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Pernigotti, così finisce una fabbrica. “Il cioccolato era il nostro petrolio” | Rep

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Gli operai lasciano lo stabilimento con i cartoni e le buste in mano, proprio come i manager del crac della Lehman Brothers. Aggirato il decreto anti-delocalizzazioni: la produzione sarà data in appalto in Italia

DAL NOSTRO INVIATO PAOLO GRISERI

Novi Ligure. Il problema è che Luigi, il figlio di Roberto, ha tredici anni e da poco possiede uno smartphone. «Papà che cosa succede? Ti tolgono il lavoro? L’ho letto sul cellulare». «Non puoi nascondere più nulla ai ragazzi di oggi. Gli ho dovuto dire che non si deve preoccupare, che tutto andrà per il meglio». Ma Roberto è preoccupato davvero. È sotto la tettoia della Pernigotti, viale Rimembranza, Novi Ligure, con due sacchi in mano e un po’ di commozione dentro: «È appena arrivato l’ingegnere. Ci ha detto di svuotare gli armadietti. Non è stato facile». Nei sacchi di plastica c’erano vecchie buste paga, tute da lavoro, cose così, che si lasciano in fabbrica. Tanto lì dentro ci stai una vita.

Non è più vero. Da lunedì, («guarda caso da quando abbiamo finito la stagione del torrone» si mormora nei capannelli davanti all’ingresso) la storia della Pernigotti è finita. Cento dipendenti su 140 finiranno in cassa integrazione, i cancelli stanno per chiudere. Si spera solo che i proprietari turchi ci ripensino e lascino il marchio in mani italiane. Ieri la famiglia Toksoz ha garantito che la società «intende esternalizzare le proprie attività produttive unicamente nel territorio italiano».

Sanno tutti come funzionerà. I dolciari con i sacchi e gli scatoloni in mano, come i manager di Lehman Brothers travolti dalla crisi di Manhattan nel 2008, raccontano senza giri di parole il futuro: «Daranno la produzione di cioccolatini, torrone e praline alle cooperative che lavorano a commessa e che affittano le linee produttive in altre fabbriche. Come la Laica di Arona o la Quaranta di Caravaggio». La produzione dolciaria di un’azienda nata a metà dell’Ottocento finirà dispersa in decine di fabbriche e fabbrichette, perché tanto quel che conta è il marchio che già oggi tutto unifica, compresa la crema di cioccolato da tempo prodotta sul Bosforo. Cosi la storia ultracentenaria dello stabilimento finirà spalmata nei capannoni del Nord, esternalizzata, come si dice ora.

«Una storia imprenditoriale che negli ultimi cinque anni ha avuto un finale fallimentare», dice il sindaco di Novi, Rocchino Muliere. Ha convocato il consiglio comunale per lunedì, prima dell’incontro al ministero il 15 novembre. Per i 100 dipendenti a rischio non c’è legge Di Maio che tenga. Anzi, è stata bellamente aggirata. Perché quella della Pernigotti non è una delocalizzazione, la produzione rimarrà in Italia. L’azienda è stata svuotata, è rimasta una crisalide senza l’insetto. La fabbrica chiuderà ma i cioccolatini continueranno a finire sulle nostre tavole.

Qual è il senso di tutto ciò? «Si stenta a trovare una spiegazione economica», dice il sindaco. E lo confermano anche i sindacalisti. In cinque anni, da quando hanno preso possesso della fabbrica, i turchi hanno accumulato solo debiti. Più di 50 milioni di perdita, una media di 10 all’anno. Troppi, decisamente. «Una situazione paradossale», dice Muliere. Perché il cioccolato da queste parti è come il petrolio. Distribuisce fatturati e ricchezza. Aziende grandi e piccole sono in crescita: Novi, Serra Caramelle, Bodrato cioccolato, Suisse. Pernigotti è rimasta l’unica a perdere. E dunque ha scelto di rimanere solamente un marchio. «Ma in questo modo saremo sempre tutti in balia di un gruppo che ha solo un interesse commerciale», spiega Marco Malpassi, sindacalista della Cgil di Alessandria. L’obiettivo invece «è quello di trovare un gruppo italiano che riapra la fabbrica». Strada difficile. Prima bisogna convincere i turchi a vendere il brand.

Una storia che sembrava non finire mai. Domenico ha 58 anni e una medaglia in simil oro al collo: «Era nell’armadietto, un premio di fedeltà aziendale». Lui è stato più fedele dell’azienda. È lei che ha rotto il matrimonio. Ricorda tutto Domenico. Anche quando la fabbrica era un capannone dell’aeroporto militare nella Seconda Guerra mondiale. «Quando siamo entrati noi cioccolatieri era piena di amianto. Lo sapevano tutti. Il tribunale ci ha riconosciuto 12 anni di marchette pensionistiche come risarcimento. Così oggi ho 58 anni di lavoro e 53 di anzianità. Ma non posso andare in pensione: sono troppo giovane».

Piove. Al capannello sotto la tettoia viene anche chi vuol dare solidarietà: «Io ho lavorato tanti anni a Genova. Alla Panarello i dipendenti avevano rilevato la società. Perché non provate anche voi?». «Perché il marchio è dei turchi», risponde Walter che nella fabbrica del cioccolato lavora da 31 anni. «Ma non ho ancora l’età della pensione. E senza i miei 1.500 euro come pago i 300 di affitto mensili, il gas del riscaldamento, la scuola di mia figlia?».

Come sempre chi ha figli è più in difficoltà. Ma anche i ragazzi giovani vedono sfumare il futuro: «Ho 26 anni, ne avevo 20 quando sono entrato qui come interinale. Lavoravamo solo a stagione. L’anno scorso sono entrato a tempo indeterminato. Mi sentivo sicuro. Sono un perito tecnico, ora dovrò cercarmi un altro posto. Peccato». Come ti chiami? «Omar».
A Novi Ligure hanno ucciso una fabbrica, una di quelle dove il lavoro passava da una generazione all’altra. Dove i più anziani, come Walter, Roberto e Domenico, insegnavano il lavoro ai ragazzi come Omar. Un delitto perfetto.

Sorgente: Pernigotti, così finisce una fabbrica. “Il cioccolato era il nostro petrolio” | Rep

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