatico sarebbe scattato solamente una volta superata una certa quota di richiedenti asilo – calcolata, per ciascun Paese, in base a PIL e popolazione. La quota di riferimento era stata fissata al 150% e accanto ad essa venivano previsti anche dei meccanismi punitivi (“contributi di solidarietà”) per tutti gli Stati che non avessero fatto il proprio “dovere”.

Il Parlamento europeo aveva successivamente emendato il testo originario introducendo meccanismi di ripartizione automatica (senza la quota del 150%) ed ammorbidendo il meccanismo sanzionatorio. Una riforma che prevede meccanismi automatici di smistamento, sostengono molti commentatori, sarebbe favorevole all’Italia in quanto estenderebbe di fatto il principio della condivisione equa di responsabilità e solidarietà fra Stati europei, ovvero lo stesso principio che invoca Salvini quando tuona contro Olanda e Germania.

La bozza, frutto di un lavoro di quasi due anni da parte di una maggioranza trasversale, è quindi arrivata al Consiglio europeo dove però si è arenata, forse per sempre, nonostante i tentativi di mediazione di alcuni Stati come la Bulgaria. Per entrare in vigore, la riforma avrebbe avuto il bisogno del via libera dell’insieme dei capi di governo.

Decisivo per il suo fallimento l’opposizione di Paesi come la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Polonia e la Slovacchia, ai quali la situazione sta sostanzialmente bene così e che si oppongono ai ricollocamenti obbligatori e alle sanzioni in caso di mancato adempimento. Inoltre, durante la sua presidenza di turno, l’Austria ha fatto la scelta politica di imporre sulla questione un consenso all’unanimità, ben consapevole dell’impossibilità di ottenerlo, nonostante “i trattati indichino come sia necessaria la maggioranza qualificata: in molti a Bruxelles si sono lamentati della decisione, è una follia pensare che tutti la pensino allo stesso modo sull’argomento”, commenta Sergio Carrera, ricercatore del think tank CEPS.

L’ex europarlamentare Elly Schlein punta il dito verso “la Lega, che non si è mai fatta vedere per 22 riunioni di negoziato sulla riforma più importante sull’asilo per l’Italia. Salvini ha mantenuto questa pessima abitudine saltando sei riunioni del Consiglio su sette”.

Per approfondire ➡ A Bruxelles si parla di immigrazione ma Salvini non c’è (di nuovo). È un problema?

E quindi? Per tornare al caso Sea Watch 3? I due scenari possibili

Bene, se ragionassimo nei termini della proposta di riforma del Parlamento europeo, i migranti della Sea Watch 3 sarebbero probabilmente stati ricollocati secondo un meccanismo casuale verso uno dei quattro Paesi meno sollecitati dal numero di richieste di asilo.

Se invece prendessimo come riferimento la proposta della Commissione (quota al 150%) o il successivo tentativo di mediazione bulgara al Consiglio, con quota di sovraccarico al 180%, per i 42 della nave capitanata da Carola Rackete non sarebbe cambiato nulla: l’Italia sarebbe stato il Paese responsabile della gestione delle pratiche.

Il prof. Francesco Maiani, esperto di leggi e politiche migratorie europee dell’Università di Losanna e autore di uno degli studi preparatori alla riforma, ritiene che un eventuale Dublino IV “non avrebbe cambiato nulla nel caso Sea Watch 3. “L’Italia non è al di sopra della soglia del 150% e avrebbe presumibilmente avuto la responsabilità di processare le domande d’asilo di quei migranti sbarcati sul proprio territori”.

Il criterio dell’ingresso irregolare è uno fra molti, e nessuno di noi sa quale sia la situazione individuale dei 42 sbarcati.

Il problema di quota 150%: anche con “Dublino IV” i migranti non sarebbero stati redistribuiti in Europa

L’Italia, secondo gli esperti consultati e cifre visionate da Euronews, è molto al di sotto di questo parametro. Nel 2018 le richieste di asilo sono state intorno alle 50mila (Viminale; Parlamento UE), l’8.5% del totale europeo. Francia e Germania, che sono stati spesso vittima degli strali di Salvini, nel 2018 hanno avuto il maggior numero di domande d’asilo, rispettivamente il 19 e il 28% del totale europeo (110mila e 161mila, Eurostat). Anche nel 2017, quando in Italia sono state fatte circa 130mila application, la Germania viaggiava a cifre doppie rispetto alle nostre.

Dal 2010 in poi, per l’Italia il meccanismo correttore non sarebbe mai scattato. Anzi, sarebbe scattato per altri Paesi (come Svezia, Cipro, Malta, Grecia) e l’Italia sarebbe stata tra i “ricevitori”.

Secondo Philippe Lamberts, europarlamentare dei Verdi che ha seguito da vicino le trattative sul dossier, nel caso Sea Watch 3 la differenza si sarebbe vista a livello di “gestione comune dei confini esterni” e per il fatto che, una volta sbarcati in Italia, le domande d’asilo dei migranti “sarebbero state processate da un’agenzia europea”. Ricordiamo infatti che Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, non è applicabile a bordo delle navi.

Stando a Lamberts, quote e percentuali di accoglienza “non sono state ancora calcolate con precisione” quindi allo stato attuale delle cose è impossibile sapere quanti di loro sarebbero rimasti in Italia.

A livello politico, però, si possono trarre delle conclusioni. “La Lega e i Cinque Stelle chiedono ufficialmente solidarietà sui media, ma poi [in Parlamento] si astengono o votano contro. Questo mostra come Salvini non sia interessato in nulla che non sia immediatamente spendibile con l’opinione pubblica. Gli interessa solamente il potere”, indica Lamberts.

