Ricordate Mario Chiesa | Rep

15 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Cosa insegna la lezione dei grandi scandali italiani: la Storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma fa spesso rima. L’impressione è che nell’affaire Metropol comincino ad allinearsi ricorrenze che ricordano altri passaggi cruciali della storia politica del Paese

di Carlo Bonini

Si dice, attribuendo l’aforisma a Mark Twain, che la Storia non si ripeta mai uguale a se stessa, ma faccia spesso rima. E se questo è vero, l’impressione è che nell’affaire Metropol comincino ad allinearsi delle ricorrenze che ricordano altri passaggi cruciali della storia politica del Paese. Altre epifanie, in cui un Carneade illuminò all’improvviso, e suo malgrado, il lato occulto dell’Uomo solo al comando. Tangentopoli cominciò il 17 febbraio del 1992 con un modesto esponente dell’allora Partito Socialista milanese, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, arrestato in flagrante per una tangente di 7 milioni di lire. Bettino Craxi lo liquidò come un “mariuolo isolato”. Sappiamo come è andata a finire.

Il 27 aprile del 2009, due anni prima che ne venisse certificato il decesso politico, in quel di Casoria (Napoli), la dismisura del Berlusconismo si rivelò nella festa neomelodica per i diciotto anni di tale Noemi Letizia, una delle “vergini” che usavano “offrirsi al drago” e che il drago liquidò con una penosa bugia (“La mia partecipazione alla festa era stata chiesta da una famiglia a cui sono legato per diversi motivi nel passato… Li conosco da anni, il padre di Noemi è un vecchio autista di Craxi”). Anche qui, la palla di neve si fece valanga. Arrivarono la Patrizia D’Addario supina nel lettone regalo di Putin (una ricorrenza nella ricorrenza, si potrebbe dire), le cene eleganti, le olgettine e il “bunga bunga”.

Allo smarrimento finale di un uomo che da presidente del Consiglio aveva esposto se stesso, il suo ufficio, e dunque il Paese, al ricatto delle “vergini”. E siamo quindi all’oggi. A “Savoini chi?”, ai divani del Metropol. Al nazista di Alassio plenipotenziario della Lega a Mosca almeno a far data dal 2014. Al suo compare Claudio D’Amico, consigliere nello staff di Matteo Salvini a Palazzo Chigi. All’improvviso farfugliare del Capitano, capace di mettere insieme nello spazio di tre giorni, una bugia svelata dal suo primo ministro, e la clausola di stile in cui dal, 1992, ogni uomo politico si rifugia quando è chiamato a dare conto, politicamente, di ciò di cui non intende o non può dare conto: “Ho fiducia nel lavoro della magistratura”. Come se la trasparenza dell’agire politico, dei suoi strumenti di finanziamento, il baratto tra sovranità e sicurezza nazionale e interessi di partito, il giuramento di lealtà repubblicana che impegna un uomo di governo, fossero una faccenda da codice penale o da avvisi di garanzia.

Naturalmente, non è detto che il ricorrere di due equazioni ne rendano certa la terza. E dunque che se Mario Chiesa è stato a Craxi come Noemi a Berlusconi, questo varrà anche per Savoini e Salvini. E tuttavia il ministro dell’Interno – che pure sappiamo “ha da lavorare”, come ha ripetuto ieri – farebbe bene a trovare del tempo, tra un bagno di folla e un selfie, per ragionarci su.

Per alzare lo sguardo dal black mirror del suo smartphone e mettere in fila alcune circostanze di fatto che, come in ogni tempesta perfetta, promettono di allinearsi al rimorchio dell’affaire Metropol. O, se si preferisce, di cui l’affaire Metropol promette di essere insieme l’innesco e la cartina di tornasole. Il ministro sa, tanto per cominciare, che i 49 milioni di euro, sottratti fraudolentemente alle casse dello Stato dal partito di cui è segretario, altrettanto fraudolentemente fatti scomparire e della cui destinazione si è detto “ignaro” (esattamente come la presenza di Savoini nella sua delegazione ufficiale a Mosca nel luglio 2018), non è una faccenda che si è chiusa nell’autunno scorso con la transazione che ne prevede il comodo rimborso a rate in 79 anni (agevolazione, per dire, che non consta l’Agenzia delle Entrate riservi agli italiani in difficoltà tanto a cuore al ministro).

C’è infatti un’inchiesta complessa divisa per competenza tra le Procure di Genova e di Reggio Calabria. E, per quel che se ne sa, è un’inchiesta che cammina e, prima o poi, arriverà. Il ministro sa anche che la Guardia di Finanza lavora da tempo su una singolare rete di fiduciarie e società schermo, tutte curiosamente create tra il 2014 e il 2016 (quando lui cioè si è preso il partito) che fanno perno nella città di Bergamo, dove la Lega ha trasferito la sua cassaforte, e che tiene insieme professionisti tutti nell’orbita del partito. Non c’è stata, insomma, una sola volta da quando la Lega è entrata in apnea finanziaria che un carotaggio nei flussi di finanziamento del partito non abbia incrociato singolari architetture societarie e variopinte compagnie di giro di professionisti. Di quel genere anfibio di cui la Lega ha riempito il suo governo al centro e negli enti locali. E si sa come va con i Carneade. Uno chiama l’altro. Proprio come in questi giorni. Abbiamo cominciato con Gianluca Savoini, siamo passati a Claudio D’Amico per finire all’avvocato massone Gianluca Meranda. Ci pensi su, il ministro. Magari la profezia di Mark Twain è solo una suggestione. O forse no.

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