Gli Stati uniti prigionieri del Muro di Trump | il manifesto

4 Gennaio 2019 0 Di luna_rossa

 

Chiudere i confini sembrava davvero facile: più filo spinato, più guardie di frontiera, più droni e, naturalmente, un bel muro alto dieci metri al confine con il Messico, dall’oceano Atlantico all’oceano Pacifico.

Così pensava Donald Trump in campagna elettorale quando eccitava i suoi sostenitori promettendo che non solo il muro sarebbe stato costruito «per tenere fuori gli immigrati criminali e stupratori», ma che la sua costruzione sarebbe stata pagata dal governo messicano. Sono passati due anni con Trump alla Casa Bianca e il muro non si è ancora visto perché è stato sufficiente fare i conti della lavandaia per capire che 3.145 chilometri di solido muro alto 10 metri (e profondo altrettanto per evitare i tunnel) sarebbero costati centinaia di miliardi di dollari, oltre a consumare più cemento di tutta l’edilizia residenziale degli Stati Uniti.

La fantasia che il governo messicano potesse essere costretto a finanziarne la costruzione era, ovviamente, una sbruffonata di Trump per compiacere la base dei suoi sostenitori. Neppure il controllo ferreo su Camera e Senato negli ultimi due anni è bastato al presidente per ottenere i finanziamenti al fine di iniziare la costruzione e lo stesso capo di gabinetto della Casa Bianca, il generale John Kelly (licenziato due mesi fa) ha riconosciuto che l’Amministrazione ha da tempo rinunciato a realizzare integralmente il progetto. Il valore simbolico, però, rimane e Trump, prima di Natale, è ricorso all’arma suprema dei presidenti: negare la firma alla legge di bilancio, provocando la cosiddetta chiusura del governo federale. Ironia della situazione: per chiudere i confini, Trump è costretto a «chiudere» il suo governo.

In realtà si tratta di una chiusura dei soli servizi non essenziali: vengono meno i finanziamenti per circa un quarto delle agenzie federali, comprese quelle che gestiscono i parchi e i musei (negli Stati Uniti le forze dell’ordine dipendono dai singoli stati e dalle città, non dal governo federale), e ci sono difficoltà nei trasporti aerei. Altri dipartimenti, come la Difesa, continueranno a funzionare: il loro bilancio era stato già approvato, «spacchettando» il bilancio.

Questo riguarda anche la parte pubblica della sanità (minoritaria, il sistema è per la gran parte privato) e le pensioni, la giustizia federale, il controllo ai confini. Il danno maggiore lo subiscono gli 800mila dipendenti federali delle agenzie toccate dalla chiusura, per legge senza paga fino alla fine dello shutdown (in genere, però, dopo l’approvazione del bilancio i mancati stipendi vengono rimborsati).

Anche il sistema postale non sarà toccato dalla paralisi perché lo US Postal Service è una struttura autonoma, parzialmente privatizzata.

Si tratta quindi di un braccio di ferro simbolico, una prova di forza tra presidente e Congresso. Da ieri, però, la situazione è cambiata: la nuova Camera dei rappresentanti, eletta il 6 novembre scorso, ha una solida maggioranza democratica e il nuovo Speaker, la veterana Nancy Pelosi (78 anni e decenni di carriera politica alle spalle) non intende fare sconti a Trump su questo terreno. Se prima approvare i finanziamenti (Trump si accontenterebbe di 5 miliardi di dollari, briciole rispetto al costo complessivo del progetto) era comunque difficile, ora sembra del tutto impossibile.

In realtà, sia i democratici che i repubblicani sanno che gli shutdown sono estremamente impopolari perché danno l’impressione di un governo paralizzato, incapace di garantire i servizi essenziali, con presidente, senatori e deputati interessati soltanto alle loro beghe di partito. Nei corridoi, quindi, si tratta, cercando una soluzione che salvi la faccia a entrambe le parti: i democratici non approveranno i 5 miliardi per il muro ma probabilmente accetteranno di stanziarne 2 o 3 per «rafforzare la sicurezza dei confini». Trump presenterà la soluzione come una sua vittoria, Nancy Pelosi farà altrettanto e si tornerà tra qualche giorno alla «normale» guerriglia parlamentare.

Con un’unica differenza: attorno a Donald Trump il cerchio delle inchieste sul ruolo di Putin nella campagna elettorale del 2016 si sta stringendo e le sue reazioni ad accuse sostanziate di collusione saranno stavolta imprevedibili. Una crisi costituzionale profonda nei prossimi mesi è una seria possibilità.

Sorgente: Gli Stati uniti prigionieri del Muro di Trump | il manifesto

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