Per giustificare la nostra presenza in Africa vengono spesso citati i progressi nell’urbanistica importati dagli italiani nelle colonie, senza però mai precisare a quale prezzo. Già all’inizio del Novecento, l’attuale capitale dell’Eritrea Asmara, era organizzata secondo un rigido schema di segregazione razziale, con il centro riservato agli italiani e gli eritrei segregati nelle periferie, seguendo un modello replicato anche nelle scuole, negli ospedali e negli altri servizi pubblici. Gli africani venivano prima degli italiani solo al fronte. Graziani, come altri comandanti coloniali, non si fece infatti scrupoli a fare carne da macello dei giovani africani: solo nel biennio 1935-1936 morirono tra i 3500 e i 4500 ascari eritrei nella guerra di conquista dell’Etiopia. Andò ancora peggio alle donne delle popolazioni sottomesse, come testimonia il racconto di Indro Montanelli sulla sposa bambina di 12 anni da lui comprata in Abissinia e ricordata anni dopo come “Un animalino docile”. Gli italiani si immortalavano accanto alle africane nude, viste come bottini di guerra per scaricare i peggiori istinti, giustificati dalla teoria che “Nella razza negra l’inferiorità mentale della donna confina spesso con una vera e propria deficienza”, come scritto nel numero del giugno 1938 della rivista La difesa della razza.

Stupri, donne e minori mitragliati ritornano di continuo nelle testimonianze raccolte in anni di ricerche da Del Boca e da altri storici come Giorgio Rochat. Anche in Etiopia gli italiani sono riusciti a distinguersi per i loro crimini, fino all’uso delle armi chimiche, vietate dalla Convenzione di Ginevra del 1928, sui soldati dell’imperatore Hailé Selassié che denunciò la violazione nel 1936 alla Società delle Nazioni (poi Nazioni Unite). Teatro di un altro massacro in Africa fu quell’anno la battaglia sul massiccio dell’Amba Aradam (toponimo diventato poi sinonimo di caos in italiano), che Badoglio vinse propagando gas iprite contro le forze nemiche: l’Italia avrebbe ammesso la strage solo nel 1996, quando furono desecretati alcuni documenti della Difesa. L’odio maturato contro il generale Graziani in Abissinia portò nel 1937 due eritrei a tentare di ucciderlo ad Addis Abeba, scatenando una rappresaglia che durò mesi, arrivando anche all’uccisione di centinaia di religiosi cristiani copti, accusati di simpatizzare con gli attentatori. Il documentario If Only I Were That Warrior del 2015 di Valerio Ciriaci ricostruisce quegli orrori, visitando i luoghi delle stragi e portando in luce il numero ufficiale delle vittime, a lungo coperto dal segreto di Stato. Solo i carabinieri uccisero più di 2500 etiopi tra il febbraio e il maggio 1937, per tenere fede al telegramma di Mussolini che chiedeva un “radicale repulisti”. L’Etiopia denunciò 30mila morti, mentre la stampa europea ne contò tra i tre e i 6mila, senza contare i migliaia di abissini deportati in Italia e in Somalia. La carneficina ordinata da Graziani fu l’ultimo atto di una campagna di sterminio ordinata nel 1936 dallo stesso Duce, che aveva autorizzato i suoi generali “A condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio”, perché “senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile”.

Il colonialismo italiano fu tanto breve quanto cruento, al punto che anche inglesi e francesi rimasero impressionati dalla brutalità della pulizia etnica fascista. Ciro Poggiali, inviato del Corriere della Sera ad Addis Abeba in quegli anni, scrisse nel suo diario: “Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente.”

Soldati italiani caricano cibo e armi sugli aerei che andranno a rifornire le truppe nella battaglia di Amba Aradam, Etiopia, 1936

L’eredità degli italiani ha pesato anche sul conflitto ventennale tra l’Etiopia e l’Eritrea, lungo la frontiera che divide le due ex-colonie. Allo stesso modo gli italiani non possono chiamarsi del tutto fuori dal fallimento della Somalia, dove la loro dominazione non permise mai agli abitanti l’accesso all’istruzione, come già in Abissinia e in Libia; e dove, nei decenni della caotica indipendenza seguiti all’occupazione britannica, hanno scaricato tonnellate di rifiuti tossici sulle sue coste fino agli anni Novanta. Nel corso del disastroso intervento militare americano, anche gli italiani in missione sono stati accusati di essere responsabili di torture, morti e stupri, mentre il 20 marzo 2019 ricorrevano i 25 anni del giallo dell’uccisione a Mogadiscio dei reporter Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sugli ultimi casi in Somalia non sono stati aperti tutti gli archivi di Stato, né si sono chiusi i processi. Ma anche in mancanza di prove certe, come tante altre volte in passato, non può essere esibita, come nel periodo coloniale, una superiorità morale degli italiani.