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Un’università senza ricercatori – Jacobin Italia

Solo il 9,5% di dottorandi e assegnisti riesce a essere assunto a tempo indeterminato. Dopo un decennio di tagli e privatizzazioni, la ricerca universitaria sta diventando sempre più un privilegio per pochi

Ha suscitato clamore la stima dell’ADI – Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia secondo cui soltanto il 9.5% di chi oggi ha un assegno di ricerca riuscirà a essere inquadrato a tempo indeterminato nel sistema universitario italiano. Questa stima emerge dai dati ministeriali elaborati dall’associazione nella VIII Indagine ADI su dottorato e post-doc, report periodico in cui si offre una fotografia delle reali condizioni di vita e di lavoro dei dottorandi e dei ricercatori precari delle università italiane e da cui emergono puntualmente le drammatiche conseguenze dei pesanti tagli e delle norme che hanno colpito il settore dal 2008 in poi.

Sottofinanziamento e precarietà

Partiamo proprio da quel 90,5% di ricercatori destinato ad essere espulso dall’Università.

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Come mostra la grafica, il percorso di quel 9.5% di ricercatori che riesce a ottenere un contratto a tempo indeterminato, ossia il contratto da professore associato, è lungo e tortuoso. Infatti, sin dall’entrata in vigore della legge 240/2010 (la contestata riforma Gelmini), chi desidera diventare professore universitario si trova davanti a un intricato cammino caratterizzato dall’intervallarsi e/o affiancarsi di numerose forme di precariato: principalmente assegni di ricerca, ma anche borse di ricerca post-lauream, collaborazioni e docenze a contratto. I tre anni di dottorato di ricerca possono essere seguiti da un massimo di sei anni di assegni, altri tre anni di contratto da ricercatore a tempo determinato di tipo A (rinnovabile per altri due anni) e tre anni di contratto di ricercatore a tempo determinato di tipo B. Si tratta di un’odissea lunga e frustrante, in cui spesso tra un’isola e l’altra ci si trova in una lunga attesa durante la quale non si riceve alcuno stipendio dall’università ma si continua a lavorare alle proprie ricerche gratuitamente e senza inquadramento perché senza pubblicare non si può diventare professore universitario. Un percorso che non tutti possono permettersi.

Quello che complica ulteriormente la situazione è l’insufficienza cronica di fondi del sistema universitario italiano. Si tratta di un problema che viene da lontano: nel 2010 la riforma Gelmini, in un colpo solo, privò le università di ben 8 miliardi di euro. Secondo il Public Funding Observatory che l’European University Association (Eua) ha rilasciato lo scorso marzo, dal 2008 al 2017 il finanziamento pubblico alle università statali italiane si è ridotto di ben il 17%. Il gap con gli altri Paesi europei è sempre più ampio: mentre l’Italia spende lo 0,41% del Pil, la Germania ne spende più del doppio (0,93%) e la Francia quasi tre volte tanto (1,06%). Le conseguenze di questi tagli si traducono in università sempre più deboli e meno competitive a livello internazionale, in minori opportunità per il diritto allo studio per decine di migliaia di studenti ogni anno e in carriere sempre più lunghe e precarie per migliaia di ricercatori.

L’intreccio tra i tagli ai fondi e l’attuale giungla di contratti precari sta trasformando la carriera universitaria in un privilegio per pochi. Un’università che garantisce sempre meno opportunità e che rischia di chiudersi sempre più su sé stessa.

Le disuguaglianze territoriali

Come se non bastasse, il sistema è largamente diseguale a livello territoriale: l’Indagine Adi dimostra che i pochi fondi disponibili vengono distribuiti con criteri di ripartizione che penalizzano sistematicamente alcune aree del paese: quelle meno ricche. In altre parole, l’Università che si sta costruendo riflette sia un disegno politico fratricida nella selezione di chi occupa e occuperà le posizioni apicali dei nostri atenei, sia la mentalità secessionista che partiti come la Lega portano avanti sin dalla propria nascita all’inizio degli anni Novanta.

I dati riflettono questi orientamenti: con riferimento ai corsi di dottorato banditi, ad esempio, il paese nel suo complesso registra un drammatico -43,4% dal 2007 al 2018, ma nel solo Mezzogiorno la contrazione è ancora più eclatante con un -55,5% (contro il -41.2% del Centro e il -37% del Nord). Queste dinamiche aggravano ulteriormente un gap che già esisteva e divideva il paese. Dei 15.832 dottorati banditi nel 2007, il 28% era nel Mezzogiorno (il 29% al Centro e il 43% al Nord), mentre nell’anno più recente della rilevazione, il 2018, solo il 22% degli 8.960 dottorati banditi è nel Mezzogiorno (il 30% al Centro e il 48% al Nord).

In altre parole, le opportunità concrete di accedere al percorso di formazione più elevato previsto in Accademia, che costituisce anche la pre-condizione per la carriera da professore universitario, si sono ridotte drasticamente in tutta Italia, ma in misura sempre maggiore negli atenei del Mezzogiorno.

