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Incendio a Notre Dame, l’inferno di fuoco non è ancora spento. I 77 minuti che hanno inghiottito la storia – corriere.it

Incendio a Notre Dame, l’inferno di fuoco non è ancora spento. I 77 minuti che hanno inghiottito la storia

Alle 19:50 il primo allarme, alle 20:07 il crollo del tetto risalente al tredicesimo secolo, «la foresta»: in 850 anni di esistenza Notre Dame non era mai stata colpita da un incendio, quello di ieri, in 77 minuti, quasi non le ha lasciato scampo

di Stefano Montefiori

Dal nostro corrispondente
PARIGI — Alle 19 e 51 — appena 61 minuti dopo il primo allarme — il momento senza ritorno: la guglia che dal Trecento si inerpicava a 93 metri di altezza si spezza, incandescente dopo oltre ora di fuoco. Crolla. I parigini e i tanti turisti che hanno assistito fino a quel punto in silenzio si lasciano sfuggire un «oh» di incredulità e dolore. È il segno che il dramma sta succedendo davvero, un lamento che esprime dispiacere infinito e quel senso di impotenza che ha fatto pensare a tutti «ma perché non arrivano gli elicotteri? Dove sono i Canadair? Che fanno i pompieri?», quando ancora si sperava che l’incendio potesse essere circoscritto.

Cinquecento vigili del fuoco hanno poi combattuto per tutta la notte per salvare Notre Dame (le fiamme, all’alba, sono «sotto controllo, ma non ancora del tutto domate», secondo il viceministro dell’Interno) ma alle 19 e 51 il mondo intero comprende che sta accadendo l’irreparabile. La cattedrale dei re, della Rivoluzione che ne fece per qualche anno il tempio della Ragione, di Napoleone che si mise da solo in testa la corona di imperatore e di Victor Hugo che ne fissò il mito popolare poi ripreso da Disney, Nostra Signora di Parigi e di tutti gli europei, cattolici e non, rischia di scomparire.

«Non siamo certi di potere salvare la cattedrale», ammette il viceministro degli Interni Laurent Nuñez, che poco prima ha accompagnato la sindaca Anne Hidalgo e il presidente Emmanuel Macron davanti alla chiesa in fiamme. Il fuoco devasta tre quarti di Notre Dame, poco dopo la guglia — alle 20:07 — è crollato il tetto in legno risalente al tredicesimo secolo, «la foresta» la chiamavano, costruita con le querce tagliate da un bosco di 24 ettari. In 850 anni di esistenza Notre Dame non era mai stata colpita da un incendio; quello che è cominciato intorno alle 18 e 50, in soli 77 minuti, quasi non le lascia scampo. «La prossima ora sarà decisiva», dice uno dei pompieri, a lungo si teme che le fiamme finiranno per divorare tutto. Uno dei vigili del fuoco rimane gravemente ferito, è l’unica vittima di una tragedia che ha colpito l’anima del mondo ma non i corpi.

Poco prima della mezzanotte finalmente arriva l’esito della battaglia: «Il fuoco è diminuito di intensità — dice Nuñez —. Possiamo pensare che la struttura di Notre Dame sia salva, in particolare la torre Nord», quella che a un certo punto sembrava sul punto seguire lo stesso destino della guglia. La cattedrale è devastata, ci vorranno decenni per ricostruirla, ma non è vinta. Come dice il motto di Parigi: «Fluctuat nec mergitur, è sbattuta dalle onde ma non affonda».

«È terribile», dice la sindaca Hidalgo, in un’altra delle notti di angoscia che accompagnano Parigi dal novembre 2015 degli attentati. Stavolta il terrorismo islamico è escluso, la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta per «distruzione involontaria» e ci vorrà tempo per conoscere nel dettaglio la dinamica del disastro, ma secondo i vigili del fuoco le fiamme si sono sprigionate dalla colossale impalcatura costruita tra luglio e novembre dello scorso anno. Colpa di un incidente, sembrerebbe, capitato proprio nel cantiere che aveva il compito di mettere in sicurezza Notre Dame, salvarla dal peso dei secoli passati e trasmetterla alle generazioni future. Per condurre i dieci anni di lavori previsti è stata edificata una struttura fatta di migliaia di tubi di acciaio e pesante 500 tonnellate, alta 100 metri, che doveva servire a restaurare per prima cosa la guglia. Per fortuna giovedì scorso le statue dei dodici apostoli e dei quattro evangelisti poste intorno alla guglia erano state deposte grazie a una gru e inviate à Marsac-sur-l’Isle per essere restaurate.

Il rettore della cattedrale Patrick Chauvet assicura che anche il tesoro all’interno della chiesa è salvo, in particolare la corona di spine, secondo i credenti quella posta dai soldati romani sul capo di Gesù per oltraggiarlo poco prima della crocifissione. Il mondo intero segue il dramma di Parigi, i leader europei da Giuseppe Conte a Angela Merkel, fino al presidente americano Donald Trump che su Twitter ha il guizzo di suggerire «fate presto».

Le fiamme di Notre Dame divampano sugli schermi di tutto il Pianeta pochi minuti prima di un intervento molto atteso del presidente francese Emmanuel Macron, che avrebbe dovuto rivolgersi alla Nazione e annunciare nuovi provvedimenti dopo il «grande dibattito nazionale». Discorso all’Eliseo annullato, Macron va davanti a Notre Dame per dire ai francesi: «È la nostra storia, la nostra letteratura. Questa cattedrale noi la ricostruiremo, tutti insieme. Da domani sarà lanciata una grande sottoscrizione nazionale».

L’emozione unisce il mondo, con le inevitabili eccezioni. C’è l’esultanza online di molti jihadisti che si rallegrano per la distruzione di un simbolo della cristianità e dell’Occidente, la soddisfazione di qualche integralista musulmano francese che considera il fuoco a Notre Dame come la risposta di Allah al tweet blasfemo scritto da un ragazzino due giorni prima sulla Mecca, e non mancano alcuni sedicenti patrioti italiani che gioiscono per la disgrazia capitata a Macron. Idiozie a parte, Notre-Dame ferita è un momento di emozione collettiva che per alcuni cattolici francesi assume le dimensioni di un segno epocale, un messaggio. E a proposito di ricostruzione ecco — come sempre nei momenti cruciali — Michel Houellebecq, co-autore con Geoffroy Lejeune di un dialogo apparso appena qualche ora prima sulla rivista americana «First Things», che si conclude così: «La restaurazione del cattolicesimo nel suo antico splendore può riparare la nostra civiltà danneggiata? Siamo d’accordo, è quasi evidente: la risposta è sì».

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