Il socialimperialismo cinese cerca di coinvolgere l’Italia nella sua strategia egemonica – PMLI

23 Marzo 2019 0 By ken sharo

Attraverso l’Intesa sulla nuova Via della Seta

Usa e Ue premono sul governo perché non firmi l’Intesa. Salvini sta con Trump

Alla vigilia dell’arrivo del presidente cinese Xi Jimping, per firmare un Memorandum di intesa per la partecipazione dell’Italia al progetto della nuova Via della Seta, sono esplose le contraddizioni a livello internazionale e in seno alla stessa maggioranza di governo Lega-M5S, per le vaste implicazioni che questa partecipazione comporta, che non sono solo di natura economica, ma anche politico-strategica e finanche militare. Gli Stati Uniti sono intervenuti ripetutamente e pesantemente per far capire al governo italiano la loro totale opposizione alla firma dell’intesa, sia attraverso il loro ambasciatore a Roma, Lewis Eisemberg, sia direttamente e al più alto livello con lo stesso segretario di Stato, Mike Pompeo, definendo “opaco” l’accordo italo-cinese e tale da rappresentare una minaccia per la rete di comunicazione e i segreti militari della Nato.

Anche la Commissione europea ha espresso la sua contrarietà all’intesa, in un documento su iniziativa del presidente Juncker e dell’Alto rappresentante per la politica Estera Mogherini inviato al Consiglio europeo in vista del vertice Cina-Ue del 9 aprile, in cui avverte il governo italiano che “né la Ue né alcuno Stato membro può raggiungere i suoi obiettivi con la Cina senza una piena unità”, e che la Cina è sì “un partner con cui cooperare e negoziare”, ma allo stesso tempo è anche “un competitor economico e un rivale sistemico che ha modelli di governance diversi da quelli accettati internazionalmente”. Per cui seguendo questa strada unilaterale sono a rischio “la prosperità, il modello sociale e i valori comuni della Ue nel lungo periodo”, dato anche che gli investimenti cinesi nei Balcani e in Africa “hanno contribuito alla crescita”, ma anche ad un indebitamento di questi paesi che hanno ceduto “il controllo di infrastrutture e risorse strategiche”.

Queste pressioni internazionali si sono ripercosse all’interno con una spaccatura nel governo, tra Conte e soprattutto Di Maio, favorevoli a concludere l’intesa, assicurando che è solo di natura economica e non mette in discussione la collocazione atlantica dell’Italia, e Salvini, schieratosi dalla parte di Trump e deciso invece a rinviarla, o quantomeno rivederla pesantemente. Tanto che a pochi giorni dalla visita di Xi prevista dal 21 al 24 marzo, ancora non è del tutto chiaro se il Memorandum di intesa sulla Via della Seta sarà firmato, e nemmeno quale sarà il suo testo definitivo.

Che cos’è la nuova Via della Seta

La nuova Via della Seta (One Belt One Road) è un progetto gigantesco per la costruzione di infrastrutture, marittime e terrestri (ferrovie, strade, porti, energia e telecomunicazioni), tra l’Asia e l’Europa, che coinvolge più di 70 paesi. La via terrestre passa per l’Asia centrale, dalla Cina a Istanbul, fino a raggiungere tutti i paesi europei. Quella marittima costeggia l’Asia meridionale ed entra nel mar Rosso, sotto la vigilanza armata della base militare cinese installata a Gibuti, per poi entrare nel Mediterraneo attraverso il canale di Suez, recentemente raddoppiato per far passare le enormi navi portacontainer cinesi, e approdare al porto del Pireo, concesso nel 2008 dal governo greco per 35 anni al gigante cinese della logistica Cosco, in cambio dell’acquisto di una parte del suo debito.

Il progetto prevede investimenti colossali per 1.000 miliardi di dollari, in oltre 70 paesi rappresentanti oltre il 30% del Pil mondiale, il 62% della popolazione e il 75% delle riserve energetiche conosciute. La Cina ha già firmato 123 memorandum d’intesa con 105 paesi, secondo l’agenzia Xinhua, e comunicati o dichiarazioni condivise, come quella con la Francia. Già oggi Pechino rappresenta il 35% delle esportazioni della Ue (secondo partner) e il 45% delle importazioni (primo partner). Attualmente il 70% degli scambi avviene via mare e oltre il 25% per via aerea. Il traffico ferroviario nei due sensi rappresenta solo il 4%, ma è in forte crescita e si prevede che possa più che triplicare entro il 2020.

Riguardo all’Italia, l’idea contenuta nel Memorandum of understanding sulla Belt and Road Initiative (BRI), è quella di essere il terminale naturale della Via della Seta, sia marittima che terrestre, e contempla l’uso del porto di Trieste, come raccordo con Istanbul e col Pireo, dato che l’attraversamento dei Balcani è assai problematico. In ballo c’è anche il porto di Genova, come terminale nel Mediterraneo occidentale, e come probabili terminali logistici collaterali i porti di Venezia, Ravenna, Gioia Tauro e Taranto.

