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Brexit: quali conseguenze per i diritti dei cittadini in caso di mancato accordo? | Euronews

Diversi paesi europei si sono mossi per rafforzare i diritti dei residenti britannici in caso di un mancato accordo sulla Brexit, raccogliendo così l’appello dell’Unione europea che ha chiesto agli Stati membri di adottare un “approccio generoso” nell’eventualità di un ‘no deal’.

A sua volta il governo britannico ha usato toni rassicuranti a proposito dei diritti dei cittadini dell’Ue che vivono nel Regno Unito. Si tratta però di rassicurazioni generiche, che non entrano nel dettaglio e non sgombrano i dubbi su cosa succederebbe in caso di un mancato accordo.

L’accordo negoziato da Londra e Bruxelles garantisce il mantenimento dei diritti di residenza e di sicurezza sociale e garantisce la libertà di circolazione durante il periodo di transizione previsto. Tutto però è vincolato alla ratifica dell’intesa, che al momento sembra tutt’altro che scontata. Martedì è previsto il voto del Parlamento britannico, ma la premier Theresa May non sembra avere i numeri per fare approvare l’accordo.

La questione dei diritti dei cittadini in caso di ‘no deal’ è stata affrontata sia dalla Commissione europea che dal governo britannico quando hanno pubblicato i rispettivi piani a dicembre.

Quali sarebbero le conseguenze di un mancato accordo per i cittadini Ue nel Regno Unito?

Il governo britannico ha provato a fare chiarezza con il Policy Paper on Citizens’ Rights, un documento programmatico sui diritti dei cittadini in caso di mancato accordo. Al suo interno si legge che i cittadini dell’Ue e i loro familiari che vivono nel Regno Unito saranno “benvenuti” e “in grado di lavorare, studiare e accedere a prestazioni e servizi”.

In base all’accordo, per continuare a vivere nel Regno Unito i cittadini europei dovranno presentare domanda per ottenere il settled-status, o il pre-settled status nel caso di coloro che risiedono nel Regno Unito da meno di cinque anni al momento di presentazione della domanda.

Condizioni che resteranno valide anche in caso di ‘no deal’, ma con alcune differenze: i richiedenti dovranno essere residenti nel paese entro il 29 marzo 2019, data in cui il Regno Unito lascerà la Ue, molto prima della scadenza del 31 dicembre 2020 indicata nell’accordo e che segna la fine del periodo di transizione.

Inoltre sarà anticipata anche la data limite entro cui presentare la domanda: i cittadini Ue avranno tempo fino alla fine del 2020.

I diritti ad una serie di prestazioni e servizi continueranno ad essere garantiti alle stesse condizioni di oggi, anche se potranno variare in Scozia, Galles e Irlanda del Nord e saranno soggetti a future modifiche che si applicheranno ai cittadini britannici.

Il coordinatore del Parlamento europeo sulla Brexit, Guy Verhofstadt, e alcuni gruppi di attivisti sostengono che in caso di ‘no deal’ i diritti dei cittadini verrebbero “annacquati”, e hanno chiesto che le disposizioni contenute nell’accordo vengano blindate e garantite in ogni caso.

Secondo ‘the3million‘, organizzazione che si batte per i diritti dei cittadini Ue nel Regno Unito, non è chiaro cosa succederebbe se qualcuno dovesse lasciare temporaneamente il Regno Unito.

Stando all’organizzazione le disposizioni in materia di sicurezza sociale non sarebbero sufficienti, i diritti al ricongiungimento familiare sarebbero sottoposti a delle restrizioni e i cittadini Ue sarebbero esposti alla discriminazione da parte dei datori di lavoro e dei proprietari terrieri.

Il governo britannico afferma che i cittadini irlandesi nel Regno Unito potranno rimanere alle stesse condizioni di ora e non dovranno fare niente per tutelare il proprio status.

L’Austria ha annunciato che intende creare un’eccezione al divieto di doppia cittadinanza per i suoi cittadini che vivono nel Regno Unito.

‘No deal’: quali le conseguenze per i cittadini britannici che vivono in Europa?

Nel suo ‘Contingency Action Plan – il piano di emergenza in caso di no deal – la Commissione europea sostiene di “mettere i diritti dei cittadini al primo posto”. Si tratta però di un documento di 12 pagine, che non entra nel dettaglio come il testo dell’accordo Ue-Regno Unito, lungo circa 600 pagine.

La Commissione invita i paesi della Ue ad essere “generosi” e “pragmatici” nel concedere il soggiorno temporaneo ai cittadini britannici presenti nell’Unione il giorno dell’entrata in vigore della Brexit. I cittadini del Regno Unito dovrebbero essere esentati dall’obbligo del visto.

Ma a livello europeo non ci sono garanzie.

Per quanto riguarda la sicurezza sociale, la Commissione esorta gli Stati membri ad “adottare tutte le misure possibili per garantire la certezza del diritto” e tutelare i diritti esistenti in precedenza.

