Lampedusa, porto aperto d’Italia “Sbarchi continui, siamo rimasti soli” | Rep

28 Marzo 2019 0 Di Luna Rossa

Arrivano con piccoli barchini, partiti dalla Tunisia o dalle navi madri dei trafficanti: 166 in 10 giorniI volontari: aumentano i naufragi. Il sindaco: “Abbandonati dal governo, cancellati anche gli sgravi fiscali”

dalla nostra inviata ALESSANDRA ZINITI

LAMPEDUSA. Gli ultimi 23 sono arrivati in una serata buona per la pesca dei calamari. Giovanni Viva, il primo ufficiale della Mare Jonio, stava sul ponte con la sua lenza quando ha visto il barchino scivolare silenzioso dentro il porto. «Erano le 22.30 di lunedì — racconta — ho avvisato io la capitaneria che era arrivato un altro gruppetto di migranti. Nessuno se n’era accorto. Si sono fermati davanti la spiaggetta e hanno aspettato che li venissero a prendere. C’erano anche tre donne e un bambino».

È così che si arriva a Lampedusa, è così che si arriva in Italia dove i porti (tranne che per le navi umanitarie) sono evidentemente aperti e dove non è schierato alcun apparato «di controllo delle nostre frontiere», come ama dire Matteo Salvini. Basta salire su un minuscolo barchino in legno o in vetroresina e partire seguendo la rotta più breve dalla Tunisia e, se sei fortunato e non affondi prima, si arriva senza che nessuno ti intercetti in questo Mediterraneo senza più occhi. «È impossibile sapere quanti partono, tornano indietro, muoiono. Tutt’al più ti vedono naufragare dall’alto con gli aerei, gli unici rimasti a pattugliare il mare», dice amaro Alberto Mallardo, uno dei volontari di Mediterranean Hope, presidio permanente a Lampedusa. Come è avvenuto con i 41 a bordo di un gommone segnalato dal centro operativo della Guardia costiera di Roma e poi da Malta lunedì e di cui non si ha più traccia o come è avvenuto alla piccola imbarcazione in legno partita dalle coste di Sfax e ritrovata vuota venerdì. Su quella barca viaggiava una giovane ragazza tunisina, ammalata di tumore, partita con il fratello sperando di potersi curare in Italia «Una storia tristissima — racconta ancora Mallardo — avevamo ricevuto una chiamata dalla Tunisia in cui ci si chiedeva aiuto sperando che fosse arrivata a Lampedusa e invece poi l’hanno trovata vuota alla deriva e lunedì hanno ritrovato anche il corpo della ragazza. Sappiamo che erano partiti in dieci, dieci morti insieme ai tantissimi altri di cui non si sa più nulla».

Ed è esattamente questa la sensazione che si prova oggi a Lampedusa, quella del ritorno ad un totale isolamento di quella che per decenni è stata l’ultima dimenticata frontiera d’Europa sulla quale i tremendi naufragi del 2013 prima, la visita di Papa Francesco poi, la travolgente ondata migratoria alla fine erano riusciti a tenere acceso un faro. Oggi spento. Perché a Lampedusa, nel silenzio assoluto, si continua a sbarcare, così come in Sardegna dall’Algeria o sulle coste della Sicilia orientale, della Calabria e della Puglia con i velieri provenienti dalla Turchia gestiti dai trafficanti ucraini. Certo, i numeri non sono quelli di una volta, ma non sono neanche trascurabili: 166 persone negli ultimi dieci giorni, poco meno di un terzo dei 501 migranti sbarcati in Italia nel 2019.

Nove sbarchi solo a Lampedusa dall’inizio dell’anno, 47 nel 2018 come testimoniano le barche ammassate nel “cimitero” a fianco del campo sportivo. Su ognuna di loro una scritta in vernice con la data e il numero progressivo di arrivo. I migranti, visitati velocemente, portati all’hotspot e trasferiti rapidamente sulla terraferma senza che nessuno li veda o possa parlare con loro. E vecchie ipotesi che tornano a prendere piede, come quella di una nave madre che le traini fino a poche miglia dalla costa. «Certo quando vedi arrivare barchini di sei metri con un motore di cinque cavalli e venti persone a bordo — dice Pietro Marrone, il comandante della Mare Jonio che di questi sbarchi-fantasma ne ha visti cinque — pensi che sia molto difficile che siano riusciti ad attraversare il mare dalle coste tunisine». Ma c’è anche chi, come il medico Pietro Bartolo, non crede a questa ipotesi: «Li vedo io quando arrivano, si capisce subito se sono persone che stanno in mare da giorni. L’altro giorno è arrivata una famiglia somala, con due gemelline di quattro anni e nei loro occhi ho letto tanta di quella sofferenza che mi spinge a ripetere con tutto il fiato che ho in gola che non partire non vuol dire non morire. C’è bisogno di corridoi umanitari sicuri. E sta arrivando l’estate…».

La ripresa delle partenze degli ultimi giorni (120 riportati indietro dalla guardia costiera libica martedì oltre ai 108 sul mercantile poi dirottato) e l’acuirsi della tensione in Libia dove diverse ambasciate hanno dato ordine di evacuazione in una situazione sempre più fuori controllo, conferma che l’ondata migratoria non è affatto conclusa. Il sindaco Totò Martello rigira tra le mani una cartolina di minacce che gli è appena arrivata da Burano dopo le sue ripetute denunce di isolamento. E dice: «Lampedusa è stata cancellata dall’orizzonte politico dell’Europa e da questo governo. Per gli sbarchi e non solo. Sa come è finita la storia degli sgravi fiscali per risarcire l’isola? Che scaduti i termini, non abbiamo potuto fare la rottamazione e adesso lo Stato ci chiede gli arretrati con gli interessi dal 2011 ad oggi».

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