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‘Siamo tutti tossici, e qui ogni giorno è una lotta’ – Benvenuti in rehab – VICE

“Ero stanca di quell’odore di sudore putrido e di quell’impellente sensazione di dovermi fare, fare, fare altrimenti muoio.

Foto di Nikky G.

‘What I Want to Tell You About Heroin’ è una nuova serie a cura dell’autrice e collaboratrice di VICE Hannah Brooks. Hannah è musicista e autrice, vive a Melbourne e negli ultimi sette anni ha lottato contro la dipendenza dall’eroina. Questi articoli sono stati scritti da Hannah mentre si trovava nel centro di riabilitazione Hope Rehab in Thailandia.

Quando arrivano al centro Hope, i nuovi pazienti sono strafatti.

L’ultimo desiderio.

In genere arriviamo in rehab scolando una bottiglia di vodka, maleodoranti e con in bocca tre sigarette contemporaneamente. Inciampiamo sulle scale. Sniffiamo l’ultima botta, e poi annuiamo passivi davanti al modulo di accettazione.

Abbiamo paura. I dubbi ci tormentano.

Sappiamo di avere un problema ma non sappiamo se riusciremo a risolverlo. Ci crogioliamo nella negazione: “Pensavo che questo fosse un centro benessere.” “Ho un problema con la cocaina, ok, ma posso comunque bere.”

“Io gestisco un’intera azienda,” protestiamo.

“Sì, e ora,” risponde paziente Henk, consulente del centro, “lei è in un centro di riabilitazione.”

Nessuno arriva qui per sbaglio.

Il giorno seguente: inizia la disintossicazione. L’effetto delle droghe svanisce e ci ritroviamo da soli con noi stessi.

Sono in rehab. La mia vita è rovinata. Come sono arrivata qui? E come faccio a uscirne?

Nei miei primi dieci giorni di riabilitazione, bevo metadone giallo e amaro per disintossicarmi dall’eroina ed evitare gli orrori dell’astinenza. Li ho vissuti già diverse volte. Sono stanca di passare le giornate sul cesso, contemporaneamente vomitando. Sono stanca di quell’odore di sudore putrido e di quell’impellente sensazione di dovermi fare, fare, fare altrimenti muoio.

Non che smettere con il metadone sia semplice. Dopo quattro giorni senza, sono uno spettro. Non ho energia, le mie ossa sembrano di piombo. Ginocchia e polpacci mi stanno uccidendo, il dolore è fortissimo. Passo le notti a pregare una gigantesca statua di Buddha, e sono felice se riesco a dormire almeno tre ore.

In Thailandia fa caldo, tra i 35 e i 40 gradi, ma io ho sempre freddo. Marcus, un ragazzo olandese dipendente da cocaina e GHB, mi dà una felpa nera dell’adidas con il cappuccio per farmi smettere di tremare, nella sala comune con l’aria condizionata. Anche al sole ho i brividi. Mi trascino da un posto all’altro come posso. Una sera vomito nella sala dove si mangia. Non riesco ad arrivare in tempo al bagno e così mi accascio accanto a un cesto pieno di banane. Mi metto a piangere.

Passo il mio tempo con gli altri eroinomani. Ci tengono in piccoli gruppi, non siamo mai in tanti, per evitare problemi. L’irlandese Christopher—alla sua 14esima riabilitazione—mi incoraggia, “Pensa positivo,” e sorride. Rado, il bulgaro, ha il mio stesso atteggiamento: Basta. Abbiamo la stessa età ed entrambi siamo d’accordo che non possiamo più continuare così. O lo capiamo adesso, o è inutile continuare a provarci. Il suicidio è l’unica opzione che ci rimane, fuori di qua.

Jester, una tossicodipendente lesbica di origini giamaicane, vive a Londra ed è la mia vicina. Viviamo in due case tradizionali thailandesi in legno scuro, sul retro della proprietà. La prima volta che ci incontriamo, lei ha un pigiama con un motivo rastafariano e una mascherina di carta sulla bocca. Ha con sé un grosso tronco di legno, con del nastro adesivo da elettricista avvolto attorno come maniglia. Lo usa per difendersi. “La prossima volta che vengono a prendermi, non scapperò correndo,” urla, agitando il bastone in aria.

Non mi lascio andare alla tristezza. Sono ottimista. Mentre mi addormento su una scomoda sedia in legno intarsiato, sorrido e ripeto il mio mantra, questa è la mia ultima disintossicazione.

