Csm, i summit notturni in hotel tra Lotti, Ferri e le toghe: anche Lotito al tavolo | Rep

5 Giugno 2019 0 Di Luna Rossa

I politici e i cinque consiglieri togati agli incontri segreti con Palamara per le nomine. E per il pm di Roma spunta una ristrutturazione fatta dalla ditta del lobbista

di Carlo Bonini

ROMA – Documentano le carte trasmesse dalla procura di Perugia al Csm che, come carbonari, i mercanti di nomine si incontravano quando fuori era buio pesto. In un albergo. Mai prima della mezzanotte. E tiravano avanti fino all’una o alle due del mattino. Imbastivano e demolivano carriere in nome di scambi tra correnti, e in ragione di criteri di “affidabilità” politica trasparenti come le notti in cui appunto venivano decisi. E si incontravano con una cadenza bulimica che, dal 7 al 16 maggio scorsi, quando le partite per la successione alla procura di Roma e a quella di Perugia erano entrate nel vivo, era diventata quotidiana. C’era lui, Luca Palamara, il kingmaker di Unicost che brigava per diventare procuratore aggiunto, annichilire l’indagine per corruzione in cui era indagato a Perugia e spezzare le ossa a Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo usando i quotidiani il Fatto e la Verità come macchina del fango. E con lui, c’erano i consiglieri del Csm Luigi Spina, Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Gianluca Morlini e Paolo Criscuoli, i parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti. Per non dire del più eccentrico e incongruo dei frequentatori di queste rimpatriate notturne: il presidente della Lazio Claudio Lotito, amico del romanista Palamara. Un Lotito più volte cliente della giustizia penale e dunque evidentemente rassicurato dall’essere ammesso a quel salotto ristretto di magistrati di potere. In ogni caso, buono, a quel che le intercettazioni dell’inchiesta di Perugia documentano, a rimediare biglietti di tribuna per la finale di Coppa Italia Lazio-Atalanta, cui Luigi Spina a quanto pare teneva molto. Quando non era un albergo, i carbonari si affacciavano anche a casa della sorella di Cosimo Ferri, il convitato di pietra della magistratura, sottosegretario alla giustizia nei governi Pd, magistrato, pontiere verso il mondo di Denis Verdini. Un gran visir sopravvissuto a tutte le stagioni. E quando non era una casa, per gli incontri c’era sempre il marciapiede. A volte la variopinta compagnia di giro contava su tutta la combriccola, altre i protagonisti si alternavano in un viavai di incontri a due, a tre, a quattro. Tutti convinti che la notte alta ne proteggesse le mosse e tenesse lontani i ficcanaso. Tutti ignari (e fa specie per magistrati che certe diavolerie dovrebbero conoscerle) che ci vuole altro per proteggere la sicurezza delle proprie conversazioni. Il cellulare che Palamara aveva in tasca era stato infatti trasformato dal trojan del Gico della Finanza in un potente microfono aperto. Una supercimice che se li è inghiottiti tutti.

La casa di Palamara

Dell’ossessione di Lotti, ormai sappiamo. La procura di Roma, dove è imputato nel processo Consip, era un chiodo fisso. E le carte di Perugia lo sorprendono a parlarne in almeno una circostanza da solo con Palamara. Con il magistrato, cui è stata promessa, se vincerà la partita per l’eredità di Pignatone, la poltrona di procuratore aggiunto a Roma, l’ex ministro discute con una disinvoltura il cui cinismo è al limite della brutalità. Del resto, il suo interlocutore è uomo di mondo. Al punto che non solo si fa pagare i weekend e il solitario dell’amica dal lobbista Fabrizio Centofanti (“Anticipi che restituivo – si è difeso lui – per tutelare la mia privacy” ), ma presenta, per la casa ai Parioli avuta in affitto dall’ordine dei notai, un progetto di ristrutturazione che coincidenza vuole porti la firma di una delle società proprio di Centofanti (non si sa cosa c’entrino qui gli stratagemmi per dissimulare un’infedeltà coniugale).

