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Capannoni da incubo a Firenze: il made in Italy è fatto da mani cinesi

Centinaia di borse Prada allineate in perfetto ordine sui banconi. Altre centinaia di borse Burberry in fila, una dietro l’altra, negli scaffali del piano superiore del laboratorio. Apri la porta del capannone e queste sono le prime immagini che ti colpiscono. Un’esplosione di lavorazioni made in Italy di alcuni tra i marchi più prestigiosi del lusso. Ma quando cerchi le mani degli artigiani toscani, che da sempre hanno scolpito queste bellezze, alzi gli occhi e ti trovi di fronte quelli di decine operai che toscani non sono. Sono tutti cinesi. Queste perfette macchine da guerra umane hanno ormai soppiantato gli artigiani italiani. Tra Prato e Firenze il made in Italy c’è ancora ma è fatto quasi esclusivamente da mani asiatiche.

PROVINCE A CONFRONTO
Persone straniere con cariche in imprese toscane per Paese di origine nelle province di Prato e Firenze
(Fonte: Irpet-Icse &Co 2019)

In colonna verso i capannoni
È notte quando ci incolonniamo con la Guardia di Finanza di Firenze. La nostra prima meta è un capannone di Campi Bisenzio, da mesi sotto osservazione degli uomini delle Fiamme gialle. In un parcheggio poco distante, la Gdf, con l’Ispettorato del lavoro e l’Azienda sanitaria locale, ha da poco messo a punto gli ultimi dettagli prima dell’irruzione.

Un tenente della Guarda di finanza dà il via e anche noi, al suo seguito, entriamo nel capannone. Anonimo, come centinaia di altre strutture che brulicano in un’area a forte vocazione imprenditoriale, dove nel passato si sono formati migliaia di artigiani che hanno fatto la storia del made in Italy.
Mentre i baschi verdi bloccano le potenziali vie di fuga, la scena che si para davanti agli occhi è surreale. Di fronte a decine di uomini e donne che passano al setaccio passaporti e visti, domina una calma assoluta. Come se fossero pronti a vivere o a rivivere una situazione come questa. E c’è perfino chi continua a lavorare anche di fronte alla richiesta di spegnere i macchinari e mettersi in fila per i controlli.

Il maggiore Mario Aliberti, comandante del 2° Nucleo operativo metropolitano della Guardia di Finanza di Firenze, ci fa strada lungo i banconi dove sono allineate le macchine da cucire e il pellame per la produzione. Il piano terra sembra in ordine e pulito ma saranno poi l’Ispettorato del lavoro e l’Ausl Centro Toscana a verificare il rispetto delle leggi. Qui, in questo capannone, un imprenditore cinese, con regolare contratto con le case madri, produce alcuni modelli di borse per Prada e Burberry.

Saliamo al piano superiore. Lo scenario cambia un po’. Il disordine non manca e molto materiale sembra accatastato alla rinfusa. Questa scena stride con la precisione con la quale i lavoratori cinesi hanno disposto le borse di Burberry.
Usciamo e seguiamo i funzionari dell’azienda sanitaria sul retro della costruzione, dove una cucina improvvisata all’esterno brulica di operai che mangiano e che sembrano sorpresi da tanta agitazione. La cucina non sembra proprio quella che ti aspetteresti in una fabbrica di prodotti di lusso. La contraddizione balza agli occhi: da una parte borse per decine di migliaia di euro e a pochissimi metri ciotole e bacchette alla rinfusa per consumare velocemente un pasto nel freddo della notte.

Mentre continuano i controlli e l’equipe al lavoro riscontra numerosi violazioni alle leggi sull’immigrazione, lavoro e salute, partono già i primi contatti della Guardia di Finanza con i marchi del lusso che hanno commissionato la produzione delle borse. Prada, Burberry e Tivoli (la società che produce per conto del marchio britannico) dopo essere venute a conoscenza delle presunte irregolarità hanno preso provvedimenti. Burberry ha avallato la scelta di Tivoli Group di sospendere il contratto con il subappaltatore cinese per violazione del contratto. Prada dichiara di voler interrompere immediatamente qualsiasi rapporto con le aziende che non rispettano le leggi e gli impegni assunti.

Il prezzo netto di vendita a Burberry delle borse lavorate nel capannone varia tra i 38 e 133 euro a capo. Il contratto tra Prada e il committente prevede invece un fatturato minimo annuale di oltre due milioni di euro, oltre a sanzioni e penali e l’espressa previsione di non poter produrre per altri grandi gruppi della moda.

L’escalation
Spiega: Stranieri con una o più cariche in imprese registrate e attive nel secondo semestre 2018 nella provincia di Firenze (Fonte: Camera di commercio di Firenze II semestre 2018)

Il secondo capannone
Mentre abbandoniamo questo capannone, la task force continua il suo lavoro e porta e termine a notte fonda le ispezioni in altre otto strutture. Risaliamo in macchina e ci dirigiamo verso un altro laboratorio di Campi Bisenzio. Qui la scena che troviamo lascia senza parole.

Vita privata e lavoro convivono sotto lo stesso tetto nel degrado. Nel disordine generale la parte centrale del capannone è occupata da macchinari in pessime condizioni, pellame e borse alla rinfusa e fusti di difficile identificazione. Qui le borse non sono allineate come nel primo capannone ma sono gettate alla rinfusa sui tavoli e nei cartoni a terra. I marchi sono Gianni Chiarini e Cristinaeffe. Anche questi marchi nulla hanno a che fare con le irregolarità commesse.

