Giorgetti minaccia le dimissioni e per Salvini la crisi si evita solo col ribaltone a Palazzo Chigi | Rep

23 Maggio 2019 0 Di Luna Rossa

Il leader leghista a colloquio con il capo dello Stato. Ma il suo piano è sostituire Conte. Di Maio: “Lui non può fare il premier neanche col 30%”

di Carmelo Lopapa e Tommaso Ciriaco

Il ribaltone a Palazzo Chigi. C’è il premier Giuseppe Conte nel mirino di Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. Ecco la strategia che filtra a tre giorni dal voto. Se le urne assegneranno alla Lega il primato, con ampio distacco dal M5S, allora l’unica alternativa al voto anticipato sarà la sostituzione del presidente del Consiglio. Con un leghista.

«Così non si può andare avanti — è l’avviso di sfratto che lancia il sottosegretario alla presidenza davanti alla stampa estera — Salvini per sua natura nel Palazzo non ci vorrebbe stare. Ma se arriva il plebiscito credo che dovrà farsi carico dell’onere e dell’onore di rivestire un ruolo superiore rispetto a quello ricoperto oggi». E un gradino sopra il vicepremier c’è solo la poltrona dell’avvocato pugliese. Una soluzione “alla Renzi”, insomma, che defenestrò Letta senza passare per le urne. Anche se ufficialmente il sottosegretario nega.

Qualche ora dopo, stavolta lontano dai riflettori, Giorgetti si spinge oltre. «Sono pronto a fare un passo indietro e a dimettermi se le cose non cambieranno, se il governo non comincerà a fare le cose che la gente si aspetta». Finora, è la sintesi, le aspettative — dalle autonomie alla tav — sono state tradite. E così il partito di via Bellerio non è più disposto ad andare avanti. «Se la stabilità si trasforma in immobilismo non è un valore», è ancora l’affondo del numero due della Lega. «Conte non è imparziale, non lo è stato affatto soprattutto in queste ultime vicende — continua nello sfogo alludendo allo stop al decreto sicurezza bis — Lui è espressione dei 5stelle, non è un’offesa, rappresenta una parte politica». Una parte che da lunedì, salvo sorprese, non sarà più partito di maggioranza relativa.

Il ragionamento che fa il sottosegretario è quasi brutale: «Nelle ultime tre settimane qualcosa non ha funzionato. Lo confermano anche i sondaggi. Se diventiamo primo partito, nessuno potrà trascurare questo dato di fatto. Con il 30 per cento, pesi di più rispetto a chi ha il 25. Dovremo tenere conto delle opinioni del Paese reale che si è stancato e vuole cambiare». Nulla insomma sarà più come prima dal 27 maggio, a un anno dal battesimo dell’esecutivo. E non basterà un rimpasto a salvarlo. Lo mette in chiaro lo stesso Matteo Salvini parlando ai suoi supporter nel video serale su Fb. «Non me ne frega nulla, dopo il voto, di chiedere ministri, sottosegretari o poltrone». Piuttosto, continua, la Lega rivendicherà subito, da primo partito, la casella del commissario europeo che spetta all’Italia: «Dovrà occuparsi di controllare i confini e gestire le espulsioni». Non un commissario economico chiede dunque il vicepremier, ma il responsabile delle politiche per le migrazioni.

Che il ribaltone sia l’unica alternativa alle elezioni a settembre l’ha capito anche il presidente Conte. Negli ultimi due faticosissimi giorni spesi per sminare una possibile crisi sul decreto sicurezza, il premier ha riunito più volte lo staff. Il punto di partenza del suo ragionamento coincide esattamente con la strategia leghista. Il presidente ritiene di essere il target su cui si scaglieranno un minuto dopo il voto. «Se la prenderanno con me, chiederanno la mia testa — è la previsione che fa in privato — Diranno che serve un’altra guida per il governo, che non sono più equidistante, che gli equilibri sono cambiati». Di Maio pensa la stessa cosa. L’allarme per i quotidiani affondi del duo Salvini-Giorgetti è talmente alto che il capo politico del Movimento considera lo scenario di una crisi assai probabile. «Matteo ha deciso. E Giorgetti non parla mai a caso…». Il vicepremier grillino scommette dunque tutto sulla riduzione della forbice con gli alleati-avversari. Ma se anche la Lega dilagasse, il M5s alzerebbe le barricate all’opzione Salvini premier. «Non hanno voluto che guidassi io il governo col nostro 32,6 per cento — ha ragionato fino a ieri pomeriggio coi suoi — non vedo perché dovrebbe guidarlo lui con il 32 alle Europee». I sospetti sono anche puntati su Giorgetti, sulle sue di ambizioni. Nonostante il sottosegretario abbia negato, poche ore prima: «Non farò mai il premier».

Di certo, c’è la ancora la mediazione del numero due leghista dietro l’incontro che nel pomeriggio ha portato Salvini al Colle per discutere a porte chiuse del “suo” decreto. Un’ora di faccia a faccia per limare ancora il testo. «Cambio senza problemi quel che va modificato», ha ceduto il ministro dell’Interno. A tre giorni dalla resa dei conti, meglio chiudere la partita ed evitare tensioni col Quirinale.

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