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Elezioni Spagna 2019, il racconto della notte. Tutti gridano «No pasaràn»

Elezioni Spagna 2019, il racconto della notte. Tutti gridano «No pasaràn»

Sinistra e destra festeggiano in piazza l’esito del voto. Ma ora si apre la fase più difficile, la trattativa per formare il governo. E Sanchez, fin dalle prime parole, tende la mano a TUTTI

di Aldo Cazzullo

È un popolo cui non manca il senso del dramma. «Barcellona non si arrende al fascismo! Fuori i compagni dalle carceri!» grida Gabriel Rufián, capolista della Sinistra repubblicana, primo partito in Catalogna. «No pasarán!» ritmano i militanti, come la Pasionaria ai tempi di Franco e Hitler. «Benvenuti nella Resistenza alla dittatura progressista!» gli risponde a Madrid il fondatore di Vox, Santiago Abascal. «Espana unida jamás será vencida!» fa eco la piazza. È mezzanotte quando Pedro Sánchez, il vincitore, esce sul balcone, jeans e camicia bianca con le maniche arrotolate: «Abbiamo mandato un segnale all’Europa e al mondo: la reazione può essere sconfitta!». Anche qui si grida: «No pasarán!». E anche: «Con Rivera no!».

L’ora del dialogo

Albert Rivera è il capo di Ciudadanos. Un accordo o almeno un dialogo sarebbe di buonsenso, e infatti Sánchez corregge la piazza: «Parleremo con tutti. Non mettiamo veti, noi». Poi chiude con una frase non scontata, di questi tempi: «Faremo un governo pro-europeo». Rivera tiene la giacca. All’apparenza, chiude a ogni trattativa: «Hanno vinto i socialisti, e ora faranno il governo con i catalani. Noi andremo all’opposizione. Presto toccherà a noi. Perché siamo il rifugio della libertà». Nobilissimo il discorso del leader popolare Pablo Casado, di gran lunga il migliore della sua modesta campagna elettorale: «Il nostro risultato è muy malo. Ho appena telefonato a Sánchez, e mi sono congratulato per la sua vittoria. Il partito socialista è un grande partito, che ha avuto un grande ruolo nella storia del nostro Paese. Gli ho augurato di riuscire a fare il governo senza bisogno dei separatisti». In teoria è possibile; ma bisognerebbe sommare tante piccole sigle, compresi i due partiti baschi. In basco, anzi euskera, si esprimono rigorosamente i loro portavoce; la tv spagnola mobilita i traduttori. Alza il prezzo Podemos: «Sarà una lunga trattativa» prevede Pablo Iglesias, agitando il codone accanto alla moglie Irene Montero, con cui si alterna ogni sei mesi alla guida del partito di famiglia.

Vincitori e vinti

È stata una lunga notte. Alle 8 di sera si chiudono le urne, il premier uscente e rientrante Sánchez entra nella sede del partito socialista su un’Audi nera più di governo che di lotta, la consigliera di Santiago Abascal, Mazalay Aguilar — «Santi è una persona meravigliosa» — avverte i giornalisti che avranno uno spazio riservato nella piazza: nella sede di Vox, il primo partito di estrema destra a entrare nel Parlamento spagnolo, non c’è più posto. Sánchez rivendica un «trionfo storico del partido socialista obrero espanol»: mentre la sinistra crolla in tutto il mondo — Lula in galera, i democratici americani aggrappati ai settantenni, l’Spd sotto i piedi della Merkel, i socialisti francesi estinti, il Pd lasciamo perdere —, in Spagna si prepara a tornare al governo. Il Psoe torna primo partito, con il doppio dei deputati rispetto ai popolari. Gli ex rivoluzionari di Podemos, divenuti alleati minori, tengono. In Catalogna perde il partito dell’esule Carles Puigdemont, che sotto sotto si augurava una vittoria della destra, nella speranza di rompere con Madrid. Vincono i repubblicani di sinistra dell’Erc; il loro leader Oriol Junqueras è in galera, dove in mancanza di un accordo politico, indulto compreso, rischia di passare il resto dei suoi giorni; un buon motivo per trovare un’intesa.

Lo spauracchio Vox

La straordinaria mobilitazione della Catalogna ha mandato un messaggio chiaro: lo stallo non giova a nessuno; la tensione permanente non durerà in eterno. In calle Genova, sede del partito popolare, luci basse e musica sacra. Il Pp resta la prima forza di destra, ma dimezza i deputati. In Catalogna la capolista Cayetana Álvarez de Toledo y Peralta-Ramos ha meno seggi (forse uno solo) che cognomi. «Non credo al boom di Vox — continua a ripetere un dirigente —. Sono troppo ridicoli. Non fanno davvero paura. Salvini o Marine Le Pen fanno paura. Abascal fa ridere. La Reconquista, Lepanto, Isabella la cattolica… Ma dai!». Invece due milioni e mezzo di spagnoli non ci hanno trovato nulla da ridere. E hanno votato Vox. Che però non ha avuto il boom sperato. Il separatismo catalano è stato l’arma di Abascal. Ma Abascal è stato l’arma di Sánchez, cha ha potuto evocare l’ombra di Franco, in un Paese che di Franco ha un giudizio certo più severo di quello che l’Italia ha di Mussolini; forse perché dalla morte del Caudillo è passato meno tempo che da quella del Duce.

Il ritorno dell’Audi nera

Rivera, il fondatore di Ciudadanos, resta in mezzo al guado. Raddoppia quasi i deputati, ma perde centralità. Cita Adolfo Suárez, il presidente della transizione, di cui quasi nessuno si ricorda, anche se l’aeroporto di Madrid porta il suo nome. Dopo le elezioni del dicembre 2015, Rivera si era accordato con Sánchez, ma allora i due non avevano i numeri per governare da soli. Ora li avrebbero, ma li divide la questione catalana: Sánchez, che pure è di Madrid, sostiene il dialogo; Rivera, che pure è di Barcellona, è durissimo nel volere i «golpisti» in galera. Il premier ride felice in un tripudio di bandiere rosse. Qualcuno fa notare che l’Audi nera in cui è arrivato è la stessa su cui aveva lasciato il partito nel 2016, quando fu costretto a dimettersi da segretario dalla rivolta dei baroni — capeggiati dal Grande Vecchio Felipe González —, e rinunciò pure al seggio parlamentare, convinto che fosse un errore lasciar nascere un governo di destra. Da allora tutto è cambiato. Lui infierisce: «Ricordate quando ci dicevano che dovevamo rassegnarci a far governare i popolari? Ebbene, ora possiamo dirlo: si sbagliavano».

Tutti in piazza

Sánchez ha dimostrato tenuta. Ma la stabilità politica, e la pace in Catalogna, sono ancora lontane. Abascal stanotte si è preso di nuovo plaza de Colon, la piazza storica del partito popolare, in cui aveva concluso la campagna evocando i conquistadores e il Cid Campeador, i Re Cattolici e «i nostri nonni che hanno combattuto la guerra civile», ovviamente con Franco. «La vittoria della sinistra è una vittoria di Pirro — dice ora —. Gli accordi con i catalani sono impossibili. Sánchez se ne accorgerà presto». Intanto la folla continua ad accorrere in calle Ferraz. Sotto il balcone ormai ci sono più di tremila militanti. Cori di clacson salgono dai quartieri popolari di Madrid, dove per la prima volta — dopo oltre dieci anni — i socialisti sono il primo partito. Ma tutto può cambiare in pochi mesi, in un Paese tanto affascinante e inquietante.

Sorgente: corriere.it

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