Allo stesso modo, anche le possibilità di bandire un contratto da ricercatore si riducono man mano che si scende lungo il territorio della penisola. Queste possibilità sono legate principalmente ai cosiddetti «punti organico», meccanismo che attribuisce facoltà assunzionali alle diverse università in base al turn over e allo stato di salute dei propri bilanci, in gran parte in relazione al gettito proveniente dalla contribuzione studentesca. Ebbene, anche quest’anno la ripartizione dei punti organico ha privilegiato le università del Nord: risorse equivalenti a 280 ricercatori che devono migrare dagli atenei del Centro-Sud.

Come hanno dimostrato le ricerche del prof. Gianfranco Viesti, gli atenei meridionali continuano a essere penalizzati ad esempio già dal solo fatto di essere localizzati in territori economicamente più deboli, che non permettono di attrarre entrate da tasse e contributi studenteschi in misura tale da competere con gli atenei del Nord. Ad aggravare questa condizione vi è una politica universitaria che, invece di agire per risolvere queste differenze, si rivela a tutto vantaggio degli atenei più ricchi: la ripartizione delle risorse del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) avviene infatti con complessi algoritmi che, a loro volta, premiano chi registra indicatori d’equilibrio economico-finanziario più solidi.

Il meccanismo a cui si assiste ormai da anni è dunque il seguente: ripartizione iniqua dei fondi, conseguente riduzione dei corsi di laurea e dell’offerta formativa negli atenei penalizzati del Centro e del Sud, emigrazione degli studenti verso Nord (ad oggi uno su quattro, secondo la Svimez), ulteriore impoverimento finanziario delle università del Centro e del Sud e – in un circolo vizioso – una ripartizione dei fondi nazionali che continua a favorire il Nord.

Un disegno politico annunciato

Che tutto questo fosse un disegno politico non è una nostra intuizione; l’ha pubblicamente dichiarato Sergio Benedetto, coordinatore della valutazione della ricerca presso l’Anvur, nel 2012: «Quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa. Ora rivedremo anche i corsi di dottorato, con criteri che porteranno a una diminuzione molto netta» (La Repubblica, 4 febbraio 2012). I numeri riportati poc’anzi mostrano che questo lavoro è stato portato avanti con efficacia. Nessuno può dire che non eravamo stati avvisati. Ciò che rende ancor più inquietante quella dichiarazione è che l’Anvur dovrebbe essere l’agenzia che si occupa della valutazione del sistema universitario: era stata spacciata come un ente indipendente e super partes, scopriamo invece che ha pervicacemente assolto a un mandato politico. In pratica, l’Anvur è stato il braccio armato del Miur, nella stessa misura in cui il braccio secolare dell’Inquisizione torturava gli inquisiti mentre i Torquemada non si sporcavano le mani.

La contrazione dell’Accademia italiana, che nel dibattito pubblico è stata fatta passare come inevitabile conseguenza di un sistema rigido, autoreferenziale e ripiegato su sé stesso, è in realtà frutto di un preciso disegno politico di messa sul mercato dei servizi pubblici e di privatizzazione della ricerca e della conoscenza. Questo progetto implicava, e implica tuttora, lo smantellamento del sistema universitario pubblico, in piena controtendenza con il ruolo strategico riconosciuto dagli altri paesi europei alle università a cavallo della crisi del 2008.

La grande beffa è che proprio questo progetto di complessivo ridimensionamento del sistema universitario pubblico, portato avanti con l’utilizzo spregiudicato di un discorso che accusava le università dei peggiori sprechi, ha reso il sistema incapace di mettere adeguatamente a frutto le risorse che impiega. Assistiamo infatti a un enorme spreco di lavoro e di risorse finanziarie che il sistema universitario ha impiegato per la formazione di quegli studiosi che, non riuscendo a trovare spazio nelle università e nella ricerca italiane, migrano verso università estere o non si occupano più di ricerca.

Il ritorno della Lega al governo è accompagnato da una ulteriore accelerazione in questa direzione e verso più profonde diseguaglianze territoriali: da un lato il regionalismo differenziato e dall’altro il tentativo di riprendere e portare avanti il disegno originario della riforma Gelmini di distinzione tra università di serie A e di serie B con la cosiddetta bozza di «autonomia responsabile». Secondo le ultime indiscrezioni, quest’ultima sarebbe stata rigettata proprio in vista delle elezioni europee, al prezzo del mantenimento nei pieni poteri dell’Anvur, la cui sopravvivenza pure era stata messa in discussione. Lo scambio non occulta il progetto che le destre e i poteri economici hanno per il nostro paese: un Nord ricco e agganciato all’Europa e un Centro-Sud che, fatta salva qualche area urbana a vocazione turistica, resta terra di emigrazione di massa e lavoro povero.

Le politiche universitarie e della ricerca sono strategiche nello scenario in cui ci troviamo: la messa sul mercato dei servizi e la monetizzazione dei diritti sotto la logica della concorrenza (tra imprese e tra individui) sono il principio ontologico su cui è stato edificato il progetto neoliberista di riconfigurazione delle nostre società, progetto nel quale la conoscenza e la ricerca hanno un ruolo centrale.

*Matteo Piolatto è dottore di ricerca in Sociologia economica. Angelantonio Viscione è dottore di ricerca in Economia politica. Lorenzo Fattori è dottore di ricerca in Scienze sociali e statistiche. Sono tutti membri della Segreteria nazionale dell’ADI – Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia.

Sorgente: Un’università senza ricercatori – Jacobin Italia

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