Il nostro è un gruppo strano: 30 tossicodipendenti che vivono insieme in una comunità che si chiama Hope, speranza. I clienti stanno qui da uno a tre mesi, in base alle proprie disponibilità economiche, al lavoro, agli impegni familiari e al livello di negazione del problema. Molti cambiano, profondamente. Altri, invece, tornano a casa solo un po’ abbronzati e con l’illusione di essere “guariti” dopo la riabilitazione. Questo mi fa molta paura.

La qualità della vita in comunità va a fasi alterne, cambia costantemente con l’arrivo e la dipartita dei clienti. Alcuni giorni si sta bene, altri, quando ci sono grandi via vai di persone, tutti sono un po’ più nervosi. Fino a quando non ritorna la calma.

Se togli alcol e droga, sulla carta siamo un bel gruppo. Tra i 20 e i 64 anni, con tre volte più uomini rispetto alle donne, tra noi ci sono un fisico, un programmatore, un produttore di Broadway, un broker finanziario, uno sviluppatore industriale, uno scienziato ambientale, un direttore esecutivo di ambito pubblicitario, uno chef stellato, un poliziotto, un trafficante di crack e cocaina, due escort—hanno 20 e 21 anni. Quasi tutti si pagano da soli la quota per la struttura, altri sono qui perché un amico o un familiare l’ha pagata al posto loro.

Tutti abbiamo bisogno della riabilitazione, ma perché siamo finiti in Thailandia? Perché non ci siamo rivolti a una clinica nei nostri rispettivi paesi d’origine?

Sicuramente il clima tropicale attira, ma la motivazione principale è che qui una struttura del genere costa dieci volte meno rispetto a qualsiasi altro posto. Negli ultimi dieci anni, la Thailandia è diventata una nota meta per turismo medico—interventi dentistici, chirurgia estetica e riabilitazione—una sorta di Mecca per la classe media che non può permettersi di pagare 50mila dollari al mese negli Stati Uniti, in Australia o Gran Bretagna ma che riesce a pagare tra i 5 e i 10mila dollari richiesti qui per lo stesso servizio. L’altra ragione è la posizione. Chi tra di noi è già stato in riabilitazione, sa che stare lontano dai fattori scatenanti è fondamentale. Certo, se volessimo potremmo farci anche in Thailandia, ma stare lontani dai nostri spacciatori abituali—che sarebbero disposti a portarci la roba anche in clinica—sicuramente migliora le nostre possibilità di portare a termine il percorso e di sopravvivenza.

Tra i clienti di Hope ci sono persone da Honk Kong, Olanda, Irlanda, Taiwan, Thailandia, Germania, Paesi Bassi, Galles, Scozia, Canada, Nuova Zelanda, Bulgaria e Belgio, ma la maggior parte di loro può essere facilmente suddivisa in tre grandi categorie sulla base delle loro punture di insetto: gli inglesi hanno le gambe piene di punture e ricoperte di garze. Gli americani si lamentano tutto il giorno e si spruzzano repellente senza sosta. Gli australiani non vengono punti e basta.

“In Germania,” dice Julia nel suo inglese stentato, “diremmo che il centro è ‘multi-culti.'”

Giorno dopo giorno, trovo il mio ritmo. Dalle quattro di mattina: caffè, sigaretta, scrivo. Yoga, mango e muesli. Meditazione, gratitudine, smoothie, gruppo, pranzo. Le attività del pomeriggio possono variare: massaggio, Muay Thai, lavoro un po’, consulenza, NA, AA. Contiamo le pietruzze della collana mentre preghiamo e pratichiamo la comunicazione nonviolenta. Cantiamo l’Om. Al di fuori delle attività programmate non abbiamo altra scelta se non “rimanere con noi stessi” e le nostre sensazioni, per quanto massacrante possa essere.

Come Christopher, sono stata in quattro centri di riabilitazione. Sono stata in cliniche private dove l’unica cosa che facevo era ingurgitare medicinali alle 7:30, alle 12:30, alle 16:30 e alle 20:30. Sono stata in comunità dove era vietato vestirsi di nero, perché dovevamo “ammorbidirci”. Sono stata in una struttura pubblica dove mi hanno dato la Bibbia e mi hanno chiesto di coprirmi spalle e gambe, perché il mio corpo non distraesse i clienti maschi.

Hope è diverso. Non è un posto pretenzioso. Il personale è composto quasi interamente da ex tossicodipendenti che sono guariti. Girano in scooter in pantaloncini e maglietta. Mangiano e fumano insieme a noi, stanno a piedi nudi. Parlano con noi, e sanno che fare parte dello staff non li rende immuni. Siamo tutti tossicodipendenti, e ogni giorno combattiamo per rimanere sobri e puliti.

