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Raggi, il giorno del giudizio | Rep

Per la sindaca di Roma il rischio è altissimo: in gioco non solo le sue dimissioni, ma anche il futuro politico dei Cinque Stelle

di Stefano Costantini

Ore complicate queste per la sindaca di Roma, in attesa di un verdetto – oggi – e di un referendum – domani – che decideranno il suo destino. Se verrà assolta e il referendum sull’azienda dei trasporti non passerà, in un colpo si lascerà alle spalle molti problemi e molti nemici, interni ed esterni ai 5S: nei prossimi 18 mesi di questa legislatura avrà le mani libere e difficilmente qualcuno potrà più fermarla. Ma se verrà condannata dovrà dimettersi e Roma tornerà nell’incubo delle elezioni anticipate.

Il cammino della sindaca è stato da subito molto accidentato, complici le inchieste giudiziarie (da non dimenticare anche quella che ha portato in cella l’ex presidente della municipalizzata dell’acqua, Luca Lanzalone) e una manifesta incapacità a gestire una città diventata emblema del degrado nel mondo. E ora ha di fronte un bivio. I due fatti, che per un capriccio del caso si compiranno quasi nello stesso momento, non sarebbero neppure tanto gravi in sé. In fondo per la sindaca quella di oggi sarebbe una piccola condanna, 10 mesi.

Una pena quasi insignificante, tanto che neppure la “legge Severino” ha inserito fra quelle che fanno decadere dagli incarichi elettivi. Eppure il rischio per Virginia Raggi è altissimo, la posta in gioco sono le dimissioni, quindi il suo futuro politico e forse anche quello del Movimento 5S che l’ha eletta. Secondo il regolamento grillino una qualunque condanna, anche minima, impone le dimissioni. E dunque, oggi, se verrà accolta la richiesta del pubblico ministero, Virginia Raggi dovrà abbandonare lo scranno che lei, prima donna nella storia di Roma, ha conquistato nel giugno del 2016.

Un patibolo che i 5Stelle si sono costruiti da soli. Il loro regolamento interno all’inizio prevedeva la decadenza in caso di avviso di garanzia, poi alzata al rinvio a giudizio e infine, proprio sul caso Raggi, fissata alla sentenza di primo grado. Spostare l’asticella ancora più su sembra difficile. Da qui non si scappa e pure il vice premier Luigi Di Maio lo ha ribadito: dimissioni, dimissioni. Qualcuno pensa ancora a exit strategy azzardate: una crisi pilotata in modo da abbandonare le insegne dei 5Stelle insieme a tutti i consiglieri grillini e continuare a fare la sindaca; oppure indire una sorta di referendum sulla piattaforma Rousseau, cercando di convincere la base che il reato di falso in fondo non è poi così grave. Il tutto pur di non andare al voto e subire una quasi certa sconfitta, come fu per il Pd che sfiduciò il suo sindaco Ignazio Marino.

Insomma ore ad alta tensione, che ieri sono sfociate nell’aula di tribunale dove è stata sentita l’ultima teste, l’ex capo di gabinetto Carla Raineri che ha ribadito la sudditanza della sindaca nei confronti del suo ex braccio destro, Raffaele Marra (“lui Rasputin, lei la zarina”). Pronta la replica di Raggi: “Accuse surreali”. Infine la requisitoria della procura: la sindaca mentì sulla nomina del fratello di Marra.

Oggi sapremo se il giudice avrà creduto alla difesa (“Virginia decise da sola la promozione di Marra senior”), oppure all’accusa (“decise tutto il fratello Raffaele, braccio destro della sindaca che si limitò a firmare”). Raggi deve rispondere dell’accusa di aver detto una bugia all’Anticorruzione, intestandosi la paternità della scelta. Fin qui i vertici del Movimento l’hanno sopportata e malvolentieri supportata, ma se dovesse incappare in una condanna potrebbero regolare i conti, pur consapevoli dei rischi di un ritorno al voto. Perché al varco l’aspetta la Lega che ultimamente non ha risparmiato critiche allo stato della Capitale. Matteo Salvini, il “Capitano”, sente l’odore del sangue e fra un esausto Pd e una cinquestelle azzoppata potrebbe puntare al colpaccio per prendersi – pure – Roma.

Sorgente: Raggi, il giorno del giudizio | Rep

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