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Salari dimezzati e rial in caduta libera, “Qui a Teheran assalteranno i forni” – La Stampa

Nella capitale in crisi da sei mesi è corsa all’acquisto di dollari e euro. E c’è chi spera che le sanzioni facciano saltare il regime

Reportage

Tra i mille volti di Teheran, sui viali che dai bassifondi scalano le alture opulente di una capitale socialmente scissa, l’alba del blocco totale svela una sola condivisa certezza: «the day after» è arrivato. Adesso si salvi chi può.

 

«Non ci credevo, pensavo che alla fine Trump ci avrebbe ripensato» ammette mamma Neshem al mercato ortofrutticolo di Tajrish, dove tra settembre e ottobre tutto tranne il pane è aumentato del 47% mentre il suo stipendio d’impiegata è passato da 400 a 100 dollari al mese. Non ci credeva neppure il regime sul principio: sollevati dalla sventata vittoria della Clinton gli ayatollah avevano salutato con ottimismo l’avvento del pragmatico presidente manager salvo risvegliarsi bruscamente alla luce della sua visita a Riad.

 

I commercianti, storicamente governativi, hanno incrociato le braccia per protestare contro il tracollo economico del Paese che ha visto i loro mensili passare da mille a 500 euro

«Le sanzioni accelereranno il caos in corso da sei mesi, la caduta libera del rial iniziata a marzo, il rincaro di tutto, la palude dei salari, temo uno scenario venezuelano con i poveri che assaltano i forni e la città» ammette Majid, decano dei tappeti di quel Gran Bazar dove un paio di mesi fa i commercianti, storicamente governativi, hanno incrociato le braccia per protestare contro il tracollo economico del Paese che ha visto i loro mensili passare da mille a 500 euro e i lavoratori di fatica afghani tornare a casa per disperazione. Molti, come l’assai conservatore maestro del té Haj Ali Darvish, riducono quella serrata a «una bravata» ma basta addentrarsi nei dedali bizantini perché si mormori di almeno 60 arresti e perché un gioielliere racconti di una corsa all’oro senza precedenti: «Gli iraniani più moderni comprano dollari, i tradizionalisti fanno la fila qui».

 

L’ondata di scioperi del 2018

Nei mesi scorsi lo sciopero dei bazarini, vero motore dell’economia nazionale, ha terremotato la resilienza del regime al pari di quelli dei camionisti. Oggi tutto tace al terminal di Nasimshahar, la capitale dei tir a 20 km da Teheran, dove tra le strade sterrate e puzzolenti d’inquinamento gli autisti dei bestioni da tonnellate di merci hanno tenuto il governo in scacco a più riprese. «L’agitazione si è fermata un paio di settimane fa» dice evasivo il titolare di uno dei mille chioschi di copertoni, specchietti, carrozzeria usata. Poi, cauto, butta là che però ci sarebbero stati almeno un centinaio di arresti.

 

L’euforia esagerata con cui nel 2016 Teheran celebrò l’intesa sul nucleare si specchia nella depressione di queste ore

L’euforia esagerata con cui nel 2016 Teheran celebrò l’intesa sul nucleare si specchia nella depressione di queste ore, con i nuovi fiammanti manifesti «Down with Usa» a campeggiare su via Ferdowsi dove uomini e donne fanno la fila per comprare valuta straniera con la loro carta quasi straccia: il cambio agevolato permette di ritirare al massimo 2 mila dollari ma per 100 euro ci vogliono 15 milioni di rial.

 

«Ho l’impressione che abbiano allentato la morsa contro di noi perché hanno un malessere sociale più pericoloso da gestire» ragiona una giovane architetta con il chador talmente sceso sui capelli da sembrare una sciarpa. Siamo sulla centrale Valiasr street e sebbene siano passati solo dieci mesi dall’arresto della ragazza senza velo in piazza Enghelab s’incrocia più d’una fanciulla con il foulard non in testa ma tra le mani. A parecchie fermate di metro da qui, parco Obi Ortash, una fitta macchia verde a ridosso del ponte Tabiat, Amir, laureato in ingegneria prestato per fame all’accompagnamento dei turisti (da 10 giorni il visto non viene più stampato sui passaporti ma rilasciato a parte per evitare grane con gli Stati Uniti), conferma il cambio di stagione: «Ci lasciano più in pace, adesso le feste dove ci ubriachiamo e ascoltiamo M.H project non sono a rischio. L’attenzione è sui poveri disperati, prova ne siano le impiccagioni eseguite anche nel mese solitamente senza esecuzioni di Muharram. Io però, anche se per cautela ho pagato in anticipo alcuni mesi di affitto, spero che le sanzioni picchino duro e facciano saltare il regime».

 

Tra furti e droga a pochi rial

L’allerta è massima. La polizia registra furti nelle auto e nei supermercati, le ragazze tengono la borsa stretta, i garage della ricca Teheran Nord si sono dotati di doppia cancellata. Chi lavora nell’antidroga rivela che eroina e metanfetamine, più economiche di un pasto completo, prolificano, estremo rifugio interclassista della cui esistenza ormai il governo non fa mistero, ammettendo almeno 3 milioni di tossicodipendenti ufficiali. Ed è fiorita la prostituzione stile cubano, un mese di lavoro con i turisti religiosi di Mashhad per comprare al mall Chaharsu un frigorifero Samsung che intanto è passato dai 70 milioni del 2017 ai 180 del 2018 e attende il nuovo rincaro post sanzioni già annunciato dalle commesse.

 

Chi lavora nell’antidroga rivela che eroina e metanfetamine, più economiche di un pasto completo, prolificano, e della cui esistenza ormai il governo non fa mistero, ammettendo almeno 3 milioni di tossicodipendenti ufficiali

«Il vero perdente è il presidente Rohani che per anni ha chiesto invano all’Europa aiuti finanziari per avere quel potere economico senza cui in Iran non puoi far nulla, figurarsi le riforme» confida una fonte diplomatica. La sensazione degli analisti è che il regime sia tentato di tornare alla sussistenza del mercato nero d’epoca Ahmadinejad riportando la palla nel campo dei falchi. Il contrabbando del petrolio, il cui prezzo è fisso a neppure 5 centesimi al litro, fiorisce già lungo i confini con una fuoriuscita quotidiana di milioni di litri. Potrebbe moltiplicarsi arricchendo ulteriormente le casse con cui pasdaran e basij controllano già i più poveri.

 

Un ricercatore universitario: «Sto cercando di ottenere un visto di un anno per starmene lontano dalla bufera, ma purtroppo siamo in tanti ad averci pensato»

«Sto cercando di ottenere un visto di un anno per starmene lontano dalla bufera, ma purtroppo siamo in tanti ad averci pensato» chiosa un ricercatore universitario a un tavolo della catena popolare Moslem, dove con 6 euro si mangia una porzione multipla di riso allo zafferano e agnello. Intorno a lui le famiglie dividono un piatto in 4 o 5 e lo puliscono bene. Da oggi bisogna risparmiare ancora di più.

Sorgente: Salari dimezzati e rial in caduta libera, “Qui a Teheran assalteranno i forni” – La Stampa

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