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DALLA FRANCIA/ “I gilet gialli sono la fine di Macron” – IlSussidiario.net

A leggerla su certi giornali italiani sembra una protesta di tanti retrogradi che non vogliono la svolta ecologica di Macron. In realtà è il fallimento dell’austerity

A leggerla su certi giornali italiani sembra una protesta di tanti retrogradi che non vogliono la svolta ecologica di Macron, in realtà si tratta del no di moltissimi francesi, appena il 72%, all’inquilino dell’Eliseo, l’ex presidente di tutti che non risponde più a chi lo ha eletto. Francesco De Remigis, corrispondente da Parigi per Il Giornale, racconta come una mobilitazione contro il caro carburanti sia diventata una rivolta sociale.

Le autorità stanno valutando se autorizzare la manifestazione di sabato, sarebbe la quarta dall’inizio delle proteste.

Sui social si continua a promuoverla, nemmeno le precedenti erano state autorizzate in molte zone, eppure si sono presentati in migliaia. Dunque il permesso non sarà determinante. Il governo fa sapere che l’imposizione dello Stato di emergenza non è più all’ordine del giorno, ma con tutta probabilità sabato a Parigi vedremo schierato l’esercito.

Circolano piattaforme piene di richieste. Si va dalla fine del caro carburanti all’innalzamento del salario minimo a 1300 euro al mese, dai salari indicizzati all’inflazione all’isolamento termico delle abitazioni e perfino al sistema di voto proporzionale. Cosa vuol dire tutto questo?

La protesta non è più sul singolo punto che l’ha innescata. Se durante le manifestazioni si ascoltano gli slogan e si leggono i cartelli, la sintesi è una sola: “Macron démission”. Oltre allo stop ai rincari sui carburanti c’è un grido, inascoltato dall’Eliseo, per un maggior sostegno al sistema economico, sociale e produttivo del Paese. In 19 mesi non si è visto ed è impossibile da realizzare senza sforare il deficit. Per dare risposte, Macron ha bisogno di soldi. Subito. Tempo per attuare il piano di tagli alla spesa pubblica non ne ha e potrebbe essere costretto a chiedere di superare il 3%. Dovrà andare in Europa, se non col cappello in mano, con in tasca le chiavi per aprire il cassetto del rapporto deficit-Pil.

I manifestanti sono una minoranza quanto rappresentativa dei francesi?

Secondo un sondaggio Harris Interactive per Rtl ed M6 uscito stamattina (ieri, ndr), il 72% della popolazione anche se non scende in piazza sostiene la protesta. Il gilet giallo è divenuto il collante neutrale, apartitico, di un’insofferenza che oltrepassa le singole rivendicazioni. I rincari voluti dall’attuale maggioranza presidenziale sono in realtà figli delle precedenti amministrazioni, eppure la rivolta è diretta principalmente contro questo presidente, non contro chi è venuto prima di lui.

Dunque le accise sono solo un pretesto?

No, sono un problema serio, ma la questione vera è diventata Macron all’Eliseo, il suo modo di concepire la politica come ottusa ostinazione. Il presidente è rientrato a Parigi dal G20 e come prima cosa è andato a visitare l’Arco di trionfo, che ha subito danni ingenti, ma non ha detto nulla sulle proteste e ha delegato il dialogo con i gilets jaunes al premier Philippe. L’uomo che per la prima volta ha rotto gli schemi sinistra-destra della repubblica francese, assorbendo gran parte dell’elettorato socialista e gollista e si è presentato ai francesi come il presidente di tutti, ora non ascolta chi lo ha eletto.

Eppure Macron con En marche ha portato in parlamento più di 400 deputati.

Una maggioranza pressoché silente di fronte alla rivolta sociale dei gilet gialli. Il punto è che il movimento politico che aveva promesso alla società francese di coinvolgerla nel dialogo e nelle decisioni prese dai dirigenti dello Stato centrale, si è dimostrato il contrario di quello che aveva detto di essere.

Ci vuole spiegare meglio perché le accise sui carburanti hanno scatenato una protesta sociale di così vaste proporzioni?

Per anni si è detto ai francesi che comprare un’auto diesel era un buon investimento, e che acquistare un appartamento o una casa in città era un acquisto fattibile e oculato. Ora l’Insee scopre che circa 100mila francesi l’anno tornano a vivere nei villages perché le città metropolitane sono diventate molto più care. E oggi la Francia rurale, guarda caso, è la prima a scendere in piazza.

La Francia ha accumulato deficit pari al 45,2% del Pil e ha il triplo di disoccupati della Germania. Per fare l’austerity promessa alla Merkel, Macron ha disperato bisogno di aumentare le entrate, ma i gilet gialli sono la sconfessione sociale di queste politiche.