Ma il peggio deve arrivare perché, nascosti dietro pareti di legno, si celano stanze che trasformano una parte del capannone in un’abitazione, pronta ad ospitare non si sa quante persone.

Sul fondo della costruzione una stanza senza luce è arredata, se così si può dire, con un letto sfatto e un armadio improvvisato. Oggetti affastellati alla meno peggio sono sparsi un po’ ovunque. La sporcizia che viene in superficie è nulla rispetto a ciò che vediamo in un bagnetto che non vede detergenti da tempo. In cucina le pareti sono macchiate dall’umidità, il vetro è rotto e le stratificazioni di alimenti e grasso sui fuochi sono datate. In linea di continuità con questo degrado anche la stanza che vorrebbe essere una specie di salottino, ospita un divano marrone ridotto ai minimi termini e con la gomma piuma rosicchiata e in vista. Ma questa stanzetta con poca luce sembrerebbe essere vissuta da un bambino. Sul tavolo un astuccio e i quaderni e alle pareti disegni fatti da uno scolaro delle elementari. In poche parole: un vero caos.

Mentre ci aggiriamo per il capannone riprendendo queste scene si accende una discussione tra l’imprenditore cinese e la Guardia di finanza. Il terzista non vuole firmare il verbale prima di averlo fatto vedere all’avvocato e a cercare di mediare e di calmare gli spiriti interviene un’interprete che ce la mette proprio tutta per spiegare a cosa serve quella firma. Gli animi si placano ma non conosciamo la fine perché ci spostiamo in un altro capannone dove le scene si ripetono mestamente.

La Toscana oscura provincia cinese
Il fatto che le mani degli artigiani non siano italiane colpisce tanto quanto il fatto che gli operai cinesi non conoscano a volte neppure una parola di italiano. Evidentemente però per gli affari ci si intende anche a gesti. Non ci credete?
Facciamo l’esempio di un’impresa italiana realmente esistente che, alle porte di Firenze, ha una dozzina di fornitori ai quali rivolgersi a seconda delle necessità e dei picchi di produzione. Dalle visure effettuate presso la Camera di commercio il risultato è netto e inequivocabile: nessuno tra i contoterzisti è italiano. Tutti sono cinesi. Tre di loro denunciano un solo dipendente e questo spalanca le porte ad una domanda semplice semplice: ma come si può produrre con un unico operaio? O anche solo con due o tre, come risulta dalle visure?

Ma non finisce qui. Si scopre anche che all’atto dell’iscrizione presso la Camera di commercio tre titolari, alla voce “luogo di nascita”, hanno dichiarato “Cina Repubblica popolare (Cina)” senza alcuna altra specifica. Ci si può dunque permettere di dichiarare genericamente di essere nati in un Paese che conta appena 1,4 miliardi di abitanti ed è grande quanto un continente. E’ come se ciascuno di noi riportasse sulla carta di identità “nato in Europa e Nord America”.

Chi non arriva a tanta spregiudicatezza ha comunque armi da spendere per non rivelare più di tanto. Sei titolari di impresa hanno dichiarato di essere nati nello Zhejiang, che non è una città ma una provincia della Cina grande quanto il nord Italia, suddivisa in 11 prefetture, 90 contee e 1.570 Comuni, con oltre 54 milioni di abitanti. Altri due titolari hanno dichiarato di essere nati a Fujian, che ha oltre 35 milioni di abitanti sparsi in 1.107 comuni. Un ultimo titolare ha affermato infine di essere nato a Liaoning. Anche in questo caso non si tratta di una città ma di una provincia con più di 43 milioni di abitanti e 1.511 Comuni. Andare a cercare dove sono nati i titolari è come cercare un ago in un pagliaio.

AL SETACCIO
Le violazioni constatate a decorrere dal 1° gennaio 2018 a oggi all’interno dei capannoni dal pool Gdf, Asl e Ispettorato del lavoro (Fonte: Gdf Firenze)

Al finir della nottata i controlli hanno portato all’identificazione di 41 lavoratori irregolari, di cui 25 in nero (quattro dei quali clandestini). Alcune attività sono state temporaneamente sospese e successivamente riaperte dopo il pagamento di una sanzione di duemila euro. Senza contare che complessivamente sono state irrogate multe per quasi 120mila euro.

Spesso, però, i titolari pagano solo un anticipo sufficiente alla ripresa dell’attività. Una volta completato il ciclo di lavorazione molte imprese vengono liquidate senza versare il resto e, altrettanto spesso, senza pagare le tasse. Molti titolari, in questa catena senza fine di frodi e raggiri, diventano operai in un nuove società registrate, i cui titolari diventano quelli che magari, prima, erano i loro operai.

L’Ausl ha disposto quattro sanzioni per la presenza di dormitori, illecita preparazione del cibo sul luogo di lavoro, porte di emergenze chiuse dall’esterno e assenza di estintori.

Ci si può non credere ma oggi il made in Italy è (anche) questo.

 

Sorgente: Capannoni da incubo a Firenze: il made in Italy è fatto da mani cinesi

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