Il programma di Hope è unico: è un mix tra il metodo dei 12 passi e le filosofie Buddiste, tra CBT e ACT, e qualche elemento di Smart and Refuge Recovery. La meditazione e la mindfulness sono parte integrante del percorso. A differenza degli altri centri di cura, qui la mindfulness è una cosa seria, non è solo colorare i mandala con i pennarelli. Da Hope, la insegna un irlandese ex alcolista ora in riabilitazione che si fa chiamare Mindful Paul. Sotto la sua guida, osserviamo con attenzione il flusso dei nostri pensieri, seduti o sdraiati su morbidi materassi. Prendiamo coscienza del fatto che la nostra mente assomiglia alle scimmiette urlanti che stanno sul tetto della cucina di Hope, che mangiano di nascosto le uova che hanno rubato mentre i cuochi erano distratti.

Mindful Paul spiega quali sono i concetti e le pratiche che l’hanno aiutato nel suo percorso di riabilitazione. La sua conoscenza è esoterica e spesso contorta: parla di sogni a occhi aperti, di permanenza temporanea, di non sé, di cessazione, di equanimità, di spazio infinito e di nulla. Ci parla del sentimento di ostilità, che da tossicodipendenti tutti noi conosciamo bene, e di come contrastarlo con la meditazione della gentilezza amorevole, o Metta. La dipendenza, dice, provoca sofferenza e la causa della dipendenza è il desiderio costante. È la nostra relazione con il desiderio che deve cambiare.

Henk è il mio consulente olandese alto due metri, è un ex cocainomane che non tocca più nulla da sette anni. Lo vedo due volte a settimana. Mi presenta Mr. Green, la sua pianta, con cui mi invita a parlare. Passa molto tempo a guardarmi, senza dire nulla, a volte per lunghi minuti. Ho imparato a rimanere ferma e calma, senza perdere il controllo. Per questo fine settimana, Henk mi impedisce di fare cose. Non posso scrivere, né usare il computer o fare qualsiasi lavoro. Devo prendermi cura di me. All’inizio è straziante, ma ora di domenica mi sono abituata all’idea e, nonostante il detox mi faccia stare male, mi ritrovo in bikini a bere succo di melograno mentre gioco a palla in acqua, con le poche energie che ho in corpo. L’obiettivo è l’amore per se stessi. Non devo “fare” cose. Io sono già abbastanza.

Simon, il co-proprietario di Hope, inglese, ha un nome per questa malattia di fare cose, la chiama “sindrome del recupero veloce”.

Ora che sono sobria, devo recuperare subito il tempo perduto.

Alla fine, Simon ha smesso di cercare di dimostrare qualcosa a qualcuno. Dopo 12 riabilitazioni, si è ripulito del tutto e ha deciso di fare il giardiniere. Per cinque anni, ha tagliato le siepi nei giardini di famiglie facoltose. Non sapeva nulla di piante e giardinaggio e, quando la borghese di turno lo avvicinava facendo domande a raffica su gerani e lillà, lui accendeva il tosaerba e sviava la conversazione.

A distanza di 15 anni, è ancora sobrio.

Seduto sulla sua sedia in pelle, si sporge leggermente verso di me e mi guarda dritto negli occhi, da tossico a tossico. “Se torni subito a casa dopo questa riabilitazione, morirai,” mi dice.

L’osservazione non mi sembra poi così drammatica. Sono un’eroinomane di 37 anni—è già sorprendente che io sia viva oggi.


A gruppi di tre, abbiamo il permesso di andare in bici per le strada di Sriracha, fino alla stazione di servizio Thai Oil. Io e Alan, l’inglese, insieme a Dewey, americano, ci avviamo in bicicletta. Compro cinque pacchetti di Camel e mi peso sulla bilancia per un baht—58,3 kg. Fa molto caldo, e i ragazzi si tirano su la maglietta di Hope e la legano appena sotto i pettorali, come fosse un top. Passiamo davanti alla cucina e le ragazze thailandesi ridono divertite alla vista delle loro pance bianche e flaccide.

Rido anch’io di Alan e Dewey, e delle mie gambe fragili, che a malapena riescono a fare forza sui pedali. Sento l’aria fresca pizzicarmi le spalle scottate dal sole, l’odore dell’incenso provenire da un altarino Buddista. Sto male, ma ora è quasi finita. Devo lasciare andare—non devo concentrarmi su questa sensazione fisica. Mi sento profondamente grata, non devo bucarmi tutto il giorno per sentirmi “normale.” Quando ti fai, i giorni sono tutti uguali. Qui, ogni giorno è diverso, e per ora è bellissimo, e questo mi basta.

Sorgente: ‘Siamo tutti tossici, e qui ogni giorno è una lotta’ – Benvenuti in rehab – VICE

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