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”Crisi della sinistra e movimento contadino. Noi che nei territori ci siamo da anni vi diciamo: vi state sbagliando di grosso”

“Crisi della sinistra e movimento contadino. Noi che nei territori ci siamo da anni vi diciamo: vi state sbagliando di grosso”. Intervento di Gianni Fabbris

Il 9 giugno ho partecipato all’assemblea a Roma convocata dalla lista La-Sinistra per valutare il disastroso esito elettorale per le Europee 2019 e trarre indicazioni su come andare avanti; lo dovevo al percorso di 40 giorni di impegnativa e defatigante campagna elettorale in cui con il sostegno pieno del movimento contadino che da decenni si batte contro la crisi rurale, ho partecipato da candidato indipendente nella circoscrizione Sud al pari di Elisabetta Pezzini candidata nella circoscrizione dell’Italia Centrale.

L’essere candidati indipendenti per noi non è stato un vezzo strumentale ma, al contrario, ha voluto essere il segnale che lanciavamo fuori e dentro il nostro mondo: “usciamo dalle terre, scendiamo dai motopesca, sospendiamo l’impegno civile e sindacale tentiamo di rompere i recinti e ridiamo voce a un mondo dimenticato dalla politica che perde i legami sociali”. Abbiamo condotto questa campagna elettorale da Movimento Autonomo e come soggetto Sociale che ha il proprio programma e i propri obiettivi (soprattutto sulla dimensione europea) ma che sa che non bastano più l’impegno sindacale, i progetti, il lungo processo di resilienza e di resistenza  messa in campo quotidianamente da decenni; ci serve la politica, quella che cambia le condizioni e le regole. Ne abbiamo bisogno “ora”, nel tempo della “politica senza politica e senza partiti” e mi sarebbe piaciuto capire a Roma se vi sono le condizioni per il confronto.

Purtroppo non è stato possibile. Probabilmente per inesperienza della presidenza dell’assemblea non mi è stata data la parola e non c’è stato il tempo per ascoltare le riflessioni dall’interno del movimento contadino. Poco male, avremo altre occasioni e comunque non mancheremo di cercarle e determinarle. Paradossale, ad ogni modo, è stato sentire da tanti interventi che la sinistra perde perché ha rotto i legami sociali e che ora “bisogna tornare nei territori” e non aver potuto raccontare il punto di vista di chi, come noi, i legami sociali non li ha mai persi ma, anzi, li ha coltivati e rafforzati in questi decenni. Penso davvero che la discussione a sinistra sul dopo voto parte molto male, sospesa senza una testa fra la certezza del cambiamento necessario e la ricerca del campicello sicuro delle certezze da cui ripartire con qualche voce che lancia l’allarme nel deserto della paura e dello smarrimento.

Fra tutte le certezze che ho sentito evocare ve ne è una che mi ha francamente colpito: la frase ricorrente per cui “nella società c’è una domanda (o un bisogno) di sinistra”. Non posso che testimoniare di quanto (al contrario) è stata difficile la nostra campagna elettorale nel chiedere il voto agli agricoltori (e non solo) per la lista che si chiamava “la sinistra” e quanto, invece come la parola “sinistra” evoca sentimenti negativi. Si può discutere sul perché ma, in fondo, per chi vive la terra ed è stato abbandonato al proprio destino ve ne è più di una ragione e, dunque, il punto non è difendere un nome sventolandolo come una bandiera ma l’obiettivo è di far percepire come utili le analisi, le pratiche e le proposte (se e quando ci sono). Abbiamo bisogno di meno ideologia e più di quella buona politica che si produce perché “qui ed ora” sai interpretare bisogni e offrire soluzioni. Abbiamo bisogno della politica che rinomina il senso stesso delle parole senza darle per scontate; tutte, a cominciare dal senso stesso della parole “sinistra” che non possiamo dare come un dogma e che, al contrario, rischia di essere il recinto da rompere se vogliamo stare nel rapporto con la realtà.
Perché questo sia possibile servono diverse condizioni; io ne individuo una imprescindibile: la capacità di leggere la realtà interpretando la trasformazione sociale.

Tutti noi che ci occupiamo di terra, mare, territorio, ambiente, sovranità alimentare ed energetica, la trasformazione la leggiamo da tempo: la questione del cibo e della terra, archiviata per decenni come vecchia, arretrata e marginale da una sinistra ubriacata di modernità, è tornata ad essere centrale. Non tanto per nostre capacità ma perché il capitalismo finanziario ha costruito sul dominio del cibo, dell’acqua, della terra e del mare un suo modernissimo e brutale modello di società che sta bruciando risorse e regalandoci la crisi.

Nostro compito è superare il modello dell’agroalimentare della crisi, costruendo l’alleanza e il blocco sociale per determinare, con la Sovranità Alimentare, il diritto democratico di scegliere il nostro modello di gestione dei beni comuni, dell’energia, della produzione, distribuzione, consumo del cibo e di fruizione del territorio.