Un altro migrante della Sea Watch 3 – REUTERS/Guglielmo Mangiapane

Responsabilità politiche

Secondo il corrispondente di Radio Radicale da Bruxelles, David Carretta, “la responsabilità del fallimento della riforma di Dublino è attribuita a Salvini e alla sua decisione nel giugno 2018 di allinearsi con Ungheria, Polonia e Austria che rifiutavano la distribuzione […] Quando a settembre l’Italia ha chiesto di inserire nella riforma il ricollocamento di tutti i migranti coinvolti nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare ha reso impossibile ogni compromesso su Dublino”.

Al momento nessun esperto è in grado di prevedere se, come e su che basi riprenderanno i negoziati. I Paesi europei non stanno riuscendo neanche a mettersi d’accordo sulle nomine per i top job istituzionali. In Consiglio non si è mai neanche arrivati allo step della prima lettura.

Bisogna precisare che anche l’ex ministro Minniti era contrario alla riforma, chiesta a gran voce dal governo Renzi. L’Huffpost aveva pubblicato i contenuti di una lettera in cui si mostrava sintonia tra il vecchio e il nuovo ministro dell’Interno. Questi i motivi del no italiano:

  • La redistribuzione obbligatoria che, con il sistema della quota, scatterebbe per l’Italia “dopo aver superato le 90mila domande d’asilo” – superate solamente nel 2016 e 2017);
  • Eccessiva complessità del meccanismo di redistribuzione;
  • No alla gestione delle pratiche da parte dell’Ufficio europeo di supporto per l’asilo (EASO), giudicata come una limitazione della sovranità;
  • Assenza di un riconoscimento concreto del ruolo degli Stati di frontiera esterna e di un meccanismo mirato per i migranti soccorsi in acque internazionali;
  • Disaccordi sui termini per la responsabilità di uno Stato nei confronti di un migrante che ha fatto domanda d’asilo.

Nell’impossibilità di trovare un accordo a livello di Consiglio europeo, la strategia perseguita dalla Ue in questi anni è stata quella di “esternalizzare” il problema verso Paesi terzi con accordi come quello con Turchia o quello con la Libia, nonostante le critiche delle organizzazioni umanitarie. “La logica di fondo è che non vi è realmente la necessità di un modello permanente di distribuzione della responsabilità in materia di asilo se i richiedenti di asilo vengono mentenuti fuori dall’Europa”, si legge su Euractiv.

CEPS: l’Italia e la UE dovrebbero essere indagati per complicità nei crimini contro umanità

In un nuovo rapporto pubblicato dal CEPS si legge che l’attuale impasse nella riforma del sistema di Dublino è diventato il “pretesto per governi e ministri dell’Interno di alcuni Stati membri per non rispettare gli obblighi derivanti dalle norme internazionali, regionali, comunitarie e costituzionali in materia di diritti fondamentali”.

Secondo il CEPS, la Corte dei conti europea (CCE) dovrebbe svolgere un’indagine sulla gestione del Fondo fiduciario UE per l’Africa. “la mancanza di accountability a livello di politiche europee è sbalorditiva”, commenta Carrera.

Allo stesso tempo, la Corte penale internazionale e le corti nazionali dovrebbero “indagare a fondo sulla complicità degli agenti UE e del governo italiano, e sulle conseguenze dirette e indirette delle politiche di mobilità contenute, sui crimini contro l’umanità che colpiscono i migranti in Libia”.

Non solo. “Se le politiche del governo italiano penalizzano le organizzazioni umanitarie e la libertà di associazione, va affrontato come un problema che tocca lo stato di diritto”, aggiunge il ricercatore del CEPS.

Secondo Carrera, un Dublino IV avrebbe portato in dote un meccanismo correttivo e una cornice di lavoro chiara sul tema immigrazione: “Gli accordi informali sono completamente illegali e infruttuosi”.

Le proposte di integrazione flessibile o di solidarité à la carte nei settori dell’asilo e di Schengen farebbero tornare indietro di tre decenni l’Europa, scrive il think tank, reintroducendo nazionalismo e intergovernamentalismo in settori che, nonostante le loro attuali carenze e limiti, sono ora chiaramente di competenza dell’UE.

Fonti consultate da Euronews bollano infine le conclusioni del Consiglio europeo di giugno 2018, quelle dei ricollocamenti “su base volontaria” sbandierati dal premier Conte come una vittoria diplomatica, come propaganda ad uso interno di bassa lega, neanche registrata al livello di lavori preparatori.

La proposta CEPS: operazioni SAR congiunte nel Mediterraneo

La proposta del centro studi belga è quella di interrompere la politica di criminalizzazione e disimpegno delle operazioni search and rescue (SAR) nel Mediterraneo, che hanno determinato un aumento del numero di vittime in mare e gravi violazioni dei diritti umani, riconsiderando invece la fattibilità di una nuova operazione SAR congiunta sotto la coordinazione di agenzie UE come Frontex e l’EASO.

Euronews ha inviato una richiesta di intervista al sottosegretario agli Interni Nicola Molteni, che è solito sostituire il ministro Salvini alle riunioni del Consiglio dell’Unione Europea e a quelle del consiglio Giustizia e Affari Interni (GAI). Al momento di scrivere non è ancora arrivato un riscontro.

Sorgente: Sea Watch 3, sarebbe cambiato qualcosa con la riforma di Dublino? | Euronews

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