Il carabiniere racconta la verità su Stefano Cucchi: fu preso a calci in faccia

8 Aprile 2019 0 Di ken sharo

Roma, 8 apr. (askanews) – Una “botta e poi l’altra”. Una rapida successione di colpi. Ecco quello di cui fu vittima Stefano Cucchi in una caserma dei carabinieri. Perché faceva resistenza al fotosegnalamento, alla raccolta delle sue impronte digitali.Dopo l’arresto Cucchi è stato oggetto di pestaggio da parte dei militari Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Lo ha detto un altro rappresentante dell’Arma, il vicebrigadiere Francesco Tedesco, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Roma. Il militare ha ricostruito i fatti durante la sua deposizione nel processo bis. Anche lui è imputato, ma oggi – ha detto – “voglio dire tutto”.Insomma nella caserma della compagnia Casilina la notte del 15 ottobre 2009, “mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto – ha ricordato Tedesco – Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato dal banco dove ero seduto e ho detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocando una caduta in terra sul bacino. Quindi Stefano sbattè anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva, dopo avere sbattuto la schiena. Mentre Cucchi era in terra D’Alessandro gli diede un calcio un faccia, stava per dargliene un altro ma io lo spinsi via e gli dissi ‘State lontani, non vi avvicinate e non permettetevi più’. Aiutai Stefano a rialzarsi, gli dissi ‘come stai?’ lui mi rispose ‘Sono un pugile sto bene’, ma lo vedevo intontito”.“Non è stato facile denunciare i miei colleghi – ha detto ancora in aula – Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno”. “Dire che ebbi paura è poco – ha aggiunto Tedesco – Ero letteralmete terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro. Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con il maresciallo Mandolini. C’era un po di agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi.Questa cosa l’ho vissuta come una violenza”.nav/int5

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