Il governo britannico ha detto che sono allo studio nuove modalità per facilitare l’accesso a prestazioni e servizi ai cittadini britannici che torneranno a vivere nel Regno Unito dalla Ue.

  • La Spagna ha la più grande comunità di immigrati britannici nell’Unione europea. Sia il governo spagnolo che l’ambasciata britannica esortano i britannici che vi risiedono a registrarsi presso le autorità spagnole. Il primo ministro Pedro Sanchez ha promesso misure di emergenza entro l’inizio di febbraio per garantire ai britannici il mantenimento degli attuali diritti in caso di ‘no deal’, a condizione però che gli spagnoli ricevano lo stesso trattamento in Gran Bretagna;
  • In Francia l’Assemblea Nazionale ha approvato un disegno di legge in caso di ‘no deal’. Conferisce al governo francese il potere di emanare decreti per proteggere i britannici che vivono e lavorano in Francia, a condizione che il Regno Unito agisca in modo simile. L’organizzazione per la tutela dei cittadini ‘Remain in France‘ stima che ai cittadini britannici in Francia verrà garantito un periodo di transizione per conformarsi alle nuove norme;
  • Germania: stando al ministero dell’Interno tedesco i britannici manterranno i diritti di soggiorno per tre mesi, con possibilità di proroga. Ma dovranno richiedere la residenza entro il 30 giugno 2019. Berlino ha già avviato un processo di registrazione;
  • Anche i Paesi Bassi hanno assicurato che i cittadini britannici residenti potranno continuare a vivere, lavorare e studiare nel paese: prima dell’entrata in vigore della Brexit dovrebbero ricevere una lettera che servirà come documento di soggiorno temporaneo. Saranno poi invitati a richiedere un nuovo permesso durante un periodo di transizione di 15 mesi;
  • Italia: la Farnesina ha fatto sapere che i residenti britannici potranno continuare a vivere e lavorare nel paese anche in caso di mancato accordo. Seguirà un periodo di transizione. L’organizzazione British in Italy ha esortato i cittadini britannici a chiedere la residenza entro l’entrata in vigore della Brexit;
  • La Svezia sta lavorando ad un piano per permettere ai britannici di “vivere come prima” anche in caso di ‘no deal’. Un sito web del governo svedese specifica che il piano dovrebbe includere l’accesso alla sicurezza sociale, all’assistenza sanitaria e all’istruzione;
  • Danimarca: il primo ministro Lars Lokke Rasmussen ha scritto in un tweet che i cittadini britannici potranno rimanere nel paese e il suo governo sta lavorando ad una legislazione apposita;
  • La Repubblica Ceca ha elaborato dei piani per garantire ai britannici gli stessi diritti di cui godono oggi per tutto il periodo di transizione;
  • L’Austria sembra intenzionata ad adottare una posizione più severa: il ministero degli Interni afferma che, in assenza di un regime giuridico speciale, i britannici che risiedono nel paese sarebbero trattati come i cittadini extracomunitari e dovrebbero richiedere nuovi permessi di soggiorno;
  • In Polonia l’ambasciatore britannico ha inviato un messaggio ai cittadini britannici in cui spiega che i colloqui con i funzionari polacchi sono in corso, ma non c’è ancora chiarezza;
  • Portogallo: il ministro degli Esteri ha dichiarato lo scorso dicembre che il governo intende “mantenere il regime più favorevole possibile per i cittadini britannici in Portogallo”, a condizione che avvenga lo stesso per i cittadini portoghesi nel Regno Unito;
  • Irlanda: il governo irlandese, come il suo omologo britannico, ha chiarito che i cittadini britannici e irlandesi potranno circolare liberamente e risiedere nei rispettivi paesi. Un diritto garantito dalla comune appartenenza alla Common Travel Area, la zona di libera circolazione che comprende Regno Unito, Irlanda, l’Isola di Man, Guernsey e il Baliato di Jersey.

Nonostante le buone intenzioni, un Brexit senza accordo significherebbe che i diritti dei cittadini non sarebbero più tutelati a livello europeo, ma a garantirli dovrebbero essere le singole nazioni.

Sia l’Unione europea che il governo britannico ammettono la loro perdita di influenza. “I cittadini della Ue che risiedono nel Regno Unito non sarebbero più protetti dalle norme europee sulla libera circolazione”, si legge nel documento della Commissione. A sua volta il governo britannico riconosce che “il Regno Unito non può agire unilateralmente per proteggere i diritti dei cittadini britannici nella Ue”.

Da entrambe le parti sono arrivate proposte per trovare accordi su questioni specifiche come l’assistenza sanitaria, la sicurezza sociale e le pensioni. Si tratta però di proposte generiche, di cui non si conoscono ancora i dettagli.

Nell’impasse parlamentare del Regno Unito la questione dei diritti dei cittadini è finita in secondo piano, poiché il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle conseguenze economiche di un ‘no deal’.

Sorgente: Brexit: quali conseguenze per i diritti dei cittadini in caso di mancato accordo? | Euronews

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