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A Tripoli una notte di bombe e morte – il manifesto

Milizie filo-governative a Wadi Rabie, 30 km da Tripoli

La guerra sull’altra sponda. Missili Grad sulle zone residenziali, 6 vittime innocenti nella capitale. E 24 mila sfollati. Accuse incrociate sulle responsabilità, per Serraj le truppe di Haftar «hanno colpito i civili deliberatamente». In allerta i paesi confinanti. E la VI flotta Usa

Sono morte insieme una nonna, sua figlia e la nipotina in un angolo della casa colpita l’altra notte da un missile Grad a Abu Salim, Tripoli, un abitato popolare lungo l’asse viario per l’aeroporto internazionale di Mitiga. Sono tre delle sei vittime civili dell’attacco, e dell’incendio che ne è seguito, a cui si aggiungono una ventina di feriti, tra cui altre donne e bambini ma anche un infermiere e il conducente di un’ambulanza che cercavano di prestare soccorso agli abitanti. Sette feriti sono gravi.

Le responsabilità del cannoneggiamento non sono ancora chiare. Il premier Serraj si è subito recato sul posto e incolpa le truppe del generale Haftar di aver deliberatamente scelto come obiettivo un quartiere residenziale, violando le leggi internazionali; chiede che il generale cirenaico venga riconosciuto come criminale di guerra. In nottata alcune centinaia di uomini della periferia sud della capitale hanno inscenato una manifestazione gridando slogan contro Haftar e la Francia.

«È STATA UNA ORRIBILE NOTTE di bombardamenti casuali su aree residenziali – ha scritto su twitter l’inviato speciale Onu per la Libia Ghassam Salamé – Per il bene di 3 milioni di civili che vivono nella Grande Tripoli, questi attacchi devono fermarsi. Adesso». Ma il comando del Libyan national army (Lna) che ha lanciato l’offensiva su Tripoli lo scorso 4 aprile, ufficialmente per liberarla dalle «milizie terroristiche», nega ogni addebito sui morti civili di Abu Salim. Il portavoce Ahmed al Mismari parlando alla stampa libica ha spiegato di «aver rilevato nella notte un attacco con missili Grad sui civili. I missili sono stati lanciati – ha precisato – dalla zona di al Muz e dalla caserma Hamza».

Al Mismari ha attribuito l’attacco alle «milizie di Tripoli», in particolare a due gruppi armati che si sono recentemente uniti alle Forze della difesa di Tripoli e che fanno capo al feroce e spregiudicato Salah Badi, già inserito nella lista nera Usa per aver bombardato con missili Grad quartieri residenziali durante l’operazione Alba Libica contro Haftar nel 2014. Lui e il comandante Ziad Belam del Consiglio dei rivoluzionari di Bengasi, legato ad Al Qaeda nel Maghreb islamico, si sarebbero uniti alle forze di Misurata pro Serraj mantenendo propri piani per il dopoguerra e una certa autonomia nell’operazione «Vulcano di rabbia».

IL FRONTE È MOBILE ma si mantiene nel quadrante sud della cerchia esterna alla città. Ieri i misuratini hanno fatto qualche progresso sul terreno, bombardando Gharyan, Ein Zara, spingendo indietro verso Aziziya l’Lna.
Mentre la parte avversa ha ricevuto il sostegno del consiglio tribale della cittadina di Barghatha e ieri della Direzione generale della sicurezza della Tripolitania guidata dal generale Abdel Salam al Hasi, che quindi cambia casacca.
Secondo l’Oms in quasi due settimane i morti sono arrivati a 189 (14 i civili) e i feriti a 816. I conti del sindaco di Tripoli – Abdel Rauf Beit al Mal – si fermano a 100 caduti.

Intanto sono sempre più numerose le famiglie che accettano di abbandonare le loro abitazioni per essere trasferite in rifugi allestiti dentro moschee e scuole, 450 solo nelle ultime ore. Gli sfollati per il sindaco sono 24 mila.

IN ITALIA L’UNICA EMERGENZA percepita del focolaio di guerra che si è acceso in Libia sembra essere quella della possibile riapertura della rotta marittima dei migranti, anche se il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ieri consultato sulla Libia al Copasir, ha ammesso che la «bomba migratoria» di 800 mila profughi paventata da Serraj e dal suo vice Maitig è «una cifra esagerata che non ci risulta». La collega alla Difesa Elisabetta Trenta mette in guardia da qualsiasi idea di intervento militare in Libia, perché «non risolverebbe la crisi».

CONTINUA A FAR SCALPORE in Libia la vicenda dei 13 francesi armati fermati alla frontiera tunisina pochi giorni fa. La Francia si è giustificata sostenendo che erano stati inviati a Tripoli a bordo di sei auto con la missione di assicurare una migliore sicurezza dell’ambasciatrice Hellen de Frapper: ora tra i sostenitori di Serraj c’è chi vorrebbe espellerla, troppo vicina a Haftar. E Maitig ieri è volato a Tunisi.

I Paesi confinanti con la Libia sono in allerta. L’Algeria ha avviato un’esercitazione militare, con munizioni vere, lungo il suo confine con la Libia. Mentre al Sisi – principale sponsor di Haftar insieme alla Russia che ieri ha contrastato una condanna dell’offensiva al Consiglio di sicurezza Onu – due giorni fa ha visitato le caserme egiziane alla frontiera con la Cirenaica. Anche la Sesta flotta di stanza a Napoli è allertata, in attesa dell’arrivo della portaerei Abraham Lincoln – classe Nimitz, la più grande – nelle acque del Mediterraneo in tandem con un incrociatore lanciamissili Ticonderoga per non meglio precisate manovre tattiche. Il premier italiano Conte in serata ha sentito al telefono Trump.

Sorgente: il manifesto

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