L’infanzia, il tempo dei più poveri. Non siamo un Paese per bambini – La Stampa

4 Marzo 2019 0 Di luna_rossa

Un minore su 5 non ha mezzi economici sufficienti. Prima della crisi i più disagiati erano gli over 65, ora sono gli under 17. Borgomeo, presidente con i bambini: «I figli dei poveri resteranno poveri. È venuto meno il ruolo della comunità che educa»

NADIA FERRIGO
IINVIATA A REGGIO CALABRIA

In Italia un milione e ottocentomila bambini vivono in povertà assoluta. Uno su otto. Nel 2005 la classe di età con il maggior disagio erano gli over 65, ora sono gli under 17. Secondo la definizione dell’Istat, povertà assoluta significa «non potersi permettere le spese minime per condurre una vita accettabile». Nel 2005 l’incidenza tra gli under 17 era del 3,9%, del 4,5 % tra gli over 65. La percentuale più alta tra le diverse fasce d’età. Dodici anni dopo, mentre la situazione si è stabilizzata per gli over 65 – i dati registrano un incremento dello 0,1% – è drasticamente peggiorata per tutti gli altri. Tra i minori la percentuale è triplicata, ora segna il 12,1%.

Il flop dei percorsi di studio

La povertà relativa, cioè «non poter spendere quanto in media le famiglie in Italia spendono», è la quotidianità per un bambino su cinque. Sono 2 milioni e 156 mila minori, poco più del 14% tra Nord e Centro e 34% al Sud. L’atlante della povertà non risparmia né le piccole né le grandi città. Tra le aeree più problematiche, i quartieri di Triulza-Expo, Selinunte e Ponte Lambro a Milano. Scampia, Piscinola e Miano a Napoli. Tor Cervara, Casetta Mistica, Santa Palomba a Roma. «Punto primo, la grande crisi economica ha aumentato il numero dei poveri», ragiona Carlo Borgomeo, presidente dell’impresa sociale «Con i Bambini». Vero. La povertà assoluta oggi riguarda 5 milioni e 58 mila persone, il doppio rispetto al 2008. «Punto secondo, che ancora fatica a essere universalmente riconosciuto, è che le opportunità per i minori sono sempre meno. Mancano musica, teatro, sport, relazioni» continua Borgomeo. Le condizioni economiche della famiglia condizionano i percorsi di studio, gli esiti e i destini dei giovani. «Con i bambini» è l’ente che gestisce il Fondo sperimentale nato contro la povertà educativa: dal 2016 ha già erogato 202 milioni di euro su 202 progetti. Rinnovati con 165 milioni per il prossimo triennio. Lo scorso anno Istat e Save the Children hanno elaborato l’Educational Poverty Index, compito affidato dalla legge di stabilità. Calcola le opportunità negate ai bambini, che invece andrebbero loro riconosciute. Sono quelli che vivono in luoghi ad alta intensità criminale, con due alternative: andarsene o essere reclutati. Le vittime di abusi, i figli delle donne vittime. Le famiglie numerose, chi vive con madri single e padri assenti. I figli dei detenuti. Povertà educativa vuol dire non avere un libro da leggere, nemmeno quelli di scuola, un parco in cui giocare. Si accompagna alla deprivazione materiale, e l’una alimenta l’altra. Le disuguaglianze sociali si accentuano, la povertà è un «abito mentale». Privazione e stigma che si trasmette dai genitori ai figli. La scuola dovrebbe avere il compito di riequilibrare, ma non sempre è possibile.

L’ascensore sociale si è rotto

Il tasso di abbandono precoce italiano è al 14%. Anche se in calo, resta più alto della media europea. Con una forbice sempre più preoccupante tra Nord e Sud. In Sicilia un ragazzo su quattro non va oltre le medie. Va a scuola solo il 78% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni con cittadinanza straniera. Detto brutalmente, l’ascensore sociale si è rotto. Se nasci povero, resterai povero. «La comunità deve convincersi che è una questione che riguarda tutti. Una società che disinveste sui minori si sta costruendo un futuro pessimo – continua -. In tutti i nostri progetti coinvolgiamo il terzo settore, cercando di costruire comunità educanti dentro i territori. Un’infrastruttura, almeno sociale, che potrà poi rappresentare un’alternativa». La sperimentazione dovrebbe porre le basi per le politiche per l’infanzia dei prossimi anni. «Tra i metodi di valutazione dei nostri progetti c’è chiedere ai bambini cosa immaginano per il loro futuro – conclude con un filo di speranza Borgomeo -. Partiamo da risposte inesistenti. Ma lavorando con e per loro, qualche cosa di buono alla fine viene fuori. Sempre».

Sorgente: L’infanzia, il tempo dei più poveri. Non siamo un Paese per bambini – La Stampa

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