E’ così. Va detto che i fondamentali della Francia non sono imputabili solo a Macron, ma questo aggrava le sue responsabilità invece di diminuirle, perché la politica economica di Hollande, a conduzione Moscovici, andava esattamente in questa direzione. Una politica che Macron conosce molto bene, avendo fatto il ministro nel precedente governo. Il punto, ripeto, è la lontananza totale dei fatti dalla “realtà” che viene predicata. Basti pensare che le emissioni francesi da trasporto su strada sono state solo lo 0,4% di quelle globali di carbonio nel 2016; quelle francesi erano nel loro complesso meno dell’1%. Eppure il governo insiste col tagliare. Assurdo anche secondo il Wall Street Journal in un’economia che ha un tasso di disoccupazione all’8,9%, che sale al 21,5% tra i giovani, e farà fatica a raggiungere una crescita del 2%.

E la gente lo ha capito.

La gente, con o senza gilet giallo, si sta facendo una domanda: caro presidente, può spiegare a tutti noi, che abbiamo un rispetto innato per la presidenza della repubblica, per quale motivo si comporta in questo modo? I gilet gialli sono questa domanda. La risposta non c’è, perché Macron con i francesi non parla.

A nessuno viene in mente che questa situazione possa essere figlia dell’euro?

No, il tema non è nel dibattito odierno. Se ne parla ovviamente tra economisti, ma è una cosa che rimane nei salotti. La gente si chiede innanzitutto come mai Macron abbia tradito il messaggio per cui è stato eletto. E poi circolano dati interessanti, come quelli sui finanziamenti a En Marche, che rinfocolano le domande.

Cosa può dirci in proposito?

Dei quasi 14 milioni di euro raccolti in 14 mesi di campagna presidenziale da Macron, performance inedita in Francia, 1,8 provengono da “Expat”. Poco meno della metà — 800mila euro — da residenti in Gran Bretagna, dove l’équipe di En Marche ha concentrato gli sforzi nella City. I numeri mostrano che la finanza londinese ha fornito più soldi alla campagna elettorale di Macron rispetto all’insieme dei contributi delle 9 più grandi città francesi riunite, esclusa Parigi. Sono dati consultati e pubblicati dal Journal Du Dimanche sulla base delle 74.702 donazioni analizzate dalla Cnccfp, la commissione nazionale dei conti della campagna e dei finanziamenti politici.

Un uomo calato dall’alto.

Tutti conti che ai francesi cominciano a non tornare e che provano l’assenza di un radicamento nazionale a sostegno del movimento lanciato nel 2016 dall’uomo che sarebbe diventato l’ottavo presidente della V Repubblica.

Mélenchon e Le Pen cosa propongono?

Mélenchon, presentissimo sui social network, fa dirette Facebook durante le proteste dei gilet, non partecipa ma li sostiene e ha chiesto lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e il ritorno al voto. Lo stesso fa e chiede Marine Le Pen, che ha dalla sua la Francia rurale, dove nel 2017 è andata molto forte. Il Fn, ribattezzato “rassemblement national”, continua a essere in testa ai sondaggi e avrebbe appena superato di un punto En Marche. Più moderato l’attuale leader dei repubblicani, Wauquiez, che chiede un referendum sulla tassa.

Macron come intende gestire la crisi?

Il fatto che abbia rimandato i gilet gialli alla porta del premier e del governo mi pare significativo. Un’ulteriore complicazione viene dal fatto che i gilets jaunes non chiedono un riconoscimento formale, non si siedono al tavolo come succedeva in passato con i sindacati. Una scelta evidentemente strategica. “Prima vogliamo lo stop al rincaro, poi si discute”, dicono.

I giornali enfatizzano i casseurs, quelli che per protestare distruggono.

Sparute minoranze sulle quali sono puntati gli obiettivi dei media. La quasi totalità dei gilet vuole dare il contributo civico che Macron aveva promesso nel suo programma ma che si è rivelato un bluff.

Cosa è successo al movimento che ha portato Macron alla presidenza?

Appena il 15% dei 400mila membri rivendicati da En Marche sarebbe attivo dopo appena un anno e mezzo di potere. La crisi è evidente, tanto che Macron ha incaricato un suo uomo di fiducia, Stanislas Guérini, 36enne deputato parigino, uomo d’affari, di risvegliare il partito dal coma. I mezzi finanziari ci sono, quello che manca, chissà perché, è il fervore militante.

Dove va la Francia?

Non dovremo aspettare molto per saperlo, ce lo diranno le prossime europee.

(Federico Ferraù)

Sorgente: DALLA FRANCIA/ “I gilet gialli sono la fine di Macron” – IlSussidiario.net

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