La compagna del pm antimafia

Del resto, nella logica tutta romana di “una mano lava l’altra”, Palamara si muove come un pesce nell’acqua. E per questo coltiva ogni tipo di relazione da cui intuisce possa trarre un vantaggio. È il caso di Cesare Sirignano, il pm napoletano della Direzione nazionale antimafia di cui Repubblica ha dato notizia tre giorni fa. Con lui, Palamara discute di un possibile candidato alla successione di Luigi De Ficchy alla procura di Perugia. Uno snodo fondamentale non solo per i futuri equilibri della procura di Roma (Perugia è competente sui reati commessi dai magistrati di Roma) ma per i destini personali dello stesso Palamara, convinto che un procuratore da lui pilotato o comunque “battezzato” sia un’assicurazione sull’inchiesta per corruzione che lo riguarda e che pende in quell’ufficio.
E tuttavia, al di là dell’oggetto specifico dei conversari, l’interesse di Palamara per Sirignano sembra governato da un calcolo più raffinato. Il pm napoletano è infatti legato sentimentalmente a una magistrata con un incarico non banale. Si chiama Ilaria Sasso Del Verme. Ha avuto nel tempo incarichi nella giunta Anm, è stata pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli ma, soprattutto, è stata distaccata, con l’insediamento del nuovo Csm, a Palazzo dei Marescialli come segretaria della quinta commissione del Consiglio, quella incaricata di istruire e redigere i pareri per i magistrati candidati agli incarichi direttivi e semi-direttivi degli uffici giudiziari del Paese. Insomma, se si deve stare alle intercettazioni, la scommessa di Palamara sembra proprio sulla compagna di Sirignano, proprio perché occhio e orecchio in un ganglio vitale del Consiglio nel Grande gioco delle nomine.

La macchina del fango

Non esiste fair play nel Grande gioco. All’avversario, se necessario, vanno spezzate le ossa. E, la mattina del 16 maggio, è quello che Palamara decide di fare. Nella notte che è appena trascorsa, in un ennesimo rendez vous, Luigi Spina lo ha informato che in Consiglio è arrivata la stringata comunicazione con cui, come vuole la legge, il procuratore di Perugia ha comunicato la sua iscrizione al registro degli indagati. A mezzogiorno di quel 16 maggio – come documentano le intercettazioni – Palamara è in procura a Roma e va dritto nell’ufficio del pm Stefano Fava. Ha deciso che la risposta a Perugia debba essere quella “fine di mondo”. La vecchia cara “macchina del fango”. Dunque, sfregiare la reputazione di Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo accusandoli di ciò che pure le carte smentiscono.
Palamara eccita Fava, che con Pignatone e Ielo ha un conto aperto e contro di loro ha depositato un esposto al Csm che li accusa di inconfessabili rapporti familiari con i loro indagati nell’inchiesta Amara-Centofanti. Concordano che quella storia debba uscire e che il canale debbano essere due quotidiani: Il Fatto e La Verità. Firmeranno due giornalisti che hanno buone ragioni di tirare una legnata. Quello che per Il Fatto ha raccontato l’inchiesta Consip accusando la procura di aver protetto Renzi. E il giornalista della Verità che nel caso Siri, qualche settimana prima, ha provato a bruciare l’inchiesta di Ielo e Mario Palazzi montando un inesistente giallo sull’intercettazione chiave. Palamara è preoccupato che della storia esca solo ciò che deve uscire: teme che, se si apre la botola dei veleni, qualcuno possa arrivare alla sua amica Adele Attisani. Fava lo rassicura e garantisce per Il Fatto. Il trojan registra. Il 29 maggio i due quotidiani escono con la storia dell’esposto. Nessuno ancora lo sa, ma l’operazione è fuori tempo massimo.

Sorgente: Csm, i summit notturni in hotel tra Lotti, Ferri e le toghe: anche Lotito al tavolo | Rep

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