ALL’ASSEMBLEA DI VALUTAZIONE POST VOTO EUROPEE, LA LISTA LA-SINISTRA DISCUTE DELL’ESITO ELETTORALE E DEL SUO FUTURO. NON È LA NOSTRA DISCUSSIONE.
Il movimento contadino ritorna all’autonomia delle sue pratiche sociali continuando a cercare di restituire senso alla politica perché la lotta per la terra sostenga l’impegno per una società giusta. E poi, cosa c’è di più centrale e “vitale” del diritto al cibo? Possiamo fare a meno di molte cose ma non di alimentarci e il modo come lo facciamo (e se lo facciamo) in un mondo in cui diventeremo 10 miliardi
entro il 2050 e già oggi circa un miliardo soffre la fame, è strategico “oggettivamente” e “soggettivamente”. È uno sforzo “pedagogico” che chiama al protagonismo i soggetti sociali ed ha bisogno di ricostruire soggettività politica per rispondere al rischio più grande che la crisi della democrazia ci sta imponendo: una politica come solo esercizio del potere e senza l’utopia e il compito della trasformazione.

Questo esito si è determinato per molte ragioni ma come non vedere le responsabilità della sinistra italiana nel processo di autonomizzazione della politica che ha contribuito con la sua autoreferenzialità ad allargare la forbice con i corpi sociali? Noi abbiamo condotto questa campagna elettorale con questo obiettivo principale: quello di misurarci come movimento contadino con la politica provando a sollecitare il protagonismo e la responsabilità di tanti che finora se ne sono tenuti ai margini: i pescatori, gli allevatori, i braccianti, chi vive nella dimenticate aree rurali, i consumatori, i militanti delle reti di difesa ambientale e del sud, le vertenze e i progetti in difesa della terra. Con loro abbiamo assunto impegni nei tanti incontri che abbiamo prodotto e su questi impegni continueremo a sviluppare il profilo politico del nostro cammino ed a lavorare sul metodo che tiene insieme le pratiche sociali con la buona politica per ricostruire la soggettività dell’alternativa.

La politica che ci serve non è quella della presa del potere ma la costruzione di contropotere a partire dalle nostre comunità. Nel farsi politica i soggetti sociali, dietro di loro mantengano il luogo in cui tornare, perché è da li che può ripartire la politica come hanno saputo fare i contadini in Chapas. Per noi, questa campagna elettorale condotta a testa alta è stata, in realtà, una “incursione nel campo della politica”, una prova per capire come rompere i recinti. Quei recinti che ho visto riproporre in troppi interventi della assemblea di Roma invocati per garantire la sicurezza di uno spazio identitario.

Cosi è definita “L’incursione”: “Il raid, in campo militare, è inteso come un’azione di sorpresa, generalmente eseguita con ridotto impiego di mezzi, contro obiettivi di limitata importanza nel quale, a differenza del blitz, è sempre programmato il rientro alla base, non prevedendo l’occupazione del territorio di manovra”. Questo è quello che abbiamo fatto con la campagna elettorale per le europee 2019: una incursione nella politica su obiettivi limitati e non prioritari programmata e condotta per “rientrare alla base”. Un pò quello che fecero le 1.111 comunità contadine in rivolta del Chapas zapatista nel febbraio 2001 quando uscirono dalla Selva Lacandona per marciare su Città del Messico e rompere l’accerchiamento e la repressione armata che le opprimeva. Dopo aver vinto la “rivoluzione mediatica e rivoltato la politica” tornarono nelle loro terre a costruire e rafforzare le comunità, curando la relazione con la loro terra. Così, pure, fecero i brasiliani del MST (Movimento Senza Terra, che organizzava al tempo mezzo milione di famiglie che le terre dei latifondisti le occupavano) dopo che, essendo stati uno dei motori della vittoria di Lula, scelsero di non mandare loro rappresentanti al governo e di rimanerne fuori .. perché la lotta per la terra continuava fino ad ottenere la Riforma Agraria e di quella lotta la loro autonomia era la garanzia politica più forte (videro bene a giudicare dall’esito elettorale brasiliano e dal fatto che il governo Lula non
realizzò la Riforma agraria). Cosi oggi facciamo noi, che abbiamo lasciato per due mesi il nostro impegno sindacale e sociale, sospeso i progetti e il lavoro nelle aziende: torniamo al lavoro più forti e consapevoli del lavoro fatto, dei tanti che abbiamo incontrato, delle responsabilità che ci aspettano.

Prepariamo, intanto un nostro appuntamento cui chiameremo da contadini quanti vorranno confrontarsi con noi sul lavoro da fare per rafforzare il lavoro in rete e restituire senso alla politica ripartendo dal Sud, dal Mediterraneo, dalla terra, dalla sovranità energetica e alimentare, dalle comunità. Non so cosa ne verrà fuori e non so se quello che sapremo produrre avrà una relazione con la sinistra. Non ne sono ossessionato. La mia vera ossessione è rimettere in moto una via pedagogica per cui gli sconfitti si riapproprino degli strumenti e del progetto per la propria liberazione: fra questi vi è la politica. Per intanto auguro alla discussione a sinistra ogni miglior esito nel convincimento profondo che il grande patrimonio del passato di lotte, sacrifici, percorsi non possa essere disperso. Nemmeno, però, può diventare un recinto che ci divide ancora di più dalla società nel presente e per il futuro.

Sorgente: “Crisi della sinistra e movimento contadino. Noi che nei territori ci siamo da anni vi diciamo: vi state sbagliando di grosso” | Ancora Fischia il Vento

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