Debito fuori controllo: Bruxelles chiederà una maxi manovra | Rep

28 Aprile 2019 0 Di Luna Rossa

Siamo tornati ad essere il grande malato dell’eurozona. A giugno possibile procedura d’infrazione della Commissione

di Roberto Petrini

ROMA – Chi semina vento raccoglie tempesta. E la tempesta si sta abbattendo sulla primavera delle previsioni economiche sull’Italia. Il barometro segna pioggia su debito e Pil, ma soprattutto il nostro Paese viene sempre più percepito come un fattore di vulnerabilità per l’Europa e per il sistema finanziario internazionale. Così, se è vero che il triplo passaggio, avvenuto tra febbraio e aprile, dell’esame di Fitch, Moody’s e da ultima S&P, è trascorso indenne dal declassamento, è vero pure che i giudizi sono stati pesanti. A partire dall’ultimo di Standard & Poor’s che attribuisce alle “controriforme” come quella di quota 100 e, in parte, al reddito di cittadinanza l’entrata in recessione dell’Italia.

Perché le “tre sorelle” del rating non hanno affondato il coltello? Basta vedere a quanto ammonta per il 2019 il ricorso al mercato dei titoli di Stato dell’Italia: il 23,7% del Pil, quasi un quarto, secondo i dati dell’Fmi, secondi solo al Giappone. Trasformare i nostri Btp, di cui sono imbottite le banche, in “spazzatura” da un giorno all’altro potrebbe accendere una miccia in grado di arroventare l’Europa.

Così la campagna di primavera cumula sconfitte. Ha cominciato l’Ocse con Angel Gurrìa: certificazione della recessione a — 0,2%, dito puntato su reddito di cittadinanza che «favorisce il nero» e quota 100 che non crea occupazione. Una decina di giorni dopo, agli Spring Meetings dell’Fmi di Washington, il caso Italia ha tenuto di nuovo banco: il nostro Paese è stato considerato tra le possibili cause di “vulnerabilità” finanziaria per il debito sovrano e una palla al piede alla crescita dell’Europa. Un rischio-Italia confermato dalla Bce nei giorni scorsi: gli scarsi margini di bilancio per contrastare la crisi «possono avere riflessi sulla tenuta dell’intera area euro», si legge nell’ultimo Bollettino mensile.

Lo spread è il termometro: dal 2014 al 2018 abbiamo oscillato intorno a quota 200, dal maggio dello scorso anno siamo stabili sopra i 250 punti. È il prezzo che i mercati ci fanno pagare per il nostro debito pubblico: Spagna e Portogallo stanno solo ad un centinaio di punti di differenza con il bund tedesco. Nel frattempo il debito cresce: se si guarda il Fiscal Monitor dell’Fmi si scopre che il prossimo anno saliremo al 134,1 del Pil contro il 133,4 di quest’anno e al 132,1 del 2018. Mentre gli altri scendono: l’Eurozona, nel 2020 calerà all’81,8 contro l’83,6 di quest’anno. Si conta su 18 miliardi di privatizzazioni per quest’anno: i numeri però da soli non bastano. Chi li sa interpretare come l’Upb (l’Ufficio parlamentare del bilancio) ha osservato che il valore di mercato delle partecipazioni dirette del Mef è di 23,6 miliardi, insomma bisognerebbe vendere tutto e bene per centrare l’obiettivo.

Il prossimo scoglio è il giudizio di Bruxelles: il 7 maggio arriveranno le previsioni primaverili della Commissione, ma il 5 giugno la pubblicazione dei Country Report, potrebbe dare avvio ad una nuova apertura della procedura per debito in base all’articolo 126.3 del Trattato già attivato e ritirato in passato. E soprattutto imporci un rafforzamento della già ingente manovra per il 2020: infatti il Def sul dato-chiave del miglioramento del saldo strutturale, cioè al netto della congiuntura, non è in linea con la Ue: per il 2018 miglioriamo “zero” mentre la Commissione si aspettava 0,3 punti; quest’anno peggioriamo e proponiamo un microscopico aggiustamento di 0,07 di Pil mentre il “Vademecum” di Bruxelles vorrebbe 0,42 (circa 7,5 miliardi). Per il cruciale 2020, quello dell’Iva, Bruxelles si prepara a chiedere uno 0,6 (circa 10 miliardi) contro i circa 3,5 (lo 0,2 del Pil) ipotizzati dall’Italia. Tutto si può trattare, ma il rischio è concreto: la Commissione europea sta facendo i bagagli e chi verrà dopo, anche in caso di vittoria degli europeisti, potrebbe essere più severo. «Più l’Europa andrà a destra e meno flessibilità ci sarà», osserva Roberto Gualtieri, europarlamentare del Pd. Prepariamoci ad aprire l’ombrello.

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