L’umiliazione di Erdogan sconfitto dalla recessione | Rep

2 Aprile 2019 0 Di Luna Rossa

Batosta in Turchia per il partito Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan alle elezioni amministrative, considerate un test sulla sua tenuta politica. Dopo 15 anni al potere il Partito della giustizia e dello sviluppo perderebbe Ankara e Istanbul, le due maggiori città della nazione

di Bernardo Valli

Ce l’aveva messa tutta Recep Tayyip Erdogan, cercando di trasformare le elezioni municipali in un referendum sulla sua persona. Era un tentativo di arginare con la sua popolarità gli effetti negativi della recessione economica che investe il Paese e di cui il suo governo paga il prezzo politico. Non c’è riuscito.

E adesso la sconfitta, in particolare ad Ankara e a Istanbul, appare un serio inciampo nella sua lunga carriera, se non proprio un segno del tramonto del raìs. Erdogan non è un personaggio che si abbandona a un lento declino. Lui gli schiaffi li restituisce, più forti, e non lascia scoperta l’altra guancia. A giudicare dal ritardo nel dare i risultati del voto, diffusi a singhiozzo, si deduce che abbia faticato a digerirli.

In certi casi, nel corso dello spoglio, sono state date persino, con precipitazione, vittorie poi diventate sconfitte. Domenica sera, Erdogan è apparso sul balcone della sede del suo partito, ad Ankara, insieme alla moglie, come vuole la tradizione. E tra la sorpresa generale si è dichiarato soddisfatto, perché nonostante tutto l’Akp ( il suo Partito della giustizia e dello sviluppo) restava “la prima” formazione politica della Turchia. Ha poi sottolineato i risultati periferici a lui favorevoli e ha esortato i fedelissimi a non lasciarsi prendere dallo sconforto. «Vedremo — ha detto con tono di sfida — come l’opposizione, il Partito repubblicano del popolo (Chp, socialdemocratico nazionalista), saprà amministrare quel che ha vinto».

In realtà, il voto negativo di Ankara, la capitale dove ha costruito il suo palazzo presidenziale (Mansur Yavas), e quello, sia pur più risicato, di Istanbul, la metropoli in cui ha costruito il suo potere (partendo da un quartiere popolare, Kasimpasa, sul Corno d’Oro), devono essergli apparsi segni di ingratitudine. Da venticinque anni le due più grandi città della Turchia erano suoi feudi inespugnabili. Sgretolandosi la popolarità del leader del miracolo economico ininterrotto ha aperto una breccia indifendibile.

Erdogan si aspettava lo sgarro, l’affronto, perché altrimenti un’elezione amministrativa, sia pure a livello nazionale, non avrebbe richiesto un impegno tanto intenso da parte sua. Incalzato dal timore di una frana di voti, ha tenuto comizi, a un ritmo frenetico, in tutti gli angoli del paese. Ha promesso agli elettori che la Turchia, dopo il voto, avrebbe raggiunto “il rango delle prime dieci economie del mondo”. Il miracolo sarebbe ripreso. Ha ripetuto, di città in città, che dai risultati dipendeva la vita della nazione.

Ai candidati dell’opposizione ha centellinato gli interventi televisivi, spalancati invece al suo partito. E, quando si è trattato di dare l’esito di tanta fatica e prepotenza, i canali di informazione si sono inceppati, quasi contassero su miracolosi errori negli scrutini. La sconfitta di Istanbul e di Ankara è stata la più severa subita da Erdogan nel suo decennio e mezzo di potere nazionale, come primo ministro e poi come presidente.

La crisi economica è ritenuta la principale causa di quella che viene definita la “umiliazione” di Erdogan. Per la prima volta dal 2009 la recessione investe in pieno le famiglie, non solo quelle inurbate di Ankara e di Istanbul, ma anche quelle dell’Anatolia, regione rurale che ha conosciuto un grande sviluppo negli anni di governo islamico — conservatore.

La disoccupazione ha superato il 10 per cento, il 30 tra i giovani; la lira ha perduto il 28 per cento lo scorso anno e continua ad essere svalutata; l’inflazione ha raggiunto il 20 per cento negli ultimi mesi. In vista delle elezioni municipali, nelle quali Erdogan ha messo in gioco la personale popolarità cercando di trasformarle in un referendum sulla sua persona, il governo ha usato le riserve in valuta internazionale nel vano tentativo di frenare la svalutazione della lira. E il ministro delle Finanze, Berat Albayrak, ha promesso che dopo le elezioni sarebbero state prese una serie di misure in aiuto delle famiglie. Queste iniziative non sono servite: non hanno migliorato la situazione economica né arginato la sfiducia.

La ferita elettorale può pesare sul tentativo di Erdogan di avere un ruolo di potenza di primo piano in Medio Oriente. Nella ricomposizione regionale provocata dai mutamenti intervenuti nella guerra civile siriana, ormai quasi spenta ma non risolta del tutto, la Turchia ha finora giocato le proprie carte restando il pilastro del fianco sud-orientale della Nato e avvicinandosi al tempo stesso alla Russia di Vladimir Putin. Alla quale, con un gesto propiziatorio, ha comperato di recente dei missili anti-aerei S400.

Così Erdogan, impegnato a mantenere all’interno un potere autoritario e a provare le proprie capacità militari, ha cercato l’ambita promozione. Il voto di domenica può indebolirlo in patria e di riflesso non favorire le sue ambizioni internazionali.

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