Caso Regeni, l’Aula è vuota: alla Camera presenti in 19

Caso Regeni, l’Aula è vuota: alla Camera presenti in 19

30 Aprile 2019 0 Di ken sharo

Lunedì a Montecitorio erano presenti solamente 19 deputati che, alla fine, hanno dato tutti parere positivo. Governo indeciso su autonomia regionale differenziata e sui nuovi membri del direttorio della Banca d’Italia

Caso Regeni, l’Aula è vuota nel giorno della Commissione d’inchiesta L’aula di Montecitorio deserta (l’immagine twittata dal deputato Pd Filippo Sensi, @nomfup)
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Si discuteva sulla Commissione d’inchiesta per il caso Regeni. Ma in Aula c’erano solo una manciata di deputati: erano in 19. «Colpa» del maxi ponte, che tra Pasqua e Primo maggio ha regalato ai deputati una vacanza ancora più lunga del previsto. Anche la Lega ha dato il via libera alla Commissione d’inchiesta. Che avrà 12 mesi di tempo per «chiarire le responsabilità che hanno portato alla morte di Giulio Regeni» e dovrà «verificare fatti, atti e condotte commissive e omissive che abbiano costituito o costituiscano ostacolo, ritardo, o difficoltà». Interruzione ancora più lunga al Senato, dove, grazie all’intreccio tra le due festività e all’accordo tra tutti i capigruppo, la prossima seduta è fissata per il 13 maggio, mentre tra il 6 e il 10 maggio gli spazi saranno riservati alle commissioni.

Governo indeciso, per non dire in confusione, su autonomia regionale differenziata e sui nuovi membri del direttorio della Banca d’Italia. Alle 21, al termine della trasferta a Tunisi del premier Giuseppe Conte e dei suoi due vice, si riunisce il Consiglio dei ministri: saltato per ora il varo della legge delega sulla giustizia penale e civile del Guardasigilli Alfonso Bonafede, stasera l’attenzione si dovrebbe concentrare sui pareri che il governo deve dare entro il 10 maggio per rendere operativo il direttorio di Bankitalia rinnovato, su proposta del governatore Visco, il 28 marzo. M5S e Lega non hanno ancora trovato l’intesa sui nomi (Franco, Signorini,Panetta, Perrazzelli). Luigi Di Maio e Matteo Salvini, la partita grossa se la giocano in queste ore sull’autonomia chiesta da Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e, da ultimo, dal Piemonte. Le prime tre intese, annunciate lo scorso 14 febbraio in consiglio dei ministri, sono impantanate anche perché i grillini remano contro. Non c’è traccia, infatti, del disegno di legge a firma del premier Conte e della ministra Erika Stefani (Affari regionali) in cui si recepiscono le intese governo-regioni e che poi deve essere approvato dalle Camere.

Tra l’altro, i presidenti di Camera e Senato, seppure convocati dal capo dello Stato sul tema lo scorso 28 marzo, ancora non hanno sciolto il nodo sull’emendabilità del ddl governativo: per la Lega, «le intese non si modificano»; per il M5S, il Parlamento ha tutto il diritto di dire la sua. Infine, ci si è messo anche il ministro Giovanni Tria (Economia) che in Parlamento ha riscontrato profili di incostituzionalità su alcune richieste delle regioni. Per questo prosegue il match M5S-Lega: «Ben venga l’autonomia ma non facciamo le cose di fretta per scopi elettorali perché si rischia di creare sanità e scuole non solo di serie a e B ma serie C», ha detto Di Maio. «Siamo in ritardo, se c’è qualcuno del M5S che ha cambiato idea lo dica», ha replicato Salvini. Oggi alla Camera, dove si vota senza grandi clamori in seconda lettura la riforma costituzionale che riduce i parlamentari da 945 a 600, la Lega potrebbe assecondare l’opposizione del Pd. Per rinviare a dopo le Europee un voto al quale tengono soprattutto i grillini.

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