Carabiniere ucciso, la benda e lo scatto: l’autogol che può valere l’estradizione per i due accusati | Rep

29 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Ecco cosa è accaduto dopo l’arresto dei cittadini americani. Non identificato l’autore della foto

di Carlo Bonini

Chi ha deciso, venerdì 26 luglio, nella caserma del Reparto Investigativo dei carabinieri di via In Selci, di annichilire il diciottenne cittadino americano Christian Natale Hjorth ammanettandolo alla schiena e bendandolo? E perché? E chi è il militare che ha scatto quella foto che doveva fissare il momento dell’umiliazione? Per farne cosa?

Fino a quando non troverà risposte convincenti, la storia della foto della vergogna, le domande che sollecita, promettono ora di fagocitare tutto il resto. O, comunque, di diventare dirimenti negli umori dell’opinione pubblica americana tuttora prigioniera del fantasma di Amanda Knox. Fino al punto da poter orientare il Governo degli Stati Uniti nel valutare la possibilità di chiedere l’estradizione per i due “teneri” assassini di San Francisco armati di baionetta perché ne vengano assicurati i diritti di difesa all’interno del porto sicuro della giurisdizione statunitense. Perché, ora, di questo si tratta.

Sapere cosa è successo in via In Selci tra il momento del fermo di Gabriel Christian Natale Hjorth, 18 anni, e Elder Finnegan Lee, 20 anni, e la confessione di uno dei due al pm Maria Sabina Calabretta e dalla Procuratrice aggiunta Nunzia D’Elia, significa sapere anche se e quale valore la confessione di uno dei due potrà avere.

Le inchieste della magistratura sono due. Una aperta dal Procuratore generale di Roma, Giovanni Salvi, che riguarderà esclusivamente i profili disciplinari dei militari che risulteranno coinvolti in questa vicenda. La seconda, dell’attuale Procuratore reggente di Roma Michele Prestipino che, domani, riceverà dal Comandante provinciale di Roma dei Carabinieri, Francesco Gargaro, una prima informativa con la ricostruzione di quanto accaduto in via In Selci nella tarda mattinata di venerdì.

Ad oggi, la storia ha solo un primo abbozzo di verità. E un primo responsabile. Un sottufficiale del Reparto Investigativo che – per quanto riferisce il Comandante Provinciale dei carabinieri di Roma Francesco Gargaro – avrebbe assunto la decisione di costringere in una posizione di stress quel ragazzo, “in autonomia, per un tempo limitato e senza alcuna indicazione della catena di comando”. E che per questo è stato ieri trasferito per decisione del Comando Generale ad altro incarico. Manca al contrario chi ha scattato la foto. Mancano i nomi dei carabinieri che in quella stanza in cui Natale Hjorth era costretto hanno assistito a quanto stava accadendo senza sollevare alcuna obiezione.

Bisogna dunque, al momento, stare a quello che il Comando Provinciale dei carabinieri ha raccolto nella sua indagine interna e che, a Repubblica, fonti interne dell’Arma raccontano così.

I due cittadini americani vengono fermati dai carabinieri del Reparto Investigativo intorno alle 11 del mattino di venerdì nella loro stanza all’hotel Meridien Visconti. Sul posto, è il comandante del Reparto, il colonnello Lorenzo D’Aloia. È un ufficiale per bene. Che si è guadagnato la stima della Procura di Roma e molti nemici nel corpo. Perché è l’ufficiale che ha fatto “girare” l’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Che si è sottratto all’omertà di Corpo contribuendo a individuare chi aveva depistato, nell’Arma, la ricerca della verità.

D’Aloia è insomma ufficiale avveduto. E, quel venerdì mattina, dispone che i due americani vengano separati e trasferiti dall’hotel alla caserma di via In Selci su due diverse auto. Sottraendo entrambi – questa l’indicazione – a ogni genere di pubblicità.

D’Aloia si trattiene nella stanza di albergo per sigillare la scena del fermo. Perché, ricca come è di tracce, non venga contaminata. Le due pattuglie in borghese, con entrambi i fermati, dunque, lo precedono di una quindicina di minuti verso la caserma. Quella che ha a bordo Christian Natale Hjorth entra dal retro del caserma di via In Selci e il ragazzo, dopo essere sceso dall’auto, viene fatto entrare in una stanza a piano terra, che affaccia sul cortile interno del complesso, normalmente destinata a “sala ascolti” per le intercettazioni telefoniche. Ed è a questo punto che cominciano i problemi.

Per quello che l’inchiesta interna ha sin qui accertato, il capo pattuglia, un sottufficiale del Reparto, decide non solo che a Natale non vengano tolte le manette. Ma che debba essere anche messo nella condizione di non poter vedere dove i militari lo stanno conducendo. Per questo, si sfila il foulard azzurro che ha al collo e lo stringe intorno alla fronte del ragazzo come una benda. Quindi, dopo averlo fatto sedere al centro della stanza, si allontana.

Da quel momento in poi, nella saletta dove Natale Hjorth è stato parcheggiato comincia un via vai di militari. Alcuni dei quali appartengono anche alla stazione Farnese (quella del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega). Ed è uno dei tanti carabinieri che si avvicendano in questo passeggio indistinto a scattare la foto.

Verosimilmente dalla porta finestra della sala che affaccia sul cortile interno. All’arrivo in caserma di D’Aloia – stando sempre all’inchiesta interna – la scena cambia. Natale viene portato in un’altra stanza. Rimanendo separato da Lee. E, per entrambi, si decide di evitare le camere di sicurezza. Fino all’arrivo dei magistrati. Poi, sabato sera, comincia un’altra storia. La foto comincia a circolare. Forse anche per danneggiare il comandante del Reparto, D’Aloia. Come se in quello scatto dovesse compiersi un unico destino. L’umiliazione di un detenuto diventato trofeo. E la vendetta su un ufficiale che ha rotto l’omertà.

Sorgente: Carabiniere ucciso, la benda e lo scatto: l’autogol che può valere l’estradizione per i due accusati | Rep

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