Era stato il governo Gentiloni ad aderire alla BRI con la sua visita a Pechino nel maggio 2017. Operazione avallata anche da Mattarella nel suo viaggio in Cina del febbraio 2017, e portata avanti soprattutto da Di Maio nei suoi due viaggi a settembre e novembre scorsi, accompagnato dal sottosegretario all’economia, il leghista Nicola Geraci che, forte della sua conoscenza della lingua e dei rapporti con i cinesi, è stato il principale artefice dell’accordo. Accordo che il ducetto pentastellato difende come un suo personale fiore all’occhiello, decantandone i vantaggi economici per le nostre esportazioni in Cina e per le nostre imprese di costruzione, dato che ne ha un estremo bisogno per risalire nei sondaggi. elettorali

Anche la Confindustria fiuta l’affare e col suo presidente Boccia sostiene l’accordo tra Italia e Cina, “ma senza strappi, con i partner strategici tradizionali come gli Stati Uniti e, soprattutto, d’intesa con l’Europa”. In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Vincenzo Petrone, ex ambasciatore in Giappone e in Brasile, direttore delle relazioni internazionali di Confindustria e direttore generale dell’Associazione Italia-Cina, creata da Romiti e presieduta da Alberto Bombassei, nel far osservare che le grandi società di costruzione cinesi sono già sbarcate in forze in Europa centro-meridionale, come Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, e Balcani, e che oltre al Pireo i cinesi sono entrati con il 40% nel porto di Valencia, nella logistica di Vado Ligure e a Zeebrugge in Olanda, ha dichiarato: “Ci piaccia o no la Via della Seta sta già arrivando perché sta arrivando la seconda economia mondiale, che è manifatturiera e con cui abbiamo bisogno di scambiare. L’integrazione Europa-Cina ci sarà, è nell’ordine delle cose”.

Un accordo non solo puramente economico

La bozza resa nota del documento di intesa richiama il “passato storico comune sviluppato attraverso le vie di comunicazione per via di terra e di mare che collegano Asia ed Europa e il ruolo tradizionale dell’Italia come punto di approdo della Via della Seta marittima”, e impegna i contraenti a collaborare in sei aree di sviluppo, tra cui la Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutture (AIIB), l’istituzione finanziaria internazionale creata dai cinesi in concorrenza con la Banca mondiale creata dagli Usa, e nello “sviluppo della connettività delle infrastrutture, tra cui investimenti, logistica e inter-operatività, nelle aree di interesse reciproco (come strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia – tra cui fonti rinnovabili e gas naturale – e telecomunicazioni)”. Ci si impegna inoltre a rimuovere ogni ostacolo al commercio e agli investimenti, anche opponendosi “all’unilateralismo e al protezionismo” (un evidente riferimento alla guerra dei dazi scatenata da Trump), e a favorire la collaborazione finanziaria, anche rafforzando “le comunicazioni e il coordinamento bilaterale su politiche di riforma fiscale, finanziaria e strutturale”.

Come si vede non si tratta di un accordo solo puramente economico ma anche con evidenti implicazioni politiche, perché coinvolge le risorse strategiche e perfino le decisioni di politica fiscale e finanziaria del Paese. Per il governo Trump l’accordo è tanto più intollerabile in quanto l’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire alla Via della Seta, un progetto avversato dalla superpotenza americana già con Obama, e visto come un cavallo di Troia della superpotenza rivale per penetrare in Europa e staccarla dalla sua egemonia ultra settantennale. In particolare l’accusa americana all’intesa italo-cinese, è di aprire la strada alla tecnologia 5G in cui i cinesi hanno la supremazia, mettendo a repentaglio la sicurezza della Nato che usa tale tecnologia nelle sue comunicazioni. E proprio in questo periodo in America è in pieno sviluppo la guerra di Trump a Huawei, la mega compagnia cinese leader nel campo del 5G .

Lo stop di Salvini e le rassicurazioni di Conte

L’intervento americano ha spinto Salvini a prendere posizione per uno stop alla firma del Memorandum, perché sa bene che gli è necessario l’appoggio del governo americano se vuole puntare a Palazzo Chigi, e non a caso col recente viaggio di Giorgetti negli Usa aveva già cominciato il suo riposizionamento a fianco di Trump e della Nato, cercando di far dimenticare i suoi legami con Putin. È così che tra una visita e l’altra all’ambasciata americana è arrivato a mettere una seria ipoteca sull’intesa dichiarando che “se si tratta di aiutare imprese italiane a investire all’estero, noi siamo disponibili a ragionare con chiunque. Se si tratta di colonizzare l’Italia e le sue imprese da parte di potenze straniere, evidentemente no. E il trattamento dei dati sensibili è interesse nazionale”.

