Lo scudo di Visco sulla Banca d’Italia Non accettiamo istruzioni da esterno

30 Marzo 2019 0 Di Luna Rossa

Lo scudo di Visco sulla Banca d’Italia Non accettiamo istruzioni da esterno

Il Governatore interviene anche sulle riserve auree: «Gli azionisti non hanno diritti». Girato allo Stato un utile di 5,7 miliardi di euro

di Lorenzo Salvia

«In base ai trattati sottoscritti dall’Italia e dagli altri Stati membri dell’Unione europea, i componenti dei suoi organi non possono sollecitare o accettare istruzioni né da organismi pubblici, nazionali o europei, né da soggetti privati». Usa una formula indiretta il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, come è nello stile di via Nazionale.

Ma in questo passaggio della sua relazione all’assemblea annuale dei partecipanti non è difficile leggere un riferimento al braccio di ferro di questi giorni. Una risposta al pressing del Movimento 5 Stelle per il via libera alla nuova commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche con i paletti del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che proprio ieri mattina ha firmato la legge che ne prevede l’istituzione.

«Nell’ambito degli indirizzi definiti dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea — dice ancora Visco — l’Istituto esercita le sue funzioni in autonomia e indipendenza, dando conto del proprio operato secondo il principio di trasparenza». Una difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca d’Italia, proprio mentre c’è chi pensa che la nuova commissione d’inchiesta possa trasformarsi in un processo nei confronti della stessa Bankitalia.

Non è l’unico passaggio apparentemente neutro che però, letto in filigrana, contiene un messaggio politico. «I partecipanti al capitale della Banca d’Italia — dice ancora il Governatore — non hanno alcun diritto sulle riserve auree e valutarie della Banca d’Italia, la cui detenzione e gestione costituisce uno dei compiti fondamentali assegnati alle banche centrali dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea». Anche in questo caso il linguaggio è tecnico ma nei fatti si tratta di una risposta alla tentazione di Lega e Movimento 5 Stelle di usare i lingotti della Banca d’Italia per coprire una parte della spesa pubblica, per evitare una manovra correttiva o per finanziare lo stop all’aumento dell’Iva previsto per l’anno prossimo. Un’idea che in realtà sembra già tramontata, ma non si sa mai.

Così come quella di nazionalizzare la Banca d’Italia, cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, che è diventato un disegno di legge incardinato pochi giorni fa alla Camera dei deputati, prima firmataria la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni: «Desidero ricordare — avverte Visco — che la legge di riforma, nel confermare la struttura associativa di tipo privatistico, non ha cambiato la natura della Banca d’Italia, un istituto di diritto pubblico che svolge le funzioni di interesse generale attribuitegli dall’ordinamento italiano ed europeo».

Oltre che tutti questi messaggi per i naviganti, nella relazione del Governatore ci sono anche tanti numeri. Il più importante è questo: 5,7 miliardi di euro. Sono i soldi che quest’anno la Banca d’Italia gira allo Stato grazie al notevole utile di bilancio del 2018, pari a 6,24 miliardi di euro. In gran parte sono frutto della crescita dei rendimenti sui titoli di Stato che via Nazionale ha acquistato nel programma del Quantitative easing della Banca centrale europea.

I maggiori oneri che il Tesoro ha dovuto sopportare al momento delle aste sono così rientrati nel bilancio dello Stato. Un gioco a somma (quasi) zero. Visco naturalmente non lo dice: ma quei 5,7 miliardi basterebbero a pagare quasi per intero la spesa programmata quest’anno per il reddito di cittadinanza. Ma non è affatto detto che questo meccanismo, e i relativi utili, regga anche nei prossimi anni. Anzi. E questo perché gli acquisti massicci di titoli di Stato si ridurranno progressivamente, come già deciso dalla Banca centrale europea. Dal Governatore, infine, anche un accenno agli sforzi fatti per contenere le spese di via Nazionale: alla fine del 2018 l’Istituto contava poco meno di 6.700 dipendenti, «mille in meno rispetto a dieci anni prima».

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