Basilicata, quel filo lungo dieci anni che lega Bardi a Berlusconi: da Tarantini alle cene eleganti | Rep

25 Marzo 2019 0 By Luna Rossa

Il neogovernatore è stato al cuore di uno dei passaggi più drammatici dell’avventura politica del Cavaliere. Fu l’alto ufficiale che per primo conobbe l’affaire di Patrizia D’Addario

C’è un filo lungo dieci anni che unisce il generale della Guardia di Finanza in pensione, Vito Bardi, e l’ex premier, Silvio Berlusconi. Una storia che parte a giugno del 2009 da Bari e arriva oggi qui a Potenza, dove Bardi è diventato il nuovo governatore della Basilicata. Fortemente voluto proprio dal Cavaliere.

Bardi è stato al cuore di uno dei passaggi più drammatici e delicati di quella fase che segnò l’inizio della fine dell’avventura politica di Silvio Berlusconi. Fu l’alto ufficiale che per primo conobbe, in un pomeriggio di giugno del 2009, quando poteva essere ancora depotenziato, l’affaire di Patrizia D’Addario, Gianpaolo Tarantini e della sua scuderia di ragazze per “l’utilizzatore finale”. Silvio Berlusconi, appunto. Un segreto, quello, che Bardi ha custodito per anni anche davanti ai magistrati di Lecce che, quando gli chiesero come fossero andate le cose, si sentirono rispondere soltanto un elenco infinito di “non so” e “non ricordo”.

26 Giugno 2009, quindi. L’Italia aveva appena scoperto Tarantini: dopo le interviste di Patrizia D’Addario prima e Barbara Montereale poi, si era aperto lo scrigno delle “cene eleganti” a Palazzo Grazioli. Dell’inchiesta nei palazzi romani nessuno sapeva nulla, e tutti avevano un disperato bisogno di sapere. Da Bari temevano fughe di notizie e per questo avevano tenuto il massimo riserbo fino alle uscite pubbliche delle due ragazze. Nella Legione allievi di Bari viene così convocata una riunione tra i magistrati e i finanzieri che stanno conducendo l’indagine, il procuratore appena nominato dal Csm, Antonio Laudati. E Bardi, appunto. Che arriva a riunione in corso.

Perché c’è Bardi? “Per riprendere aspramente e con toni assai duri il colonnello del nucleo di Polizia tributaria che aveva omesso di tenerlo aggiornato sul contenuto e lo sviluppo delle indagini” scrivono i magistrati di Lecce. Ai quali il pm che conduceva l’inchiesta, Giuseppe Scelsi raccontò: “La durezza dell’intervento dell’ufficiale aveva poi determinato uno stato di intimidazione e di tensione del personale”. Perché Bardi voleva sapere? E soprattutto perché lui, che all’epoca era comandante interregionale del Sud, e non il comandante regionale, Luciano Inguaggiato, che in linea gerarchica avrebbe dovuto gestire la cosa? I pm di Lecce hanno provato a fare questa domanda a Bardi ma “non soltanto – scrivono – si è trincerato dietro una serie di non ricordo ma, per giustificare la sua cattiva memoria, ha addirittura prospettato il dubbio di non essere stato presente a quella riunione”.

Come andarono effettivamente le cose quel giorno, e soprattutto perché, non si è quindi mai riuscito a ricostruire con certezza. Certo è che Bardi poco dopo diventò vice comandante generale della Finanza, esponente di quella corrente di generali dalle ottime relazioni (Niccolò Pollari, Michele Adinolfi, per non parlare di Emilio Spaziante, arrestato per tangenti nell’inchiesta del Mose) che ha scritto la pagina nera degli ultimi anni delle Fiamme gialle in Italia. E che anche tanti polveroni giudiziari ha sollevato, seppur come nel caso di Bardi poi finiti nel nulla: il generale è finito per due volte – nell’inchiesta sulla P4 e in quella sulle corruzioni di alcuni finanzieri – nel registro degli indagati del pm John Henry Woodcock. Ha subito perquisizioni violente e onte mediatiche. Ma è stato vittima di due errori giudiziari: per lui la procura ha dovuto poi sempre chiedere l’archiviazione. Quelle inchieste bloccarono però inevitabilmente la sua carriera nell’arma. Ora, dieci anni dopo, grazie al Cavaliere, è arrivato il tempo della politica.

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