Il ducetto fascio-leghista sostiene anche che “il Memorandum non è un testo sacro” ed ha chiesto a Conte e Di Maio quantomeno la cancellazione dal testo dei riferimenti a “inter-operabilità, energia e telecomunicazioni”, ma Conte assicura che il 5G non fa parte dell’accordo, e che la Golden power, cioè la maggioranza azionaria mantenuta dallo Stato Italiano, garantirà le nostre infrastrutture e imprese pubbliche da eventuali azioni predatorie del capitale cinese. In realtà la sperimentazione del 5G in Italia da parte di Huawei, grazie al recente partenariato con Fastweb e Telecom, è già in fase avanzata a Bari e Matera (2017), e dal 2016 (governo Renzi) è operativo a Palau un suo Intelligence Operation Center. Del resto anche il governo tedesco sta portando avanti la sperimentazione del 5G con Huawei, tanto che gli Usa hanno minacciato ufficialmente i tedeschi di non condividere informazioni di intelligence se la cosa andrà avanti.

Conte ha cercato di rassicurare sia Salvini sia Trump sia la Ue dichiarando al Corriere della Sera che quella di collaborare con la Cina sulla BRI “è una scelta di natura squisitamente economico-commerciale, perfettamente compatibile con la nostra collocazione nell’Alleanza atlantica e nel sistema integrato europeo”.

Intervenendo il 19 alla Camera Conte ha ribadito questo punto, sostenendo che “Il contenuto del memorandum, negoziato per lunghi mesi con Pechino, coinvolgendo tutte le amministrazioni interessate, non presenta alcun rischio per i nostri interessi nazionali ed è pienamente in linea con la strategia dell’Ue”. Aggiungendo che esso infatti è in linea con “i principi dell’Agenda 2030, l’Agenda 2020 di cooperazione Ue-Cina e la Strategia Ue per la connettività euroasiatica, capisaldi dell’approccio Ue verso la Cina”, e che anzi “altri Stati membri, pur non avendo stipulato analoghe intese con Pechino, già collaborano molto più di noi su questa iniziativa”.

Né con l’uno né con l’altro imperialismo

Il sottinteso polemico del premier era evidentemente rivolto alla Germania, che mentre lancia moniti all’Italia fa accordi con la Cina sull’individuazione del terminale ferroviario della Via della Seta a Duisburg, “a riprova di una collaborazione tra Berlino e Pechino ben più avanzata della nostra”, come Conte aveva fatto osservare nella succitata intervista al CdS. Il sottinteso valeva anche per gli altri 13 paesi della Ue, prevalentemente dell’Est europeo e balcanici, che hanno già firmato, per il Lussemburgo che sta ancora trattando e per il Pireo svenduto ai cinesi, senza che per tutti questi casi la Ue avesse trovato nulla da ridire.

Ma evidentemente l’Italia non è come uno di questi paesi, è la terza economia europea e un membro fondatore della Ue, e il suo peso e le sue decisioni avranno conseguenze determinanti per tutta l’Ue imperialista e per l’alleanza militare con gli Usa, considerato che la sua particolare posizione geostrategica ne fa una testa di ponte ideale delle mire del socialimperialismo cinese per penetrare in Europa, nel quadro della guerra globale per l’egemonia economica e il controllo dei mercati. Una penetrazione certo inizialmente a livello economico, visto che la Cina ha un enorme surplus di capitali da investire in Europa, dopo averlo già fatto abbondantemente in Africa e America Latina, ma che non potrà che essere seguita prima o poi anche da quella politica e militare, dato che questa è una legge immutabile dello sviluppo dell’imperialismo.

È significativo che le due forze che sono andate al governo riempiendosi la bocca col “sovranismo” e la difesa degli interessi nazionali finiscano l’una, la Lega, per cercare di mantenere l’Italia nella sfera egemonica della declinante superpotenza americana, e l’altra, il M5S, per servire oggettivamente, in nome degli interessi del capitalismo italiano, le mire espansioniste in Italia della superpotenza cinese in ascesa. Lo segnaliamo in particolare ai sinceri comunisti e fautori del socialismo ancora ingannati da falsi partiti comunisti, che cercano di accreditare la Cina come un paese socialista, mentre ormai, tradendo Mao, è un paese imperialista a tutti gli effetti e che aspira a dominare il mondo, e tifano per la realizzazione dell’intesa italo-cinese come un’occasione per fare gli interessi del Paese e affrancarsi dalla dipendenza dagli Usa e dalla Ue; mentre in realtà non fanno che cadere dalla padella dell’imperialismo americano e dell’imperialismo europeo nella brace del socialimperialismo cinese, invece di chiamare alla lotta contro tutti gli imperialismi a cominciare da quello italiano amministrato dal governo nero, fascista e razzista Salvini-Di Maio, che va buttato giù.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 11/2019)

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